mercoledì, luglio 03, 2019

Humanitas 3 - L’opposizione democratica e catoniana




ruderi di acquedotto romano
Inferiori ai Greci sul piano estetico
i Romani li superarono sul piano pratico-ingegneristico
come nella costruzione di imponenti acquedotti

La penetrazione della cultura e della mentalità greca a Roma (Humanitas 2) incontrò – si è già accennato – una tenace opposizione, sia sul piano delle idee che su quello giuridico.

Di seguito esamineremo le ragioni sociali, ideali e politiche che, largamente diffuse, avevano trovato un interprete particolarmente severo in Catone. Prima, però, accenneremo a qualche episodio di ricorso a strumenti giuridici come estrema risorsa per arginare quella propagazione che, benché lenta e limitata agli ambienti controllati da poche famiglie aristocratiche, appariva, agli occhi dei tradizionalisti, singolarmente insidiosa e foriera di pericoli futuri.
Anche in quei tempi, infatti, come spesso accade, dove non bastavano le proteste verbali, i mugugni, i moniti allarmistici, i tradizionalisti ricorrevano all’autorità dello Stato. A più riprese furono banditi da Roma filosofi e retori greci: nel 173, nel 161, e, infine, nel 155 a.C.


1. L’opposizione sul piano giuridico

In quell’anno erano giunti a Roma – ambasciatori di Atene per trattare il condono di una multa – tre filosofi, tra cui l’accademico Carneade (sì, quello che confonde le idee al povero don Abbondio: “Carneade! Chi era costui?”). Durante la loro permanenza a Roma i tre non seppero rinunciare a tenere pubbliche conferenze su problematiche filosofiche.
I giovani romani, stupiti ed eccitati da discorsi per loro assolutamente nuovi, accorrevano in massa ad ascoltatore quei personaggi esotici dotati di parlantina brillante e logica tagliente. Ma, tra gli ascoltatori più attenti, non c’erano solo giovani entusiasti. C’era anche chi – come Catone, sospettoso di ogni novità – era lì per verificare che non si facessero discorsi “politicamente scorretti”. 
Se ne facevano, infatti. Carneade un giorno sostenne che la giustizia è una virtù insita nella natura umana, e dunque universalmente valida. Discorso corretto: nessuna obiezione da parte di Catone. Sennonché, il giorno successivo, lo stesso filosofo sostenne, in modo non meno convincente, la relatività della nozione di giustizia. Del resto – aggiungeva quel diabolico greco – se la giustizia fosse un concetto obiettivo e universalmente valido, voi Romani dovreste restituire tutto quello che avete tolto a una miriade di popoli, e tornare a vivere nelle miserabili capanne dei tempi di Romolo!
Superfluo dire che, il giorno dopo, i tre filosofi ricevettero l’ingiunzione di sgombero immediato.



2. Catone il Censore, leader dell’opposizione

tratto della Via Appia

… o nella costruzione di strade.
Qui un solitario tratto della Via Appia
che da Roma giungeva a Brindisi


Catone il Censore… Sempre pronto a ricorrere alle leggi per la difesa della tradizione, egli era riconosciuto leader, campione d’intransigenza, anche nel campo dell’opposizione sul piano delle idee. Ricordate l’atteggiamento di L. Emilio Paolo, il vincitore di Pidna, sul problema dell’educazione? (Humanitas 2) Catone nutriva, circa quelle idee, cordiale disprezzo. Anche lui vuole garantire al proprio figlio Marco un’educazione di prim’ordine. Ma nessun greco dovrà vantarsi d’essere stato l’educatore del figlio di un cittadino romano come Catone! S’improvvisa maestro e provvede personalmente. Anzi, per proteggere il suo ragazzo dal pericoloso influsso dei testi di lettura correnti, non sempre “politicamente corretti”, scrive lui stesso un trattatello di storia romana per ragazzi, in caratteri grandi, su cui il giovane Marco dovrà apprendere contemporaneamente la lettura e la storia. E poiché riconosce che ormai la conoscenza del greco era divenuta indispensabile ad ogni persona colta, lo studia lui stesso per poterlo a sua volta insegnare personalmente a quel povero ragazzo.
Il rifiuto del ricorso a maestri greci, del resto, per lui non è solo questione di dignità. La sua antipatia per i Greci e la loro cultura (che egli, peraltro, conosceva discretamente) giunge a manifestazioni di paranoia.  È seriamente convinto che i Greci abbiano la segreta intenzione di distruggere i Romani!

