martedì 8 ottobre 2019

Caetani, Hypatia. Riassunto e analisi del libretto



donna triste - ritratto femminile da el Fayum
Ritratto femminile da El Fayyum
(già lo conoscete dal post precedente). 
L’espressione del viso fa pensare alla sua
sfortunata conterranea.

Dopo due post precedenti, dedicati il primo al personaggio storico di Hypatia, e il secondo alla sua tragica fine, ecco ora il riassunto del libretto in cui quella fine è, dallo stesso musicista, poeticamente rielaborata in funzione del rivestimento musicale che la tradurrà in “dramma lirico in tre atti”.


Atto I, [sc. I]

“Terrazzo su una torre del palazzo tolomaico”, da cui vista su tutta Alessandria e sul mare inondato di luce. Quasi al centro Cirillo, il patriarca, “seduto in cattedra” come un monarca orientale.
Giunge Eudocia, madre di Oreste, prefetto (cioè governatore) dell’Egitto. Viene da Efeso, obbediente all’ordine di Cirillo. T’ho convocata – dice il patriarca – per un incarico di estrema importanza: convincere tuo figlio, in guerra con me per via della cacciata “di quei figli irrequieti d’Israele”, a rifare pace. Oreste – spiega – soggiace al malefico influsso della bellissima Hypatia, coltissima e punto di riferimento di un piccolo gruppo d’irriducibili pagani. Basterà che ti rechi oggi stesso a quella candida casetta di lei, laggiù, tra gli alberi, per chiederle di usare il suo ascendente sul prefetto per indurlo alla pacificazione, minacciando, in caso d’insuccesso, di abbandonarla al furore del popolo cristiano.


Atto I, scenario II

Delizioso giardino. Sul fondo la casa di Hypatia, preceduta da portico. Sulla sinistra, immersa nel verde, l’esedra, ornata dei tre numi tutelari della padrona: le erme di Omero, Pitagora, Platone. Ed eccola, di ritorno dal mare, dove si è bagnata.  Accompagnata da bambini e ancelle, seguita da amici, tra cui Oreste, accolta con gioia dal padre e dal di lui amico Ercoliano.
Attinge a piene mani fiori portati da fanciulli e ragazze e ne orna l’erma di Omero. Spiega a Oreste, che non si capacita della sua perenne devozione a “quel marmo”, che ogni volta che guarda l'immagine dell'antico poeta si sente invasa dal “delirio”, dall’“estasi ineffabile” di chi accoglie in sé la bellezza. E alla bellezza eternamente giovane – la poesia di Omero, i fiori, il mare, il vento, il canto degli uccelli… (“ È  Pan, l’eterno!”) –  scioglie il suo inno (testo e commento nel prossimo post). Un canto di riconoscenza al Re dell’Universo, al Dio che crea il mondo rivestendolo della sua bellezza.
Alla statua confida la sua pena: ormai non spera più di poter realizzare il suo sogno d’amore: estinta è la generazione degli eroi, per sempre estinta. Risentimento di Oreste, che le ricorda il suo amore e il suo ardimento. Hypatia malinconicamente gli ricorda la chiusura del Serapeo, in obbedienza all’editto imperiale, e il divieto di accedervi. Ma quel divieto lei lo infrangerà. Proprio là, tra quelle rovine, radunerà i superstiti fedeli agli antichi valori.

Giunge Izèbel, l’ebrea convertita, cameriera di Eudocia. La sua padrona – annuncia – vuol parlare a Hypatia, su mandato di Cirillo. Oreste ammonisce l’amica: attenta, potrebbe essere una maga, un’avvelenatrice. “Oreste?!” esclama Izèbel, sentendolo appellare così da Hypatia. “O signore / non bestemmiar…/ ella è… tua madre!”. Lei uscita, Oreste chiede di poterla ricevere da solo. Hypatia acconsente, esortandolo a essere gentile.

Altri, non me, ten vai cercando” – risponde a Eudocia che lamenta la fredda accoglienza del figlio.   So che sei irretito dal fascino e dalle arti magiche di Hypatia – ribatte, e lo esorta a far pace con Cirillo, rinunciando a proteggere gli ‘elleni’ (cioè i pagani), gli ebrei e gli eretici. E poiché Oreste insiste che è disposto a far pace, ma senza accettare altre condizioni, “Sappi” – gli rivela – che se non lo farai, “insorgeranno i servi / di nostra chiesa, e gitteranno in quella / impura casa il fuoco”. Inorridito, Oreste lo grida agli “elleni” sopraggiunti, seguiti dai “galilei” (i cristiani) capeggiati da Ammonio. In cori contrapposti, elleni e galilei si lasciano andare a provocazioni e insulti reciproci.

Richiamata dal volgare baccano, esce Hypatia. Oreste la informa delle intenzioni di Cirillo. “Se non ti penti e ti sommetti a lui!” corregge Ammonio, il fanatico braccio destro del patriarca. Di fronte alla reazione sdegnata di Oreste, Ammonio prende una pietra e si scaglia contro di lui. Trafitto dalla spada del prefetto, muore (non proprio cristianamente!) invocando vendetta. Grida d’approvazione dei pagani, promessa d’inesorabile vendetta da parte dei cristiani. “Ancora sangue!” deplora Hypatia desolata.


Atto II, [sc. I]

Cameretta malamente illuminata da una lucerna. In un lettino giace Eudocia, in ansiosa attesa di Oreste.  Giunge, “avvolto in un manto nero”, Pietro, il lettore, messaggero di Cirillo. Se Oreste non cede, Hypatia e i suoi saranno massacrati. Eudocia inorridisce: “Iddio” – dice saggiamente – “non vuole i corpi de’ nemici suoi / ma l’anime pentite”.  È necessario ucciderla – spiega il lettore:

… Lei spenta,
d’incanto vaniranno gli avversarȋ
nostri, quali ombre a lo sparir del fuoco;
poiché del mondo antico,
costei è la sola fiamma che arda ancor.

Ma come? – chiede sgomenta Eudocia – Cirillo vuole la sua morte?! Pietro non risponde alla domanda. Si limita a farle sapere che folle di monaci si aggirano per la città, apertamente minacciando morte alla “meretrice immonda”. Questa è, per Oreste, l’ultima chance – conclude. Se non si sottometterà, Cirillo ti ordina di accendere una fiaccola ed esporla alla finestra, prima che lui possa giungere a tentare di salvare Hypatia. Solo così, forse, potrai salvarlo dall’imminente strage.

