giovedì 3 novembre 2016

Parini e i vegani

Parini e i vegani





Ritratto di Giuseppe Parini


Giuseppe Parini
Il testo che oggi vorrei proporre alla vostra cortese attenzione è uno splendido pezzo di poesia. E questo, per persone di gusto e amanti delle cose belle, è già un motivo più che sufficiente per leggerlo. O magari ri-leggerlo. Alcuni di voi – ne sono sicuro – lo avranno già letto a scuola e ne conserveranno un ricordo più o meno vago secondo le personali vicissitudini scolastiche, l’interesse  e, naturalmente, il numero di anni trascorsi. Spero, quindi, che la lettura, o rilettura, risulterà ugualmente gradita. Tanto più che il passo in questione, oltre all’indiscutibile valore estetico, presenta risvolti morali a mio avviso oggi ancora più interessanti che al suo tempo. Se invece riuscirò ad annoiarvi, mi scuserò col Manzoni, “credete che non s’è fatto apposta”.

L’autore, Giuseppe Parini, è poeta generalmente noto. Tuttavia forse non sarà superfluo richiamare qualche dato essenziale.
Nacque a Bosisio  (Lecco) nel 1729 e morì a Milano nel 1799. Tra le sue opere poetiche si ricordano soprattutto le Odi (19) e, più ancora, Il giorno. Quest’ultimo è un poema satirico, in apparente forma didascalica. Il poeta, infatti, si finge precettore di un “giovin signore” (e tale, fino a poco prima della composizione, era stata realmente la ‘professione’ del Parini in casa dei duchi Serbelloni!). In veste appunto di precettore, il poeta accompagna il suo ‘pupillo’ nelle varie ‘occupazioni’ giornaliere, suggerendogli i comportamenti più appropriati. Così, con grande naturalezza, finisce per mettere sotto i nostri occhi un quadro veritiero della vita effettivamente vissuta dalla maggior parte dei nobili nella seconda metà del Settecento. Un quadro impietoso, che mette in luce un modo di vivere corrotto, scioperato, inutile.


Il lago di Pusiano
Il lago di Pusiano - sulle cui rive sorge Bosisio - da Parini cantato col nome classico di Eupili (ringrazio, per la splendida foto, il sito lagodipusiano.com)


E i vegani? Che cosa c’entra questo movimento, o  piuttosto questa setta, sorta in pieno Novecento, e in espansione proprio in questi anni, con un poema vecchio di due secoli e mezzo? C’entra, c’entra. Ma… ogni cosa a suo tempo.
C’è però un problema. Vista con gli occhi di oggi – sentita con l’orecchio di oggi – la lingua del testo pariniano non può non apparirci desueta, antiquata, arcaica. E non solo per la veneranda età del poema da cui è tratto. La lingua del Giorno doveva apparire arcaica già ai suoi tempi. Perché si intona al registro stilisticamente più elevato, quello epico, che prevedeva lessico e sintassi solenni, arcaizzanti, lontani in ogni caso dalla lingua d’ogni giorno. S’intende che qui tale linguaggio ha funzione ironica. Usato propriamente per cantare gesta eroiche coinvolgenti il destino di interi popoli, è qui impiegato per descrivere la vita inconcludente di una massa di perdigiorno… Il contrasto tra la sublime levatura del linguaggio, da una lato, e la trivialità dei fatti e la volgarità e bassezza d’animo dei tronfi personaggi dall’altro, è stridente; l’effetto ironico immancabile.
Vale la pena, dunque, superare le innegabili difficoltà linguistiche, ampiamente compensate dall’efficacia poetica del testo. Nell’intento di agevolarne la lettura, segnalo e tento di spianare in anticipo almeno qualcuna delle difficoltà ricorrenti (e chiedo venia a chi non ne avrebbe bisogno, e a tutti per l’inevitabile ricorso a qualche termine tecnico). Le trasposizioni sintattiche, per esempio – tecnicamente dette ipèrbati – del tipo: “che tanta parte / colà ingombra di loco” (= che colà ingombra tanta parte di loco), o Sì superba di ventre agita mole (= agita sì superba mole di ventre); le inversioni (oggetto + verbo, invece di verbo + oggetto): e le narici / schifo raggrinza (= e, schifato, raggrinza le narici)); la posizione ‘enclitica’ del pronome personale àtono, spesso complicata dal cosiddetto raddoppiamento sintattico: lanciolla (= la lanciò); le forme abbreviate del passato remoto: precipitàro (= precipitarono); odiàr (= odiarono)… Avverto, poi, che la parola-chiave cuccia qui non ha nulla che vedere col giaciglio o la casetta del cane; è soltanto la forma abbreviata di cucciola
E dopo questa premessa, forse troppo lunga e sufficientemente noiosa, veniamo al dunque.