un tratto della via flaminia in vista del soratte
Un tratto della Via Flaminia
in vista del Soratte (a destra il tracciato moderno).
La Flaminia congiungeva Roma all’Adriatico

3. Le ragioni vere dell’opposizione alla penetrazione della cultura ellenica


a) ragioni sociali

Bisogna dire, anzitutto, che il conflitto culturale s’innesta sul contrasto politico e con esso si intreccia. Le famiglie aperte all’ellenizzazione – gli Emili, gli Scipioni ecc. – erano grandi famiglie aristocratiche, con tendenze sempre più chiaramente oligarchiche. Erano loro i più convinti fautori dell’espansionismo imperialistico; sostenuto, peraltro, entusiasticamente dal ceto mercantile e dai publicani, incaricati, questi ultimi, della riscossione dei tributi. Intorno a Catone, principale esponente del cosiddetto partito democratico, si riunivano invece i piccoli e medi proprietari terrieri, gravemente danneggiati dalla concorrenza delle merci importate e del lavoro servile, e in non pochi casi rovinati economicamente dalle lunghe permanenze alle armi in luoghi lontanissimi dai loro poderi, inselvatichiti per l’abbandono.
Erano state proprio le condizioni di questi onesti contadini finiti in miseria a impietosire due aristocratici di animo nobile, i famosi “gioielli” di Cornelia (Humanitas 1), Tiberio Gracco prima, e suo fratello Gaio dopo; cugini, par parte di madre, di Scipione Emiliano (che, oltretutto, aveva sposato la loro sorella, Sempronia, il terzo “gioiello” della sventurata figlia dell’Africano). Tiberio, colpevole del tentativo di varare una riforma agraria, fu ucciso dall’altro suo cugino, Scipione Nasica (133 a.C.). Il tentativo fu rinnovato da Gaio – nonostante le lacrime e gli accorati appelli della madre – circa un decennio dopo. E finì anche lui massacrato, benché avesse preparato le cose in maniera molto più accorta del fratello maggiore, inserendo la proposta in un contesto di riforme piuttosto vasto e  prevedendo anche la possibilità di reazioni violente.

b) ragioni ideali

C’era, anzitutto, una sorta di patriottismo nazionalistico, l’antipatia per usi e costumi di popolazioni straniere, tanto più che esse erano ritenute inferiori dall’orgoglioso contadino romano ‘conquistatore’. C’era, ancora, l’attaccamento alla tradizione e il sospetto verso le novità, tipico della ristretta mentalità contadina e dei Romani in particolare (si pensi ad espressioni come la frequentissima rebus novis studere (letteralmente: “aspirare a cose nuove”), usata sempre con connotazione fortemente negativa, nel senso di “aspirare a rivolgimenti politici”!). Le persone come Catone non concepivano i cambiamenti in meglio, il progresso. Per loro ogni cambiamento era automaticamente un peggioramento, una ‘corruzione’. Le novità provenienti dalla Grecia e dall’Oriente appaiono loro come novità corruttrici del mos maiorum, dei costumi del buon tempo antico, di quei modi di vita che, a loro avviso, avevano consentito l’irresistibile ascesa di Roma, così come i costumi ‘depravati’ che si volevano imitare avevano favorito la rovina dei popoli orientali.