Giunge Oreste. Colloquio penoso: Eudocia è convinta che il figlio sia sotto il fascino malefico di Hypatia, Oreste è sicuro che la madre sia plagiata dalle arti del vescovo, quel Cirillo che “per sete di dominio, / avvolge d’odio chi non gli si prostra”. Alla fine Eudocia, convinta dell’irrimediabile perdizione del figlio, lo disconosce, affidandolo a Dio. Solo gli chiede la promessa che, almeno per stanotte, starà lontano da Hypatia: non vuole morire figurandoselo insieme con la maledetta.
Partito Oreste, Eudocia invoca la vendetta di Dio e ordina all’ancella di esporre la fiaccola, ma questa rifiuta e fugge per tentare di salvare Hypatia. La espone Eudocia di persona, scatenando la folla inferocita, già radunata sotto casa.

Atto II, Scenario II

Notte, tra le gigantesche rovine del tempio di Serapide, abbattuto per ordine di Teodosio. Hypatia ha mantenuto la sua sfida. Proprio qui, tra queste imponenti rovine interdette ai devoti dell’antico culto, e da tempo abbandonate, si sono radunati, su suo invito, i pochi alessandrini rimasti fedeli alle antiche divinità. E qui, all’insolita luce di torce e fuochi votivi, si svolgerà un rito misterioso, seguito e condiviso da una variopinta folla in festa. 

scorcio notturno del tempio di Venere e Roma
Nulla, ch’io sappia, è rimasto dell’Alessandria greco-romana.
Delle imponenti rovine del Searapeo, teatro della ‘sacra rappresentazione’ di Hypatia,
può forse dare un’idea questo scorcio notturno del Tempio di Venere  e Roma.


Preceduta da musici e sacerdotesse in abito purpureo, entra Hypatia, vestita di bianco e coronata di fiori, seguita da persone addette al culto, da Teone e filosofi, da gente del popolo. Sale i gradini di quel che resta dell’antico altare, e prega Dio, concepito in termini neoplatonici. Quindi si rivolge alla folla, invitando al coraggio e alla forza necessari per sostenere la lotta scatenata dai cristiani.

Il rito appena cominciato è interrotto da un inquietante rumore di armi. No, non sono i temuti galilei; è Oreste, scortato da guardie unne, accolto con esultanza dagli elleni, che gli chiedono protezione. Tenero colloquio tra i due, interrotto dal sacro araldo, che invita tutti al silenzio e a spegnere le fiaccole. Hypatia si ritira, Oreste si accosta all’altare, scosso dalla dolorosa visione della madre corrucciata. Buio.

Riprende il rito religioso, una iniziazione – voluta da Hypatia – “al sacro e arcano senso / del flusso de la vita e de la morte”, necessaria a sostenere lo scontro imminente.  Presto ci accorgiamo che ciò che si sta svolgendo sotto i nostri occhi è una sorta di “sacra rappresentazione” pagana: la solenne commemorazione del millenario momento di reincarnazione delle anime, ripreso pari pari dal platonico mito di Er.

Nel buio si odono voci. Sono le anime provenienti dal Tartaro, di coloro, cioè, che hanno concluso la lunga espiazione delle colpe commesse nella vita precedente (Coro I). Specularmente rispondono le anime scendenti dal Cielo, premiate per la saggia condotta nella vita terrena, e ora destinate a nuova prova (Coro II). Ed ecco un raggio di luce bianchissima, verticale su Hypatia, illumina la scena. Su un trono, al centro, vediamo assisa lei, Hypatia, nelle vesti auguste della Necessità. Attorno a lei girano, a passo di danza, mime disposte in otto cerchi concentrici a rappresentare le orbite dei corpi celesti. Di fronte  alla Necessità stanno i troni delle Parche (Cloto, Lachesi, Atropo).
Dileguatesi le mime, entrano in scena, dai due lati, le anime dei purificati e quelle dell’empireo: si fondono accogliendosi come chi si rivede dopo lunga assenza (lunga un millennio, infatti!). Lo jerofante (propriamente interprete e guida del rito) prende manciate di spighe dal grembo di Lachesi e le sparge al suolo. A turno le anime scelgono ciascuna una spiga (il destino che determinerà la nuova vita!), poi, dal grembo di Lachesi, una sferetta luminosa, simbolo del genio tutelare che le assisterà nella vita incipiente. Ciò fatto, si dispongono attorno al trono della Necessità, ritta in piedi e con le braccia verso di esse. Quindi, all’invito delle Parche, tutte si dirigono verso la pianura del Lete, mentre la Necessità si inabissa lentamente.

“Sàlvati, Hypatia, sàlvati!” – grida Izèbel irrompendo sulla scena. A Oreste rivela che i fanatici cristiani hanno giurato di uccidere la donna e sono già qui. Si avanza Pietro, che promette salvezza a tutti purché gli sia consegnata “la scellerata”. Ma Oreste con le sue guardie e i pochi elleni non fuggiti li ricaccia verso il fondo, mentre donne e bambini accorrono intorno a Hypatia. Voci femminili annunciano che i “parabolani” (tra i cristiani quelli di più ottuso fanatismo) incendiano le case. Hypatia le rassicura: se il prezzo della salvezza è il suo sangue, è pronta a versarlo. “L’Ellade muore” – conclude desolatamente il canto – o pianto – delle donne.


Atto III

Piazza d’Alessandria. A sinistra la chiesa del Cesareo, a destra la casa di Oreste. Notte. La chiesa è aperta e illuminata. Fedeli inginocchiati sui gradini e anche nella piazza.

Pietro incita la folla di fedeli (che reclamano vendetta per Ammonio), esortandoli a non lasciarsi ingannare dall’aspetto seducente della nemica. Eccitati e furiosi, si disperdono urlando verso il fondo, in direzione dei giardini imperiali.

Entra in scena Hypatia, ancora con gli abiti rituali dell’atto precedente, seguita da Izèbel che inutilmente la esorta a fuggire. Giungono elleni con pessime notizie. Tra essi Teone, che scongiura la figlia a partire: una nave è pronta a portarli lontano. Urla remote e suon di corni fanno credere a Hypatia che Oreste abbia vinto; invano alcuni avvertono che sono i galilei. Qualcuno afferra Teone e lo trascina lontano dal pericolo.