*****

Il brano è tratto dalla sezione dedicata al mezzogiorno. Il precettore accompagna il ‘giovin signore’ a pranzo, in casa della dama alla quale offre i suoi servigi galanti in veste di cicisbeo, di cavalier servente ‘ufficiale’, con l’implicita approvazione del marito, non sai se compiacente o rassegnato.
Il precettore – il poeta – ha così occasione di fissare l’obiettivo su alcuni commensali particolarmente interessanti.

Un buzzo monumentale, per cominciare:

“Or chi è quell’eroe che tanta parte
Colà ingombra di loco, e mangia e fiuta
E guata e de le altrui cure ridendo
Sì superba di ventre agita mole?

È un inesorabile divoratore di sostanze. In ogni senso. Mangia con un’ingordigia spettacolare. Specialmente quando è invitato in casa altrui. Suscitando crampi allo stomaco e mal di pancia lancinanti nelle “smilze ombre” degli antenati del malcapitato ospite. Quelle povere anime ripensano costernate alla fame patita, ai mille e mille sacrifici sopportati, alle innumerevoli furberie e angherie, ai mille soprusi, ai delitti anche, grazie ai quali avevano accumulato quel patrimonio che ora svanisce nelle fauci insaziabili dell’eroico pappone.
Ma il caso a volte si diverte. E così ha disposto che proprio accanto alla superba mole dell’onnivoro sedesse la deperita figurina di un estremo seguace del vegetariano filosofo e matematico di Samo:

…. egli ozïoso siede
Dispregiando le carni; e le narici
Schifo raggrinza, in nauseanti rughe
Ripiega i labbri, e poco pane intanto
Rumina lentamente.

Eroe incomparabile: mai nessuno ha come lui saputo sopportare i morsi atroci della fame. E ben a ragione, ché

Tanto importa lo aver scarze [= snelle]  le membra,
Singolare il costume, e nel bel mondo
Onor di filosofico talento.

Solo gli animi volgari si mostrano pietosi nei confronti delle sofferenze dei propri simili. Lui, “filosofico talento”, la propria squisita sensibilità serba alle bestie. E infatti, nel momento più lieto e chiassoso del convito, si produce in una sdegnata invettiva contro chi per primo osò levar la mano su l’innocente agnella, / e sul placido bue.

È un disastro. La breve ma ardente concione richiama alla mente commossa della gentile ospite un ben triste ricordo, ed ella prorompe in un pianto dirotto, interrompendo bruscamente, seppure solo per qualche istante, il pacifico godimento delle innocenti gioie conviviali da parte di quell’accolta di nobili, spensierati mangiatori. 