Bisogna riconoscere, del resto, che l’atteggiamento dei tradizionalisti non era dettato da pura miopia. Premesso che i ‘Greci’ di cui si parla sono quelli del II sec. a.C., molto spesso provenienti non dalla Grecia propriamente detta ma dall’Oriente ellenizzato, e non di rado effettivamente corrotto, è facile immaginare che non tutti i Greci che circolavano a Roma avessero la statura morale di un Polibio o di un Panezio (per non parlare dei grandi classici di epoche anteriori!). Né, d’altra parte, si può pensare che tutti i Romani ‘grecizzanti’ avessero la statura morale di uno Scipione Emiliano o di un Lelio. “Molti che tornavano dai paesi forestieri – osserva giustamente Rostagni  – portavano a casa, della cultura greca, non certo la parte migliore. Gli eccessi si traducevano, più che altro, in forme di vita lussuosa, oziosa, corrotta”. Plauto, infatti, conia il verbo pergraecari (letteralm. “vivere alla greca”) per designare un modo di vita dissoluto, privo di inibizioni morali. E possiamo, probabilmente, attribuire a Plauto stesso la costernazione di un suo personaggio del Trinummus, Filtone, amareggiato dalla diffusione di mentalità e modi di vita orientali e, forse ancor più, dal tentativo di armonizzarli col tradizionale mos maiorum, un tentativo riuscito ad alto livello nell’ambito del Circolo degli Scipioni, ma che l’onesto personaggio plautino interpreta come una ipocrita quanto mostruosa mescolanza, destinata a creare confusione nella mente dei giovani, deleteria per il costume del buon tempo antico.
  
arco di augusto, all'altro capo della Via Flaminia
L’arrivo della Flaminia all’Adriatico
era segnato dall’Arco di Augusto (a Rimini).
L’arco trionfale era un’altra specialità dei Romani.
c) ragioni politiche: difesa della democrazia


C’era ancora un altro aspetto, nella mentalità importata dall’Oriente, che non lasciava dormire sonni tranquilli a Catone e ai suoi seguaci. L’attenzione per l’individuo e per le sue qualità, propria della filosofia ellenistica (cfr. in particolare Panezio), la teoria stoica dell’opportunità di un rex iustus (“re giusto”) per il bene degli uomini nell’ambito di un dominio universale, l’esempio dei sovrani ellenistici davano una base teorica alla sensazione dei grandi condottieri, a cominciare da Scipione l’Africano, vincitore di Annibale, di essere titolari di doti, e di meriti nei confronti della patria, del tutto speciali, e di aver diritto, quindi, ad una corrispondente posizione sociale, contro le regole egualitarie della democrazia e contro il costume romano per il quale l’individuo scompariva nella massa dei cittadini. Dava noia, insomma, il protagonismo, diciamo pure il ‘culto della personalità’, estraneo al mos maiorum, ed incoraggiato, invece, dal costume orientale e dalla cultura ellenizzante. Ed in questo la preoccupazione dei tradizionalisti era tutt’altro che infondata. Ennio, p. es., aveva scritto un poemetto intitolato Scipio (Scipione, s'intende l'Africano) in cui il grande condottiero era proclamato degno, lui solo, di essere assunto tra gli dei. E gli esponenti delle grandi famiglie aristocratiche non si peritavano di assumere atteggiamenti poco democratici e non facevano mistero delle loro aspirazioni oligarchiche. Solo che ormai la storia aveva preso quella piega, e Catone aveva un bel contrapporre, alle opere dei Greci e dei loro seguaci come Ennio, piene delle gesta delle grandi personalità, le sue Origines, in cui protagonista della esaltante ascesa di Roma era la massa anonima dei cittadini, ed erano taciuti persino i nomi dei magistrati, designati esclusivamente con la carica loro affidata a servizio del popolo romano. 