Giungono marinai e schiavi ubriachi, preceduti da Jerace. Le due donne si ritirano verso il pozzo, posto in primo piano sul lato destro della scena. Alcuni riconoscono Hypatia e vorrebbero metterle le mani addosso; altri (ariani) chiedono perché. Perché – spiega Jerace – a quanto si dice, è per i suoi filtri magici che Oreste è nemico dei cristiani. I due gruppi litigano. Izèbel ne approfitta per spingere Hypatia nel Cesareo, mentre lei resta fuori, richiudendo la porta.

Ed ecco i cristiani, guidati da Pietro. Riconoscendo Izèbel, il caporione la minaccia di morte se non svela il nascondiglio di Hypatia. Spaventata, la donna indica l’abitazione di Oreste. I cristiani accorrono intenzionati a incendiare la casa quando, vestito di nero e pastorale in mano, appare Cirillo. Rimprovera Pietro per l’attentato alla dimora del prefetto. “Signor… – gli risponde – la donna / che per incarco tuo cerchiam… lì entro / s’è rifugiata”.  
Ma ecco Oreste. Ardente di sdegno, attraversa impavido la folla e affronta Cirillo, accusandolo di aver ucciso una donna per colpirlo. Non per odio mi son mosso contro di lei – gli risponde il vescovo – “ma perché in essa alligna / la radice del mal che ci divide!”. Ad ogni modo Hypatia è viva, rifugiata nella tua casa, in mio potere. Ho vinto – dice – ma voglio essere clemente. Ella sarà salva, purché parta immediatamente per l’esilio. Oreste nega, ma Cirillo ne ha intuito la disperazione interiore. Messagli paternalisticamente una mano sulla spalla, entra nella casa, seguito dallo sconfitto.  “Hypatia!” grida Oreste. La filosofa ode il richiamo dal suo rifugio e appare sulla porta della chiesa, serena, illuminata da un raggio di luna. Oreste – le dice Pietro – è entrato in casa insieme con Cirillo per annunziarti che avrai salva la vita in cambio dell’esilio. Hypatia non vuole, non può crederci. Nondimeno, “Son pronta a morire – esclama – ma prima di farmi abbandonare la mia città natale dovrete  svellermi le membra ad una ad una!”. Si riode il richiamo di Oreste. Hypatia risponde e si slancia verso l’abitazione. La folla cede, si apre… “Muoia!” grida qualcuno.  La massa inferocita si rinserra intorno a lei, ingoiandola. Piomba come un fulmine su quell’ammasso omicida Oreste, scindendolo. Troppo tardi. Lo vedremo riemergere sorreggendo tra le braccia il corpo inerte di Hypatia. “Ohimè! C’han fatto!... / Oh forsennati!” deplora il patriarca uscendo dalla casa.

Hypatia! Hypatia!” – compiange Oreste; “[…] Troppo splendevi a gli occhi di costoro; / perciò t’odiavano! Ad un’antica dea troppo eri simile… / perciò t’infransero…”.
La colpa è sua! / Falsa, al par de’ suoi falsi dei, fu essa!” – insulta il tristo lettore. Che paga sull’istante, trafitto dal prefetto, la sua temeraria impudenza.

L’anàtema su chi di voi si muove!” – grida il patriarca alla folla inferocita che vorrebbe linciare il prefetto che, incurante del pericolo, è assorto nella contemplazione della donna distesa al suolo. Poi, rivolto a Oreste, giura di non aver voluto lui la morte della donna, e gli ripropone la pace. “L’odio, l’odio furente come l’Idra / Oreste t’offre in cambio!” – risponde. E, rinfacciatogli ancora una volta l’assassinio, dà il suo addio alla “città maledetta”, votata alla tirannide, lasciandole, a perenne memoria, la sua spada insanguinata.
La folla, seguita da Cirillo e dai tedofori, porta in processione il corpo di Pietro dentro la chiesa. La porta si richiude. La scena rimane vuota e buia.

Tornano ad ardere le stelle. Hypatia, agonizzante, rialza il capo a contemplarle ancora una volta. Il loro lucore sbiadisce gradualmente, sopraffatto dalle fosche fiamme degli incendi appiccati dai cristiani. A quella luce sinistra diventa visibile a Hypatia (e agli spettatori) l’immagine bizantina del Redentore sulla facciata della chiesa.

Oh uomo, o dio… per te che son? Perché…
perché mi fissan gli occhi tuoi in tal modo…
perché son essi lacrimosi e tristi?
È forse per pietà… di me… che piangi…?
 
Sono le ultime parole di quella donna meravigliosa, vittima del fanatismo ignorante. “Ella muore. – dice la didascalia – I battenti de l’ecclesia si aprono lentamente e ne esce una luce che cade sul corpo d’Hypatia”. Evidentemente a indicare che il Redentore è con lei, non con gli assassini. E sarebbe stata una splendida conclusione. Ma l’autore fa risuonare un coro interno:

O Signor, cos’è l’uom, che n’abbi cura?
Cos’è il figliuol de l’uomo
che tu ne faccia conto?
Simile a vanità
è l’uomo; i giorni suoi son come l’ombra
che passa.

Lo scopo, certo, è quello di proiettare la tragedia d’Ipazia sullo sfondo della miseria umana. Ma, a mio modesto parere, è una conclusione alquanto scontata, e anche un tantino incongrua, messa in bocca a un coro di bruti che dell’umanità ha appena fatto scempio.


