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Perosi, Passione di Cristo, P. III - Invito all'ascolto

A. Ciseri, Trasporto di Cristo al sepolcro All'oratorio  La Passione di Cristo,  di Lorenzo Perosi, avevo dedicato un post l'anno scorso, proponendo un'analitica guida all'ascolto delle prime due Parti (“La Cena del Signore” e “L’orazione al Monte”) che si erano concluse con l'arresto di Gesù  ( v. Passione ).    Dedico questo nuovo post alla terza e ultima parte.   Premetto che in questo “Invito”, l’analisi sarà programmaticamente meno minuziosa di quella condotta nel post precedente. Per amore di brevità, farò di tutto per resistere al fascino della musica perosiana, limitandomi a qualche annotazione sui passi e gli aspetti più salienti. Ma entriamo subito in argomento. Nella Parte III Perosi, omessi i versetti dedicati al duplice processo (davanti al Sinedrio, e davanti a Pilato) si concentra – come dice il titolo – su “La morte del Redentore” (testo: Mc XV 25-37). Anche questa Parte si apre con un breve preludio strumentale, impostato sulla tonalità di ...

Montale e Leoncavallo (2): una marachella di Montale



Montale e Leoncavallo (2): una marachella di Montale



Riprendiamo la discussione sulla recensione di Montale al Mameli di Leoncavallo(v. Montale e Leoncavallo) alla luce della discordante versione di Marianna Montale.

La cortesia dell’amico Stefano Moia mi obbliga a far seguire al post una … postilla. Mi segnala, infatti, l’esistenza di una lettera della  sorella del poeta sull’episodio discusso nell’articolo precedente.
Segnalazione esatta, per la quale gli rendo debite grazie. Sull’argomento, Marianna Montale di lettere ne scrisse almeno due. Perché a quella del 2 maggio 1916 – destinata a Minna Cognetti e già nota al biografo Giuseppe Marcenaro (Eugenio Montale, 1999) – se ne aggiunge ora una pubblicata nel 2006 (in Lettere da Casa Montale, a cura di Zaira Zuffetti). E’ datata 29 aprile 1916 e, come la maggior parte, è diretta all’amica fiorentina Ida Zambaldi. Il racconto dell’episodio è qui inserito in un contesto di attenzioni materne e di entusiastica ammirazione per il fratello Eugenio, di cui Marianna, di due anni più anziana, appare spiritualmente innamorata. Leggiamo la parte per noi più interessante:

Eugenio, o meglio “Genio”, «è proprio intelligente, sai? Ci capisce un po’ di tutto, anche di musica […]  C’è un suo compagno che si è offerto come critico teatrale a un giornale quotidiano di qui… Ieri l’altro rappresentavano per la prima volta un’opera di Leoncavallo: Mameli, e quel ragazzo, non sapendo cosa fare si è rivolto a Eugenio. Allora Genio è andato a sentire l’opera (lui era in loggione, perché alla première l’ingresso in platea è di dieci lire, e il suo amico era giù tutto elegante, in poltrona, come giornalista!). Poi uscito da teatro è andato col suo amico in un caffè e gli ha buttato giù l’articolo… Ma in un lampo, a mezzanotte e mezzo era a casa! L’articolo è comparso ieri col nome del suo amico e ha avuto un’accoglienza entusiasta… Tutti hanno dichiarato che il suo articolo era superiore a tutti gli altri, dei quotidiani maggiori. Ed è vero: gli altri articoli fanno ridere. “Ma” mi ha detto Genio, “ne avrei avute tante altre cose da dire! Ma l’articolo era già discretamente lungo e il mio amico ha detto che bastava” […] Ma tu vedessi che stile diverso nell’ultimo pezzo che è del suo amico! Uno stile scolastico, con la chiusa rumoreggiante!».