Un’opposizione sciocca quanto inutile? Si può, forse, opportunamente rispondere con l’equilibrato giudizio di Rostagni: 
«Vi era qualcosa di ottuso e di retrivo in questa politica catoniana. Tuttavia essa ebbe anche benèfici effetti, perché indubbiamente servì ad eliminare i lati peggiori ed eccessivi della influenza ellenizzante: cioè, richiamando al rispetto verso il mos maiorum, condusse a una forma di equilibrio e di giusta fusione del greco con il romano, che fu soprattutto felice e ricca di successo».


interno del Pantheon (incisione a rame)

Chiudiamo con uno scorcio dell’interno del Pantheon
(incisione a rame, Stanford University)
capolavoro in cui abilità tecnica, rispetto della funzione, ragioni estetiche
risultano splendidamente armonizzati



venerdì, giugno 28, 2019

Humanitas 2 - un nuovo stile di vita


 

generale romano su carro di trionfo trainato da cavalli
Trionfo di Emilio Paolo
in un fastoso dipinto (part.) di Carle Vernet (1758-1836).
La coppa esibita dai portatori fa parte del bottino.
Più significativa sarebbe stata l’esibizione dei molti rotoli di papiro
sottratti alla biblioteca del vinto re macedone

Nel post scorso (humanitas1) abbiamo delineato l’ideale di vita del cittadino romano arcaico, il mos maiorum. In questo ci occuperemo di un nuovo modello d'esistenza, profondamente influenzato dalla cultura greca ma senza rinunciare a un nucleo forte di romanità. Ne seguiremo lo sviluppo dai primi segni, all’elaborazione nell’ambito del Circolo degli Scipioni, alla sua affermazione in tutta la ricchezza di significati, alcuni dei quali oggi attuali più che mai.

Gli inizi

Il passaggio dal mos maiorum all’ideale di humanitas fu lento e contrastato.
Tra i primi innovatori è un esponente della gens Livia, Livio Salinatore (III sec. a.C.), che, tra lo stupore scandalizzato dei tradizionalisti – un cittadino romano riteneva di propria esclusiva pertinenza l’educazione dei figli maschi – affidò l’istruzione dei suoi figli proprio a uno schiavo greco di origine tarantina, quell’Andronìco che, affrancato, ne prese il nome gentilizio, ne imparò la lingua, e dette inizio alla letteratura latina.
Successivamente la palma del filellenismo passò a un’altra importantissima famiglia aristocratica, quella cui apparteneva P. Cornelio Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale. Gli Scipioni, pur senza nulla rinnegare della sostanza del modello di vita romano, promuovono una politica culturale largamente favorevole ad aperture alla cultura greca. Interprete geniale di questa linea politica si rivelò uno scrittore proveniente dall’Italia meridionale e attratto nell’orbita degli Scipioni, Quinto Ennio.
La tendenza filellenica finì per contagiare altri esponenti della cerchia aristocratica romana. L. Emilio Paolo, pur curando in proprio l’educazione dei figli secondo l’ideale del mos maiorum, la arricchisce con contenuti nuovi, affidandoli a una schiera di maestri greci: filosofi, grammatici, retori, scultori, pittori, addestratori di cavalli, maestri di caccia, addestratori di cani... Non solo: vinto a Pidna il re di Macedonia Perseo (168 a.C.), porta a Roma, tra l’altro bottino di guerra, una preda di nuovo genere, la ricchissima biblioteca del re sconfitto, e la mette a disposizione dei propri figli.
Ma la “preda” più preziosa si rivelò Polibio di Megalopoli. Ritenuto tra i responsabili della Lega Achea, ostile ai Romani, era stato portato a Roma (167 a.C.) per esservi processato. Ma il processo non ebbe luogo, e Polibio ben presto si guadagnò la stima e la fiducia del vincitore, tanto da diventarne ospite fisso, ammirato e venerato come maestro dai figli, in particolare dal più giovane, noto in seguito col nome di Publio Cornelio Scipione Emiliano per intervenuta adozione da parte di Scipione, figlio del vincitore vincitore di Annibale. E sarà proprio dal gruppo di giovani aristocratici raccolti intorno all’Emiliano che coagulerà il cosiddetto Circolo degli Scipioni, un sodalizio nel cui ambito saranno definitivamente superati i pregiudizi antiellenici e si darà il via a un particolare tipo di cultura che possiamo a buon diritto definire greco-romana.   .