Spunti di analisi

La lunghezza del riassunto – necessaria a una visione chiara e completa della trama e delle motivazioni e carattere dei personaggi – m’impone, in sede di analisi, di limitarmi a qualche spunto, che il lettore potrà sviluppare in proprio.

a) la storia

La composizione del libretto fu preceduta, da parte dell’autore, da studi e ricerche accuratissime. Il frutto di queste fatiche è facilmente rilevabile nella precisa collocazione dei fatti sullo sfondo della turbolenta Alessandria dell’epoca (e, a un livello più alto, nel quadro del trionfo del cristianesimo sulla civiltà pagana); nella altrettanto precisa collocazione ideale della protagonista nella filosofia neoplatonica, e, soprattutto, nel rispetto dei dati storici essenziali.  È questo che gli consente, circa l’inevitabile nodo problematico della responsabilità diretta del patriarca, una scelta equlibrata, che si traduce nel lasciare il problema irrisolto. Alla precisa domanda di Eudocia, Pietro non dà risposta.  È vero che, poi, al vescovo designa Hypatia come “la donna / che per incarco tuo cerchiam”, ma l’ordine di cercarla non implica quello di ucciderla, e, meno che mai, di farne strazio.  E, d’altra parte, il patriarca giura, in un momento solenne che renderebbe mostruoso un falso giuramento, di non aver voluto lui la morte della donna. Sempre per bocca di Pietro viene invece individuata con precisione – a mio modo di vedere – la vera causa della morte della filosofa: non quella, ridicola, dell’invidia, ma la protezione che – tramite l’amicizia del prefetto – ella esercita sui superstiti pagani. E dunque, in definitiva, l’insanabile conflitto ideale.

b) Hypatia e Oreste: due sconfitti

Nobilissima la figura di Hypatia, sintesi e personificazione di una civiltà splendida ma ormai al tramonto. «Del mondo antico – dice giustamente Pietro – costei è la sola fiamma che arda ancor».  Una sopravvissuta, certo, ma ben risoluta a non abbandonare la lotta.
Nonostante l’affetto e la stima di cui la circondano i suoi partigiani, è sostanzialmente sola. I pagani superstiti si affidano a lei, ma non sono in grado di difenderla dalle orde di monaci fanatici e risoluti, e dall’isteria della plebaglia che li segue. Oreste ne è innamorato e cerca di aiutarla, ma in fondo nemmeno lui la capisce (e la donna ne è ben consapevole): troppo alti gli ideali di lei, troppo lontani dalla meschina realtà quotidiana.
Hypatia lotta sino alla fine, accettando di pagare con la vita la fede nella cultura e l’attaccamento alla sua un tempo splendida città natale: se volete cacciarmi – dice con tragica preveggenza – dovete prima svellermi le membra ad una ad una! Oreste, a sua volta, scopertosi disarmato e impotente di fronte al fanatismo ignorante e isterico, schifato e disperato abbandona patria e potere.

c) la forma

Il testo è redatto in versi, prevalentemente endecasillabi con inserzione frequente di settenari e, più raramente, di quinari. Lingua caratterizzata da una patina arcaizzante che contribuisce a sollevare la materia in un’aura di ieratica maestà, degna dello scontro finale di due mondi, l’uno al tramonto, l’altro nel momento della sua vigorosa ascensione.

Nel complesso, a mio modesto parere, un ottimo libretto, funzionale al suo ufficio di supporto o, meglio, di componente poetica del dramma in musica, dotato esso stesso di valore autonomo. Geniale, in direzione della wagneriana “opera d’arte totale” (Gesamtkunstwerk), l’inserzione del mito di Er. Nelle mani di un bravo coreografo, rispettoso del testo e della sua funzione (più che della propria narcisistica vanità), può diventare un momento di eccezionale spettacolarità, oltre che di profondo significato filosofico.

mosaico ravennate del Buon Pastore
Quanto più rispondente al Vangelo questa mite immagine di Cristo buon pastore
piuttosto che quella violenta e vendicativa dei fanatici alessandrini!
Eppure l’anonimo mosaicista ravennate la compose solo qualche decennio dopo l’assassinio di quella
adorabile filosofa, prediletta da Dio”!

giovedì 12 settembre 2019

Hypatia, melodramma di R. Caetani. 2. Responsabilità dell’assassinio d’Ipazia.





mosaico che rappresenta filosofi
Filosofi.
C’è chi in questo mosaico pompeiano vuol vedere
una rappresentazione ideale dell’Accademia di Platone.
 Osservate il mantello del personaggio più lontano:
è tipico dei filosofi antichi.
Avvolta in quel mantello, stando alla Suda, girava Ipazia,
incurante di chi mugugnava osservando ch’era indumento maschile.




Premessa

La tragica fine di questa meravigliosa donna della tarda antichità – da Caetani assunta a protagonista della propria “azione drammatica” – ha offerto irresistibile esca a chi ha pensato bene di gettare discredito sul cristianesimo, in particolare nella sua versione cattolica. Hanno cominciato gli anticlericali di varia origine e natura. Ma in anni a noi più vicini, i mangiapreti sono stati ampiamente surclassati dall’irrompere sulla scena di esponenti dell’estremismo femminista, che l’insigne filosofa alessandrina si sono indebitamente appropriati, trasformandola nella propria portabandiera. Poco importa che si tratti, non di rado, di persone senza nessuna preparazione filologica. C’è un tale che – in base a competenze e documenti che ignoro – scrive, sulla studiosa alessandrina, un articolo zeppo di ‘informazioni’ mirabolanti, e lo intitola Il folle martirio di Ipazia torturata e bruciata viva! Mi ricorda una collega di storia e filosofia che, esponendo la fine del Savonarola, fuorviata da santo sdegno contro gli assassini del frate domenicano, affermò che era stato “ucciso, impiccato e bruciato vivo”! (La frase fu registrata dai suoi alunni, che poi per lungo tempo ne risero benevolmente con lei, che peraltro era brava e benvoluta).
Le affermazioni più oltranziste, spesso prive di fondamento, sono poi assunte come verità incontestabili, e come tali più o meno innocentemente ripetute, da tante brave persone digiune di conoscenza dell’antichità ma forti di incrollabile fede nei loro feticci ideologici.
Il tentativo di rettificare le numerose distorsioni apparse di recente richiederebbe, dunque, volumi. Più saggio, in questa sede, limitarsi, come già nel primo post (la studiosa alessandrina), a una “onesta lettura delle fonti”. È qui la radice di ogni discorso serio sull’argomento. Sennonché, pur alleggerito e sintetizzato al massimo, anche questo lavoro richiederebbe analisi filologiche indigeste ai più. E allora facciamo così: 


Esporrò per prima la versione che a me sembra più prossima alla verità dei fatti. Poi, per chi vorrà, farò seguire una sorta di appendice d’approfondimento, con una breve discussione delle altre.

Circostanze e responsabilità della morte di Ipazia. La versione di Socrate.