… Or le sovviene il giorno,
Ahi fero giorno! allor che la sua bella
Vergine cuccia de le Grazie alunna [= allevata dalle Grazie, dunque graziosissima]
Giovenilmente vezzeggiando, il piede
Villan del servo con l’eburneo dente
Segnò di lieve nota [lieve, grazioso segno del suo dentino… eburneo!]: ed egli audace
Con sacrilego piè lanciolla: e quella
Tre volte rotolò; tre volte scosse
Gli scompigliati peli, e da le molli
Nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti alzando: aìta aìta [= aiuto! aiuto!]
Parea dicesse; e da le aurate volte
A lei l’impietosita Eco rispose:
E dagl’infimi chiostri [cortili porticati] i mesti servi
Asceser tutti; e da le somme stanze
Le damigelle pallide tremanti
Precipitáro. Accorse ognuno; il volto
Fu spruzzato d’essenze a la tua dama;
Ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore
L’agitavano ancor; fulminei sguardi
Gettò sul servo, e con languida voce
Chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
Al sen le corse; in suo tenor [= a modo suo] vendetta
Chieder sembrolle: e tu vendetta avesti,
Vergine cuccia de le Grazie alunna.
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
Udí la sua condanna. A lui non valse
Merito quadrilustre; a lui non valse
Zelo d’arcani ufficj: in van per lui
Fu pregato e promesso; ei nudo andonne [= ne andò, andò via da lì]
Dell’assisa [livrea] spogliato  ond’era un giorno
Venerabile al vulgo. In van novello
Signor sperò; ché le pietose dame
Inorridíro, e del misfatto atroce
Odiàr l’autore. Il misero si giacque
Con la squallida prole, e con la nuda
Consorte a lato su la via spargendo
Al passeggiere inutile lamento:
E tu, vergine cuccia, idol placato
Da le vittime umane, isti [andasti] superba.

Uno splendido pezzo di poesia, si diceva. Non è qui il luogo per una analisi dettagliata, ma mi si consentirà qualche osservazione essenziale.
Il narratore si identifica con la figura del precettore, ligio alla sua funzione, consapevole del suo ruolo subordinato, integrato nella mentalità della classe sociale che serve e di cui sembra condividere i valori. Ma di tanto in tanto, l’urgenza del sentimento squarcia il velo della finzione e in primo piano balza la persona del Parini, scosso da umana pietà e incontenibile sdegno. Non tanto forse nei versi da “l’empio servo tremò” a “odiàr l’autore”: la visione dello squallore in cui è precipitato “l’empio servo” potrebbe essere condivisa dal ‘precettore’ integrato, e dalla classe d’appartenenza del suo nobile pupillo, come compiaciuta contemplazione del ‘meritato’ castigo (notare gli aggettivi “empio”, “pietose”, e l’espressione “misfatto atroce”; notare anche l’ironica antitesi tra il il piede villan del servo e  l’eburneo [= d’avorio, dunque prezioso!] dentino della cagnetta, tra l’inezia del danno (un lieve, quasi grazioso segno del dentino) e la ‘brutalità’ della reazione del villano, col suo piede sacrilego!). Ma certo parla in persona propria il buon prete Parini quando, con profonda pietà, ci addita quell’onesto padre di famiglia ridotto sul lastrico, “con la squallida prole, e con la nuda / consorte a lato”, intento a mendicare – vanamente! – per sé e per i suoi cari un tozzo di pane. E, certo, sdegno atroce, e pietà insieme, risuona nel sarcasmo amaro dell’allocuzione alla graziosa cucciolina: “e tu vendetta avesti, / vergine cuccia de le Grazie alunna”, ripreso e rinforzato dal distico finale, che pare scolpito sull’altare sacrificale eretto a una cagnetta elevata al rango sublime di Moloch esigente tributo di vittime umane!
Sul piano propriamente stilistico, si osservi la grottesca concitazione da tragedia creata da voci e movimenti incrociati: guaìti della cuccioletta riecheggiati dalle volte (e si noti la preziosa ‘rimalmezzo’ impietosìta che riecheggia aìta!); accorrere di servi  (dal basso) e di serve (dall’alto)… Insomma, tutto un esagitato trambusto convergente sul luogo del “misfatto”, dove troviamo l’effetto della catastrofe: la dama già svenuta, attorno a cui è tutto un affaccendarsi di servi e serve intenti a farla rinvenire.
E rinviene, infine. E balza in primo piano, al centro della scena. Il verso procede rotto da pause: in preda al dolore e all’ira, la sventurata non riesce ad articolare una parola. Per il servo “villano” non ha che qualche sguardo di fuoco. Ma verso l’oltraggiata cucciola… voce languida, tenerezza, perfetta intesa (sì, vendetta, vendetta!). Pausa. L’amara considerazione del poeta anticipa il dramma (vero, questo!) che sta per travolgere l’empio autore del misfatto. In primo piano è ora il servo, umiliato, dannato. Meriti di lungo, fedele, irreprensibile, talvolta complice servizio… preghiere… tutto inutile. La condanna è spietata e inesorabile. Spogliato della livrea che aveva costituito il segno del suo ruolo subordinato ma anche un titolo d’onore; scacciato dal Palazzo dove aveva servito vent’anni con scrupolo ed encomiabile zelo; detestato, aborrito dall’intera classe sociale che sola avrebbe potuto dargli un’altra possibilità di lavoro; non gli resta che trascinare moglie e figli sulla pubblica via e affidarsi alla non sempre certa solidarietà umana.
 