Il Circolo degli Scipioni


Parlare di ‘circolo’ in questo caso è, probabilmente, un po’ esagerato e anacronistico. Cicerone, che quel sodalizio idealizza circa un secolo dopo, si riferisce ad esso mediante il vocabolo grex (letteralmente ‘gregge’), parola spesso usata metaforicamente per significare ‘schiera’, ‘gruppo’, ‘compagnia’, ‘gruppo di amici’. Il ‘Circolo degli Scipioni’, dunque, altro non è che un sodalizio di amici che condividevano un nucleo di idee e di atteggiamenti mentali e pratici, e che aveva nell’Emiliano la personalità di maggiore prestigio sociale e politico se non propriamente culturale.

L’importanza culturale del Circolo degli Scipioni sta nel fatto che assunse “una posizione di punta nel promuovere l’assimilazione da parte dei Romani di certi aspetti fondamentali della cultura greca e nel porre così le basi di un originale amalgama tra le due civiltà” (B. Gentili). Nell’ambito di esso furono elaborati idee e valori destinati a ulteriori sviluppi e, in parte, a entrare nel patrimonio della nostra cultura. Idee e valori che possiamo schematizzare come segue:
1.      la giustificazione teoretica dell’imperialismo romano e l’individuazione di una ‘missione universale di Roma’;
2.      una nuova concezione dell’uomo, della sua dignità, dei suoi valori, che possiamo sintetizzare nel concetto di humanitas.

La giustificazione teoretica dell’imperialismo romano si deve principalmente a Polibio e al filosofo stoico Panezio. L’uno e l’altro lo fanno con profonda convinzione, in base a ragioni nient’affatto spregevoli, anche se in tempi moderni non manca chi ne ha fatto uso strumentale, provocando un discredito non sempre giustificato. In ogni caso, esso è marginale rispetto al nostro tema e, per amore di brevità, dobbiamo lasciarlo da parte.


tre pannelli marmorei figurati: flautista nuda seduta, personaggio femminile emergente, donna velata intenta a bruciar profumi

Il riconoscimento della grandezza della cultura greca da parte dei Romani

accrebbe il prestigio dei Greci, ma ebbe per loro anche conseguenze sgradevoli, 
prima fra tutte il saccheggio di splendide opere d’arte.

Ne fece le spese, tra gli altri, Locri Epizefirii, che sorgeva nei pressi dell’odierna Locri, in provincia di RC.

Provengono quasi certamente dal tempio di Marasà (Locri) i tre pezzi costituenti il  cosiddetto Trono Ludovisi

oggi al Palazzo Altemps di Roma.

Qui li  ho riaccostati in piano in una specie di “sviluppo geometrico”:

immaginare le due facce laterali richiuse a 90° verso l’interno, la sin. verso destra e viceversa.

Secondo gli esperti la figura centrale dovrebbe rappresentare Afrodite nell’atto di sorgere dal mare, mentre le figure laterali rappresenterebbero l’Amore sacro e l’Amore profano.
Humanitas

Più complessa e feconda la nozione di humanitas, che implica una nuova visione dell’uomo e dei rapporti umani.

a) humanitas = philanthropìa, cioè solidarietà verso gli uomini, comprensione, mitezza, affabilità…