Il Socrate di cui qui si parla non è – ovviamente – il noto filosofo maestro di Platone e martire della ricerca filosofica.  È una personalità più modesta, e tuttavia importantissima per la ricostruzione della storia della sua epoca.
Vissuto, all’incirca, dal 380 al 450, è autore di una Storia ecclesiastica dal 305 al 439.  È uno storico serio e accurato. Laico, con qualche simpatia per correnti e personalità cristiane poco ortodosse, dà prova di sostanziale imparzialità. Ricordo, inoltre, che è l’unico, tra le nostre fonti (a parte il frammentario Filostorgio), ad essere contemporaneo ai fatti. E a disporre di testimonianze di prima mano. Viveva, infatti, a Costantinopoli dove, per ordine imperiale, fu avviato il relativo processo, destinato a finire insabbiato. Da storico qual era (e da avvocato di professione!) è difficile che non abbia sentito di persona le parti, giunte nella capitale per perorare la causa davanti alla corte.

Estraneo a trattazioni filosofiche, Socrate racconta la morte di Ipazia per illustrare il quadro del conflitto di potere, nella città di Alessandria, tra l’autorità politica, rappresentata dal prefetto Oreste, e quella religiosa, impersonata dal focoso vescovo Cirillo, sullo sfondo dei conflitti etnici e religiosi che affliggevano la società alessandrina del tempo (secondo decennio del V sec.).
Diamo un riassunto dei relativi capitoli per poi riportare in traduzione quello specificamente dedicato al nostro argomento.

Il popolo alessandrino – dice – è forse il più litigioso del mondo. Basta, a scatenare risse furiose, il tifo per i mimi (una sorta di danzatori-attori).
Così un sabato gli ebrei, liberi dal lavoro, accorsero numerosissimi ad uno spettacolo di pantomimi per applaudire il loro divo, e la festa degenerò in rissa. Il prefetto represse prontamente i disordini, ma nell’animo degli ebrei restò vivo il rancore verso gli avversari, individuati nei cristiani. 

Qualche tempo dopo, Oreste celebra in teatro una festa. Sono presenti ebrei e cristiani, specialmente i partigiani di Cirillo, interessati a spiare ogni gesto del prefetto. Tra di loro si distingue un maestro elementare, un certo Gerace, fanatico seguace del vescovo, noto per essere sempre il primo a innescare gli applausi a ogni suo discorso. Gli ebrei cominciano a inveire contro di lui, accusandolo d’essere venuto a teatro solo per provocare. Oreste, che detesta l’arroganza e le ingerenze del patriarca, lo fa prendere e frustare. Cirillo convoca i caporioni degli ebrei e li ammonisce a non provocare altri disordini contro i cristiani.
Poco tempo dopo, il silenzio notturno di vari quartieri è squarciato da urli: la chiesa di Alessandro è in fiamme. I cristiani accorrono per spegnere.  È una trappola: i congiurati ebrei fanno strage degli ignari volenterosi. Il giorno dopo la verità viene a galla. Cirillo, seguito da gran numero di cristiani, attacca le sinagoghe ed espelle dalla città gli ebrei, confiscandone gli averi. Oreste ne è angustiato, e, sentendosi impotente, denuncia la cosa all’imperatore. Così fa anche Cirillo, peraltro costretto dal popolo a chiedere l’amicizia di Oreste. Ma il prefetto rifiuta ostinatamente ogni tentativo di riconciliazione. E in molti si chiedono le ragioni di tanta ostinazione.

Nel frattempo scende in campo un gruppo di monaci del monte Nitria, animati da un fanatismo ottuso. Un’orda di circa cinquecento di questi invasati lascia i conventi e scende in città. Bloccano il prefetto per la strada accusandolo di essere pagano, sordi alle proteste dell’interessato che si dichiara cristiano, battezzato a Costantinopoli. Un tale, di nome Ammonio, dà inizio alla sassaiola colpendo il prefetto alla testa. L’incredibile impudenza e audacia di questo criminale si spiega, forse, con la fiducia nel numero dei suoi compagni. Infatti le guardie del corpo fuggono terrorizzate.  È il popolo che salva il prefetto. Questo brav’uomo, evidentemente inadeguato al compito di governatore, ha almeno il merito d’essersi saputo conciliare l’amore del suo popolo, che coraggiosamente interviene contro gli scalmanati salvandolo e catturando l’attentatore. Ammonio viene bastonato e messo a morte. Cirillo lo fa seppellire sotto falso nome e venerare come martire. L’odio verso il prefetto (evidentemente da parte di cristiani fanatici) si approfondisce, coinvolgendo quelli che, a torto o a ragione, sono sospettati d’essere suoi sostenitori e magari consiglieri.


«C’era in Alessandria una donna, di nome Ipazia. Era figlia del filosofo Teone, e si era spinta tanto avanti negli studi da primeggiare tra i filosofi del tempo, così che fu lei a raccogliere la  successione nella scuola platonica derivata da Plotino ed esponeva tutti gli insegnamenti filosofici  a quelli che volevano seguirla. Perciò quelli che intendevano praticare la filosofia accorrevano a lei da ogni luogo. A causa della straordinaria libertà di parola riconosciutale in grazia della sua cultura, frequentava con semplicità anche i potenti, e non mostrava alcun imbarazzo a trovarsi in mezzo agli uomini; tutti, infatti, conoscendone l’irreprensibilità di costumi, ne avevano un sacro rispetto. E allora il livore si armò contro di lei. Poiché, infatti, s’incontrava con Oreste piuttosto spesso, questo fatto suscitò contro di lei nella massa dei fedeli la calunnia che fosse proprio lei a dissuadere Oreste dal trovare un accordo amichevole col vescovo. E appunto uomini dalla testa calda, guidati da un tale di nome Pietro, lettore, messisi d’accordo, le tendono un agguato mentre rientrava a casa, e, tiratala giù dal carro, la trascinano alla chiesa detta Cesareo e, spogliatala, la uccisero con frammenti di terracotta. E, fattala a pezzi, ne portarono le membra in un luogo chiamato Cinaro e le distrussero col fuoco. Questo fatto apportò non poca infamia a Cirillo e alla chiesa alessandrina: uccisioni, risse e simili sono, infatti, assolutamente estranee a chi medita gli insegnamenti di Cristo. E queste cose accaddero nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, decimo consolato di Onorio, sesto di Teodosio [= 415 d.C.], nel mese di marzo, durante la Quaresima».  