Ritratto di Madame Pompadour
In questo celebre quadro di Boucher, Mme Pompadour è assorta 
nei pensieri suscitati dalla lettura, vigilata dal fedele cucciolotto.
Chiunque sia riuscito a superare gli ostacoli di natura linguistica, e abbia sensibilità per la poesia, converrà con me sull’innegabile qualità estetica del brano. Eppure – lo confesso – non è stata questa la ragione principale che mi ha convinto a presentarvelo, superando la ritrosia ad abusare del vostro tempo. La ragione determinante è stata la costatazione del progressivo diffondersi di gravi atti di intolleranza nei confronti di esseri umani, giustificati col nobile sentimento dell’amore per gli animali.
A settembre dello scorso anno, nello Stato indiano dell’Uttar Pradesh, una spedizione punitiva di un centinaio di estremisti indù armati di bastoni ha ucciso un anziano, ridotto in fin di vita il figlio ventiduenne, bastonato senza pietà la madre settantenne e tentato di violentare la figlia diciottenne. La colpa? Oltraggio alla vacca. L’uomo, infatti, era stato accusato di aver mangiato carne bovina. E, a quanto sembra, non si tratta affatto di un episodio isolato. Pare, anzi, che in tutta l’India gli estremisti abbiano scatenato il terrore, minacciando di morte chiunque si attenti ad arrecare offesa alla sacra vacca.
Il fatto mi sembra particolarmente inquietante anche perché si verifica all’interno di quella caleidoscopica costellazione religiosa nota col nome di induismo, che da sempre ci viene presentata – anche per influsso della personalità certamente carismatica del mahatma Gandhi – come aperta, pacifica e singolarmente mite…
Sì, direte, ma… i vegani, che c’entrano i vegani? È vero: per quel poco che ne so, i vegani non si sono macchiati di delitti comparabili a quelli ricordati. E tuttavia girano su internet filmati con esibizioni di un’intolleranza degna della più eccellente tradizione talebana, di un’arroganza e prepotenza che credevamo estranee ai nostri lidi. Personalmente non ho nulla contro la dieta vegetariana, e nemmeno contro quella rigorosamente vegana. Ma volerla imporre con la violenza morale e, in certi casi, addirittura fisica, mi sembra davvero fuori dal mondo. Più precisamente mi sembra indice di uno stravolgimento, se non proprio di un capovolgimento, della scala dei valori.
Ed eccoci a Parini e all’episodio della “vergine cuccia”. Non se ne abbiano a male vegetariani e vegani. Parini lascia impregiudicata la fede vegetariana, già nota a suoi giorni; e a maggior ragione la a lui sconosciuta fede vegana, venuta di moda recentemente, a più di due secoli dalla composizione del Giorno. Anche se trova ridicoli coloro che le seguono non per convinzione profonda, ma per sciocca vanagloria, per il capriccio snobistico di ostentare a tutti il proprio più o meno presunto “filosofico talento”. O, più banalmente, per accodarsi all’ultima moda Né, peraltro, Parini è propriamente un fautore della pedata facile al ‘più fedele amico dell’uomo’. Quello che il poeta lombardo intende ricordare è che esiste una scala di valori, che alcuni di essi sono più importanti ed altri meno. E a nessuno dovrebbe essere permesso di stravolgere quella gerarchia. E non occorre essere cristiani credenti e praticanti per mettere l’uomo in cima alla scala dei valori. Kant, il grande contemporaneo del nostro poeta, nella Critica della Ragion pratica, separa l’uomo da tutto il resto del creato (o del cosmo, se preferite) sulla base di argomenti rigorosamente laici. Gli appartenenti alla specie umana sono per lui gli unici esseri a noi noti a costituire il “mondo dei fini”, gli unici ad avere dignità di “persona”, cioè di creature libere e moralmente responsabili, e perciò gli unici a dovere essere visti sempre come fini e mai esclusivamente come mezzi.