All’inizio, probabilmente, tale vocabolo designa semplicemente un modo di sentire l’uomo e i rapporti umani estraneo alla tradizionale mentalità latina, ‘importato’ dalla Grecia. Più precisamente si tratta di quel particolare atteggiamento dell’uomo verso i propri simili – fatto di solidarietà, di umana comprensione, cortesia, amabilità, mitezza – elaborato nell’ambito della raffinata società ateniese del IV sec. a.C., e che ritroviamo nei personaggi di Menandro, commediografo ateniese che tanta influenza ebbe sul commediografo latino Terenzio. Una testimonianza di come uomini di cultura greca cercassero di diffondere tra i Romani questi sentimenti, per loro nuovi, ci è offerta da Polibio. In un passo autobiografico delle sue Storie egli ricorda che, nei primi tempi della sua forzata permanenza a Roma, l’Emiliano, allora diciottenne, lamentò l’impressione di essere un po’ trascurato da lui e aggiunse: “Evidentemente anche tu pensi di me ciò che pensano gli altri miei concittadini: tutti, a quanto sento dire, mi ritengono troppo pigro e tranquillo (…) Dicono inoltre che la mia famiglia non ha bisogno di siffatti rappresentanti, ma di uomini attivi ed energici, e ciò mi addolora molto”.  E Polibio, tra l’altro, risponde: “Mi compiaccio di sentire da te che ti ritieni più mite di quanto non si convenga ai discendenti della tua famiglia: è segno di magnanimità” (trad. di C. Schick).
Ecco, dunque, una nuova virtù, destinata ad essere acquisita nella successiva mentalità romana: la greca megalopsychìa, la magnanimitas, la ‘grandezza d’animo’ di colui che sa essere mite e generoso con i propri simili. Cito un solo esempio letterario: nella commedia di Terenzio Il punitore di sé stesso troviamo un personaggio che, impietosito dell’atteggiamento autopunitivo del suo vicino, gliene chiede le ragioni. Alla rude risposta di badare ai fatti propri, il buon Cremete risponde: “Homo sum; humani nil a me alienum puto” (“Sono un uomo, e perciò ritengo che nulla di ciò che è umano mi sia estraneo”; cioè: “ciò che è un problema per i miei simili lo è anche per me”!).    
La commedia di Terenzio (da certi malevoli considerato niente più che un prestanome dello stesso Emiliano, suo amico e protettore) testimonia che siffatti sentimenti e atteggiamenti, invisi ai tradizionalisti, erano ben apprezzati nella cerchia scipionica.
   

b) nobiltà e fratellanza degli esseri umani accomunati dal logos

statua marmorea rappresentante Apollo

Quando le spoliazioni non furono più sufficienti
a soddisfare la dilagante passione per le opere greche
si dovette ricorrere alle copie,
come nel caso dell’Apollo del Belvedere (Musei Vaticani),
reso celebre dall’interpretazione di Winckelmann,
splendida copia romana di un originale in bronzo di Leocare
risalente alla metà del IV sec. a.C.
Il sentimento di ‘magnanimità’ nel senso di umana solidarietà verso i propri simili, troverà sistemazione e giustificazione teoretica nel filosofo Panezio.
Seguace e riformatore della scuola stoica, Panezio abbandona il rigorismo morale ascetico e individualistico della prima Stoà. In luogo dell’astratto, e per certi aspetti disumano, modello del “sapiente” orgogliosamente chiuso nella propria virtus, il riformatore addita un nuovo paradigma: quello di un uomo che tende alla virtù in mezzo ad altri uomini, pronto alla comprensione e alla filantropia. L’uomo, sostiene Panezio, è una creatura privilegiata che – grazie al dono della ragione (logos: “parola”, “ragione”) – si stacca nettamente da tutti gli altri esseri viventi e presenta una certa parentela con la divinità. Questo privilegio, o diciamo meglio questa dignità, impone all’uomo di vivere responsabilmente la propria vita, in maniera degna della sua parentela col divino. Vivere degnamente vuol dire seguire la natura, in particolare ciò che è peculiare della natura umana, e cioè il logos, la ragione. Ed è proprio la ragione ad imporci di riconoscere in ogni uomo un nostro simile, partecipe, insieme con noi, del logos divino. Questo riconoscimento impone un atteggiamento di solidarietà (la greca philantropìa, appunto), una sorta di fratellanza umana, e il dovere di impegnarsi nella vita sociale e politica a vantaggio dei nostri simili.
A scanso di equivoci, mi sia consentita su questo argomento un’ultima annotazione, una parentesi. Gli stessi corifei dell’atteggiamento ellenizzante trovarono modo di contemperare il nobile ideale di philanthropiafratellanza, con quelle che a loro apparivano dure quanto inevitabili necessità politiche e militari. E se il campione dei tradizionalisti, Catone, si rivelerà il più acerrimo nemico di Cartagine col suo implacabile ritornello delenda Carthago (“bisogna distruggere Cartagine!”), a dare esecuzione a quella sua ossessione sarà, nel 146 a.C., il principale esponente del partito avversario. Sì, proprio quel ragazzo che i suoi confratelli di consorteria aristocratica giudicavano troppo mite, e perciò degenere rappresentante della sua nobile famiglia.