 




ritratto femminile da el fayyum
Ritratto femminile da El Fayyum (Egitto).
Con la profonda tristezza del suo viso
potrebbe ben rappresentare la sua conterranea alessandrina.
Magari mentre riflette sulla stoltezza umana,
o mentre contempla qualche arcano presagio della sua tragica fine.


Questi sono i fatti così come sono narrati dall’unica fonte contemporanea giunta integra fino a noi. Fonte quanto mai attendibile. «Pur commettendo gravi errori e non comprendendo talora le questioni dottrinali» scrive di Socrate S. L. Greenslade, «egli è generalmente giudizioso e diretto, semplice nello stile, interessante per la sua prospettiva laica». E, almeno per quanto riguarda la fine di Ipazia, dimostra, a mio parere, un raro equilibrio.
 È facile vedere che, mentre non tace delle ingerenze del vescovo alessandrino in ambiti di pertinenza del potere civile (ma forse tali ingerenze non facevano che colmare vuoti aperti dall’incapacità del prefetto a mantenere la pace sociale), gli addossa grosse responsabilità per il clima di tensione nel quale quell’omicidio matura, e perciò fa ricadere anche su di lui – riconosciuto capo spirituale – l’infamia riversatasi sulla chiesa alessandrina. Ma implicitamente lo scagiona da responsabilità dirette. L’assassinio di Ipazia viene correttamente attribuito al fideismo cieco di una massa di cristiani convinti che fosse lei l’ostacolo alla desiderata riconciliazione del potere civile con quello religioso. Vittime, a loro volta, quegli assassini, del fanatismo di un’orda di monaci brutali ed ignoranti (ché uccisioni, risse e simili sono assolutamente estranee a chi medita gli insegnamenti di Cristo!). Più limpido di così…

Eppure già nell’antichità nacquero e si diffusero altre spiegazioni. Ed era certo inevitabile, dato il clima infuocato di quei giorni. Ma, esaminate oggi, rivelano, a mio avviso, la loro scarsa attendibilità.

 
sala biblioteca d'alessandria ricostruzione ideale
Biblioteca d’Alessandria
(ricostruzione ideale di una sala).
Qui era contenuto tutto il sapere
dell’antichità greco-latina.



Approfondimenti (per chi non s’accontenta!)


1.  Osservazioni sulla traduzione

a)   «così che fu lei a raccogliere la  successione nella scuola platonica derivata da Plotino»

Scrive Socrate:
hōs tn de Platōnikn apò Plōtìnou katagoménēn diatribn diadéxasthai (ς (…) τν δ Πλατωνικν από Πλωτίνου καταγομένην διατριβν διαδέξασθαι). Cioè: assunse lei la funzione di scolarca, di caposcuola, di guida della scuola filosofica platonica derivata da Plotino. In altri termini: grazie all’altissimo prestigio di cui godeva, fu riconosciuto proprio a lei il ruolo di capo tra i cultori di filosofia accomunati dalla condivisione del neoplatonismo. Ho riportato il testo greco per dar modo, a chi lo conosce, di sincerarsi di cosa dice l’autore, perché di questa espressione càpita di leggere interpretazioni… diciamo piuttosto curiose.

b)   «E allora il livore si armò contro di lei»

La parola greca phthònos (φθόνος), generalmente tradotta con “invidia” ha, come il corrispondente lat. invidia, un significato più ampio (“malanimo”, “astio”, “ostilità”, “rancore” e sim.). Qual è l’esatto significato che assume nel nostro testo? “Invidia”, si dirà; per le frequentazioni altolocate. All’origine dell’assassinio ci sarebbe, dunque, l’invidia per la sua posizione sociale privilegiata. Può essere. Ma a me sembra che Socrate spieghi chiaramente (gàr – it. “infatti” – è una congiunzione dichiarativa, che annuncia una speigazione) che i sentimenti suscitati dalle frequentazioni di Ipazia sono d’ostilità generata non da invidia, ma dalla convinzione che sia proprio lei, pagana, ad alimentare l’ostinazione del prefetto contro il vescovo.

c) «la uccisero con frammenti di terracotta»

La parola gr. òstrakon, usata da Socrate, designa propriamente ogni oggetto di terracotta, da tegole a mattoni, a vasellame integro, a cocci... (Ricordate l’ostracismo, detto così perché i votanti segnavano su “schede” costituite da cocci di riuso il nome dell’infelice candidato all’esilio!). Può significare anche conchiglie, ma qui mi sembra francamente fuori luogo. Restano comunque poco chiare le precise modalità della morte. Il confronto col testo di Giovanni di Nicio (v. sotto) mi fa pensare che la povera donna sia stata finita col lancio di schegge di tegole, mattoni o altro (che nelle vicinanze ci fosse una discarica?), usati come ciottoli per lapidarla; forse – per colmo di crudeltà – mentre l’infelice cercava una qualche via di scampo dalla folla inferocita.


2.      SUDA

Il compilatore del lessico Suda (fine del X sec.) alla voce “Ipazia” si limita a riassumere acriticamente quanto leggeva in due autori: Esichio (prime 12 righe) e Damascio (le 60 restanti).

2a. Esichio (storico pagano morto verso il 530: scrive, dunque, circa un secolo dopo i fatti):

«Fu fatta a pezzi dagli Alessandrini: il suo corpo fu oltraggiato e disperso per tutta la città. Soffrì questo a causa dell’invidia e della sua superiore cultura, soprattutto in fatto di astronomia. Secondo alcuni, per responsabilità di Cirillo, secondo altri per la sfrontatezza e la faziosità degli Alessandrini».

Come si vede, di contro alla razionale, precisa ricostruzione di Socrate, qui abbiamo un mucchietto di ipotesi sconclusionate, da quella piuttosto puerile dell’invidia, a quella della diretta responsabilità di Cirillo, a quella del carattere fazioso  degli Alessandrini. Esichio sembra propendere per quest’ultimaotesi (da Socrate relegata sullo sfondo), ripudiando così le altre. Tant’è vero che si affretta ad aggiungere, quasi a riprova, che simile sorte era toccata anche ad altri. E conclude: «Ciò che dovette subire Ipazia è la dimostrazione del carattere litigioso degli Alessandrini».