vacche riposano tranquille sulle rive del Lago Sirino
Altri tempi: vacche riposano tranquille dopo il pasto (ma qualcuna non è ancora sazia!) sulle rive del Lago Sirino, tanti e tanti anni fa.

Questo, evidentemente, non significa che non sia giusto amare gli animali ed esigerne il rispetto. Anche, eventualmente, con mezzi coercitivi verso coloro che infliggono a queste creature sofferenze ingiustificate, rappresentate, per esempio, da allevamenti condotti  con modalità disumane; per non parlare di menti malate che amano farli soffrire per il gusto perverso di vederli soffrire. Significa, come dicevo, ristabilire un ordine gerarchico razionale all’interno dei molteplici valori che si raccomandano al nostro senso morale (che – si ricordi – è, appunto, esclusivo dell’uomo, che proprio per questo assurge alla dignità di “persona”; il leone che fa strazio crudele dell’infelice gazzella, non si pone – non può porsi – alcun problema di ordine morale!). E significa, anche, il rispetto delle proporzioni.
Mi si lasci concludere, a questo proposito, con un aneddoto del Novellino, silloge narrativa fiorentina della fine del XIII secolo.
L’imperatore Federico II di Svevia era, non senza fondamento, ritenuto un sovrano di straordinaria cultura e saggezza. La sua fama – si racconta – era giunta addirittura all’orecchio del Presto Giovanni, un favoloso signore cristiano (ma poco o nulla ossequiente alla Chiesa di Roma), della cui immensa ricchezza e saggezza tutti parlavano, senza peraltro accordarsi sul sito della sua signoria. Il “Presto” (volgarizzazione del francese Prestre, cioè Prete) volle dunque mettere alla prova quella tanto decantata saggezza. Mandò all’imperatore ambasciatori con l’incarico di donargli “tre pietre nobilissime” e di porgli la seguente domanda: “Qual è la migliore cosa del mondo?”. Federico ringraziò delle pietre, molto apprezzate per il loro valore estetico, peraltro disinteressandosi completamente – con grave disappunto del mittente! – delle loro presunte proprietà magiche. E quanto alla domanda, questa fu la sua risposta: “Ditemi al signore vostro che la migliore cosa di questo mondo si è MISURA”.
Misura, equilibrio, senso delle proporzioni, corretta gerarchia di valori… Una virtù rara – a giudizio del buon Federico – nella società aristocratica del XIII secolo. E ancor più rara – pare – nelle ‘democraticissime’ società di oggi!


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