c) humanitas = paideia, cioè cultura, civiltà…

Il dovere morale di impegno politico, così caro ai sostenitori del mos maiorum, trovava dunque nella filosofia greca non solo cittadinanza, ma addirittura giustificazione teoretica, quale dovere, inerente alla natura umana, di rendersi utile ai propri simili.
Tuttavia – aggiunge Panezio, ed è forse questa la parte più originale del suo pensiero – ogni individuo è dotato, oltre che della ragione, comune a tutti gli uomini (e alla divinità!), anche di una propria personalità, fatta di propensioni, attitudini e così via. Seguire la natura significa, pertanto, seguire anche le istanze della propria specifica personalità, almeno nella misura in cui questa non si oppone ai doveri primari dettati dalla ragione.
La virtus paneziana, in altre parole, tende a uno sviluppo armonico della personalità umana in tutte le sue facoltà. Questo vuol dire che è legittimo, e anzi doveroso, coltivare, accanto alle virtù diciamo così civiche (in sostanza, per un romano, le qualità connesse con la vita politica e militare, oltre che con la cura del patrimonio) anche gli aspetti della personalità più privati. È la legittimazione dell’otium, della vita privata: secondo questa prospettiva, anche il cittadino appartenente alla classe dirigente potrà dedicarsi alla cura dei propri interessi spirituali privati.  Potrà, p. es., coltivare la poesia, gli studi letterari e filosofici, senza doversene vergognare. Al contrario, tale attività è posta tra le più nobili, perché investe direttamente quella parte di noi, lo spirito, che è più tipicamente umana; quella che ci distingue dagli animali e ci rivela compartecipi dell’essenza divina.   È il riconoscimento del valore autonomo della cultura come arricchimento dello spirito, come otium, indipendentemente dal negotium (che è, appunto, il contrario dell’otium, e sintetizza gli impegni politici ed economici).
 Questo riconoscimento era davvero rivoluzionario per la tradizionale mentalità della classe dirigente romana, e non fu accettato senza gravi difficoltà e, almeno in un primo momento, come interesse consentito accanto a quello primario dell’attività politico-militare e non come sostitutivo di questo. Ma intanto il sasso era lanciato, e presto troveremo, proprio tra gli amici dell’Emiliano, un esponente della classe dirigente – Lucilio – che, per la prima volta nella storia di Roma, rinuncia alla prospettiva di una brillante carriera politica e militare per dedicarsi, accanto alla cura del patrimonio, esclusivamente alla letteratura.


statua femminile di marmo

O come nel caso dell’Afrodite Cnidia,
copia romana (da Prassitele), bella ma…
quasi interamente ‘rifatta’
(testa, gambe e braccia si debbono al ‘restauratore’ secentesco
Ippolito Buzzi (Roma, Palazzo Altemps)
Proprio questo significato di humanitas – approssimativamente corrispondente al greco paidéia – sarà posto al centro dell’attenzione da Petrarca e seguaci, elaboratori di quel complesso di idee all’origine della civiltà moderna (sono proprio loro a elaborare la nozione di “medioevo” – “medio” tra gli antichi e i moderni – da cui intendono prendere le distanze!), quel movimento culturale noto, non a caso, col nome di ‘umanesimo’ (attraverso la nozione di humanae litterae, cioè “cultura letteraria e filosofica”), nel senso ideale prima ancora che storico.