2b. Damascio (filosofo neoplatonico, ultimo scolarca del neoplatonismo ateniese, fino alla chiusura della scuola (Accademia) da parte di Giustiniano nel 529):

Damascio parlava incidentalmente d’Ipazia nella sua Vita d’Isidoro (il filosofo neoplatonico che Esichio aveva appioppato a Ipazia come “marito”, forse tratto in inganno dalla condivisione, tra i due, di niente più che simpatie per il neoplatonismo.
È lui l’autore del quadretto riportato nel post precedente e che qui riprendo:
«Ora un giorno avvenne che Cirillo, a capo della setta religiosa avversaria, passando accanto alla casa di Ipazia, vide davanti alla porta una gran ressa confusa di uomini e di cavalli: alcuni si avvicinavano, altri si allontanavano, altri sostavano. E avendo chiesto che cosa fosse quell’assembramento e a che si riferisse tutto quel chiasso davanti alla casa, gli fu risposto dai seguaci che quella era l’abitazione della filosofa Ipazia, e che quella gente era lì appunto per salutarla».
E continua:
«Venuto a sapere questo, il suo animo ne fu morso a tal punto che ben presto ordì il suo assassinio, il più sacrilego degli assassinii. Essendo lei uscita secondo il suo solito, l’assalirono in gruppo compatto molti uomini brutali, e, veramente abominevoli (né della vista degli dèi tennero conto alcuno, né della vendetta degli uomini), uccisero la filosofa, marchiando la loro patria dell’infamia di questo efferato delitto».
Prosegue accennando al processo penale, avviato per ordine imperiale, e finito poi insabbiato per corruzione. (Come vedete, in caso di delitti con risvolti politici non è che nel V sec. le cose andassero molto meglio di oggi!).

E veniamo a qualche considerazione critica, cominciando da un paio di problemi interpretativi.

a) «il suo animo ne fu morso» 
  
Il testo greco scrive dechthnai tn psychn (δεχθναι τν ψχν): proriamente “ne fu morso nell’animo”, cioè “se ne sentì ferito nell’animo”.  Che la “ferita” fosse dovuta all’invidia è interpretazione arbitraria, e – mi pare – alquanto volgare. Più probabile che faccia riferimento allo sgomento, e allo sdegno, di un uomo di chiesa nel constatare di persona (lui che a quel poco che sopravviveva dell'antico paganesimo aveva dichiarato guerra senza quartiere!)  di quanto prestigio e affetto fosse circondata quella ‘abominevole’ pagana.

b) «essendo lei uscita»

La parola greca corrispondente (proelthoùsē) è participio aoristo di proérchomai. Il significato proprio di questo verbo è “venire avanti”, “farsi avanti”. Unito a hōs eiōthòs (“come d’abitudine”, “secondo il solito”) farebbe pensare che l’autore voglia dire: “uscita e fattasi avanti secondo il suo solito”… Questa interpretazione ci fa vedere Ipazia nell’atto abituale di uscire e inoltrarsi in mezzo alla  folla di ammiratori per scambiare con loro qualche parola, per ricambiare il saluto e l’affetto… Bellissima immagine, che mi tenta molto. E il fatto di venire uccisa proprio mentre con quel gesto esprimeva tutta la sua umanità e amabilità, orribile nella realtà, sarebbe, come finzione poetica, immagine degna di un grande tragico. Ma altrettanto onestamente bisogna riconoscere l’assoluta inverosimiglianza di tale interpretazione. Sembra arduo pensare che lì per lì, su due piedi, i seguaci di Cirillo possano avere osato massacrare Ipazia senza restare vittime, a loro volta, della rabbia degli ammiratori della filosofa. Del resto, a smentire un’ipotesi tanto bella quanto stravagante, c’è la ben altrimenti circostanziata ricostruzione di Socrate.
Quello che non si può mettere in dubbio è certo il fatto che, a detta dello storico, l’assassinio vada ascritto, come mandante, proprio a Cirillo. Come si spiega tutto ciò?

Bisogna sapere che Damascio contro i cristiani aveva, non senza ragione, il dente avvelenato. Su loro istanza, infatti, nel 529 l’imperatore Giustiniano aveva ordinato la chiusura dell’Accademia, la Scuola fondata da Platone, che – sia pure con un oscuramento di alcuni secoli (mancano notizie sicure della sua attività nei primi tre secoli della nostra era) – era riuscita a sopravvivere per ben novecento anni! Dell’Accademia era in quel momento capo riconosciuto proprio il nostro Damascio, che ne fu tanto addolorato (e giustamente sdegnato) che per qualche anno andò via da Costantinopoli. 
Questo sciagurato evento spiegherebbe, a mio parere, se non l’invenzione da parte di Damascio della diretta responsabilità di Cirillo, quanto meno la prontezza ad accogliere come vera una versione già esistente ma ispirata da analoghi sentimenti di ostilità contro i cristiani.



Quello che non si può mettere in dubbio è certo il fatto che, a detta dello storico, l’assassinio vada ascritto, come mandante, proprio a Cirillo. Come si spiega tutto ciò?
Bisogna sapere che Damascio contro i cristiani aveva, non senza ragione, il dente avvelenato. Su loro istanza, infatti, nel 529 l’imperatore Giustiniano aveva ordinato la chiusura dell’Accademia, la Scuola fondata da Platone, che – sia pure con un oscuramento di alcuni secoli (mancano notizie sicure della sua attività nei primi tre secoli della nostra era) – era riuscita a sopravvivere per ben novecento anni! Dell’Accademia era in quel momento capo riconosciuto proprio il nostro Damascio, che ne fu tanto addolorato (e giustamente sdegnato) che per qualche anno andò via da Costantinopoli. 
Questo sciagurato evento spiegherebbe, a mio parere, se non l’invenzione da parte di Damascio della diretta responsabilità di Cirillo, quanto meno la prontezza ad accogliere come vera una versione già esistente ma ispirata, comunque, da analoghi sentimenti di ostilità contro i cristiani.