La lettera successiva (2 maggio) – meno confidenziale – non aggiunge molto, ma è interessante soprattutto per qualche ulteriore dettaglio relativo al chiasso suscitato dall’articolo, e per un più sbrigativo giudizio sul valore del ‘critico’ del Piccolo. Eccone qualche passo:

Eugenio giorni fa ha scritto il resoconto della première della nuova opera di Leoncavallo Mameli per un suo compagno che si è offerto a un giornale come critico teatrale, ma non è buono a nulla: Eugenio era in loggione, il suo amico in platea come giornalista! Poi sono usciti insieme e sono andati in un caffè; Eugenio ha buttato giù l’articolo, ma in un lampo! A mezzanotte e mezza era già a letto. Ebbene il suo articolo è stato giudicato il migliore, al Sindacato dei corrispondenti; il suo amico ha avuto degli abbracci, degli elogi; Leoncavallo lo ha mandato a chiamare…

Rispetto alla versione di “Genio”, troviamo anzitutto conferma di un fatto che avremmo potuto facilmente sospettare, e cioè che il ‘critico’ non rinunciò, prima di apporre la propria firma, a conferire un ‘tocco personale’ almeno alla conclusione, suggellando il pezzo con un capoverso bastantemente involuto e ben risonante di retorica patriottarda.
Apprendiamo, poi, che l’articolo sarebbe stato scritto in un caffè esterno al teatro, dove i due amici si sarebbero trasferiti al termine dello spettacolo.
Ma – cosa ben più sorprendente – troviamo anche un particolare in netto contrasto con la versione del diretto interessato: Montale l’opera l’avrebbe sentita. Anzi, l’avrebbe ascoltata con l’attitudine professionale di chi si appresta a recensire.
Ora, è evidente che le due versioni sono incompatibili: se dice il vero Marianna, allora “Genio” mente; e viceversa. A meno che non si tratti di errore. Ma errore non può esserci. Da parte della sorella, sarebbe davvero contro ogni logica; ma anche un Montale che “ricordi male” un particolare della storia tanto essenziale per il suo significato appare poco credibile. E d’altra parte che motivo avrebbe potuto avere, Marianna, per una così pesante deformazione della realtà, in una lettera all’amica Cognetti e, peggio, a Ida Zambaldi, sua confidente d’elezione? Bisogna proprio rassegnarsi ad ammetterlo: il poeta ha mentito! Ma a chi? A Leone Piccioni o alla sorella?
Personalmente, non avrei dubbi. L’idea che Montale, all’età di quasi settant’anni, cada nella meschina vanità di inventarsi la storiella d’esser riuscito a scrivere un articolo dal successo clamoroso senza aver mai sentito l’opera recensita sembra, essa sì, meschina. Per me, quella sera Eugenio uscì di casa dicendo alla sorella che sarebbe andato a sentire la nuova opera di Leoncavallo. E avrà avuto intenzione di farlo, e comunque a teatro ci andò veramente. Ma qualcosa gli fece poi cambiare idea. Forse pensò che un’opera di Leoncavallo – su quel soggetto, poi – lo avrebbe annoiato… Fatto sta che, invece che al loggione, andò al caffè, probabilmente sperando di incontrarvi qualche personalità interessante dell’ambiente. Lì fu raggiunto dal disperato Guerriero, verosimilmente durante l’intervallo. (Ricordiamoci che, nel racconto del poeta, l’opera si stava svolgendo, mentre lui e l’amico erano nei sotterranei del Teatro, al caffè del Teatro. D’altra parte, è certo che l’intervallo ci fu, e anche abbastanza lungo, almeno una quarantina di minuti, se è vero quanto riferito dalla Stampa, che l’opera ebbe inizio alle 21.30, con la “marcia reale”, e il secondo atto cominciò alle 23). Quel che non si può escludere, anche se non detto, è che Montale abbia assistito al secondo atto. E questo, effettivamente, gli avrebbe facilitato di molto il compito. (Ma potrebbe anche essere che abbia sfruttato quella mezz’ora circa per cominciare a buttar giù qualcosa…).
Montale dunque mentì alla sorella. Come avrebbe fatto a spiegare alla ‘sorellina’ che lo adorava, e gli faceva un po’ da mamma (Genio « è solo un piccolo bimbo che ha bisogno di carezze», scrive Marianna in quella lettera a Ida fervida di ammirazione e di amore per il fratello più giovane di lei di soli due anni), come avrebbe fatto a spiegarle che, invece di ascoltare l’opera, se n’era stato tutta la sera al caffè, come uno qualunque di quegli sfaccendati per i quali né lui né lei avevano alcuna simpatia? Meglio una piccola bugia, avrà pensato il giovane poeta. Una bugietta detta da un “bimbo” bisognoso di coccole è una marachella facilmente perdonabile!

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