3.  Filostorgio

La malevola versione di Damascio concorda, in buona sostanza, con quella tramandata da Filostorgio. Più o meno contemporaneo di Ipazia e di Socrate (e come quest’ultimo, vissuto a Costantinopoli), scrisse una Storia della Chiesa, andata perduta salvo frammenti conservati in vari autori e un riassunto, arricchito da estratti, tramandato da Fozio (metà del IX sec.). Già per Fozio, patriarca controverso, ma di indiscutibile cultura e acutezza critica, Filostorgio non gode di alcuna credibilità. La sua Storia, più che altro, è un “elogio degli eretici” – scrive – “nuda accusa e riprensione dei seguaci della retta dottrina”. Soprattutto più in questo caso, aggiungerei: Filostorgio, infatti, è apertamente schierato sul fronte ariano, una dottrina che Cirillo combatté aspramente per tutta la vita.

4. Giovanni di Nicio

Narrazione abbastanza articolata è quella che possiamo leggere nella Cronaca di Giovanni di Nicio, in Egitto, composta qualche decennio dopo l’invasione araba (dunque nella II metà del VII sec.) in greco e, parte, in copto; giuntaci in una traduzione etiopica piuttosto sgrammaticata, condotta, a sua volta, su una traduzione araba, non priva di errori e fraintendimenti, e anch’essa perduta. Io, a mia volta, traduco da una vecchia traduzione francese (di Hermann Zotenberg), sperando che, al termine di tutte queste traversie, del pensiero dell’autore resti almeno l’essenziale.

Giovanni (che il Signore l’abbia in gloria) è un pio vescovo monofisita. Per lui tutti gli imperatori e funzionari che hanno favorito il cristianesimo sono “santi” (a cominciare dal beato San Costantino imperatore!) o almeno “amici di Dio” (come l’imperatore Teodosio), e comunque “di felice memoria”. Quelli favorevoli al paganesimo (o a correnti “eretiche”) sono ispirati da Satana.
Anche Ipazia, filosofa esperta di « magia, astrologia e musica », soggiace al suo potere, e con gli artifici di Satana “seduce molte persone”. Giovanni colloca correttamente la sua morte sullo sfondo di contrasti etnico-religiosi, in particolare tra ebrei, presuntuosi e arroganti, e cristiani, vittime della loro prepotenza. Cirillo è irritato con Oreste, succubo della seduzione di Ipazia, per la sua presunta connivenza con gli ebrei, e, più ancora, per l’uccisione del “venerabile monaco” Ammonio (quello della micidiale sassata contro il prefetto!). Dopo il massacro di cristiani attratti con l’inganno del falso incendio, «la folla dei fedeli del Signore, sotto la guida del magistrato Pietro, perfetto servitore di Gesù Cristo, si mise alla ricerca di questa donna pagana che, con le sue arti magiche aveva sedotto molte persone della città e il prefetto. Scoperto il luogo dove si trovava, al loro arrivo i fedeli la trovarono seduta in cattedra (assise en chaire). La fecero scendere e la trascinarono alla chiesa chiamata Cesaria. Questo accadeva durante la Quaresima. Spogliatala, la fecero uscire e la trascinarono per le vie della città, fino a farla morire, e la portarono in un luogo chiamato Cinaro dove bruciarono il suo corpo. Tutto il popolo circondava il patriarca Cirillo e lo chiamava il nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città degli ultimi resti dell’idolatria».

 È facile notare concordanze e discordanze rispetto a Socrate. In ogni caso, alla guida della squadraccia troviamo il solito Pietro, da “lettore” promosso a “magistrato”. Da nessuna parte, nel corso del capitolo si dice che l’ordine fosse partito da Cirillo. L’ultimo periodo sembrerebbe testimoniare la partecipazione del vescovo all’uccisione o, quantomeno, alla cremazione. Credo sia un’interpretazione errata (oltretutto, se Cirillo fosse stato presente, energico e autoritario com’era, avrebbe assunto personalmente la guida delle operazioni, senza lasciarne la “gloria” all’oscuro lettore). Stranamente, però, nel sommario del capitolo riportato nell’Indice (non sempre tali sommari concordano con l’effettivo contenuto) Cirillo viene esplicitamente individuato come mandante.  È  dunque probabile che Giovanni abbia creduto alla versione sfavorevole a Cirillo; tanto più che per lui l’eliminazione di quella che gli appare come l’ultimo baluardo del paganesimo non sembra costituire un problema morale.

5. Giovanni Malala (VI sec.)

Nella sua Chronographia accenna alla morte di Ipazia con un’espressione che parrebbe chiamare in causa Cirillo. Circa quel tempo – scrive – gli Alessandrini, «avutane licenza dal vescovo [insomma: ottenutane la connivenza], bruciarono con legna la celebre filosofa Ipazia». Ma come storico Giovanni Malala (parola siriaca che significa “retore”) non merita molto credito. “Poco critico, confuso e spesso puerile” lo definisce Arnaldo Momigliano. Che faccia confusione (probabilmente a causa di una lettura delle fonti molto frettolosa) lo rivela già solo il passo appena citato. A parte che altro è bruciare una persona e altro bruciarne il cadavere, che significa “con legna”? Viene da chiedere: e con cosa volevi che la bruciassero? (La benzina non era ancora in uso!). La spiegazione, probabilmente, si può trovare partendo da una nota di Zotenberg. Nel descrivere la situazione alessandrina al tempo di Cirillo, il buon vescovo ricorda che quei bravi fedeli «ripieni di santo zelo, radunarono una grande quantità di legna e bruciarono il covo dei filosofi pagani» (La biblioteca annessa al tempio di Serapide? La grande Biblioteca annessa al Museo? O addirittura il Museo nel suo complesso?). A questo punto Zotenberg si chiede se ci sia relazione tra questo passo e la frase di Malala. Con tutta la cautela del caso (non sono uno specialista), io azzarderei una risposta positiva. Evidentemente i due autori attingono alla stessa fonte, solo che Malala fa una gran confusione.



Torniamo al melodramma di Caetani

Bene. Questo è il quadro dei fatti storici che Roffredo Caetani ha assunto come materia della propria opera d’arte; opera di poesia (è suo il libretto) e, più ancora, capolavoro musicale. Ne parleremo, finalmente, a partire dal prossimo post.




Riconoscimenti:
 1. l'originale del mosaico dei filosofi è nel Museo nazionale di Napoli;
 2. la foto della Biblioteca alessandrina è presa dal sito danielemancini-archeologia;
 3. del ritratto da El Fayyum non conosco la posizione.