Dall’altro lato, dall’assunzione di humanitas nel significato generico di ‘civiltà’, ‘vita civile’, in opposizione a ‘rozzezza’, ‘ignoranza’, ‘vita primitiva’, la parola finirà col significare – già nel I sec. a.C. – semplicemente le comodità, gli agi, resi possibili dalla ‘civiltà’.

Tutta questa evoluzione – si è già detto – si svolse non senza aspri contrasti con i “tradizionalisti”. I quali – va riconosciuto – avevano le loro buone ragioni, tutt’altro che irrilevanti o spregevoli. Ragioni peraltro così complesse che devo rinviarne la presentazione a un prossimo post.

lunedì, giugno 10, 2019

Humanitas valore supremo. 1- mos maiorum

Humanitas: l’uomo come valore supremo. 1 - mos maiorum.

Cornelia esibisce i suoi gioielli, cioè i figli

All’amica vanitosa che ostenta i suoi ori, Cornelia, modello di virtù femminile,
esibisce i propri ‘gioielli’ (dipinto di P. F. Hetsch, 1758-1838)

Ragioni di un post. Anzi, di due

Non tutti se ne accorgono, perché il luccichìo dei lustrini esibiti dalla maggior parte dei mass-media mette in ombra la realtà vera: da alcuni decenni stiamo assistendo a una progressiva disumanizzazione della vita sociale. È  un fatto, e non sfugge agli spiriti più attenti e spregiudicati. E così, parallelamente, si avverte sempre più il bisogno di riproporre valori dati ormai per tramontati, destinati – secondo le vittime della mentalità corrente – ad alimentare  vuote nostalgie. Ma non è così. Certo, a volte può trattarsi di proposte discutibili, ma sono comunque spunti preziosi per la ricerca di un’alternativa al volgare appiattimento su denaro e tecnolatria. Tra spunti del genere si può annoverare, per limitarmi a un solo esempio, la recente proposta dell’economista Valerio Malvezzi, sinceramente impensierito dagli esiti disastrosi dell’attuale indirizzo economico mondiale sulle condizioni di vita delle classi sociali più indifese. Non so se il suo recente appello alla fondazione di una “economia umanistica” sia percorribile e capace di dare i frutti sperati. Certo è una proposta generosa, e l’aggettivo di matrice classica è quanto mai appropriato.
Ritengo non inutile, pertanto, dare qualche ragguaglio sul concetto di “humanitas”, al quale, attraverso la rielaborazione del cosiddetto Umanesimo, quella proposta esplicitamente si richiama. Un concetto, quello di humanitas, che racchiude  un modo di pensare, di vivere, di rapportarsi al prossimo, che mette al centro l'uomo, l'umanità, e che affonda le sue radici nella civiltà greco-romana, di cui è uno dei làsciti più preziosi.
Prima, però, mi sia consentita una premessa: una breve presentazione di una concezione, di un modo di vita più arcaico, dai Romani venerato come  mos maiorum. Conoscerlo, almeno sommariamente, è interessante non solo perché caratterizzò lo stile di vita dei Romani per secoli, ma anche perché è difficile valutare l'importanza innovativa del concetto di cui intendiamo occuparci se non si ha consapevolezza di dove si partiva e dei formidabili ostacoli che si dovettero superare. E, del resto, la tenacia di quella concezione, la sua ostinata resistenza al cambiamento finirà col lasciare traccia anche nel nuovo modo di pensare, tanto da farne qualcosa di originale, asse ereditario non dell’ellenismo, bensì di quella che più propriamente è detta, appunto, civiltà greco-romana.



particolare di plastico rappresentante roma arcaica

Il cuore di Roma arcaica (partic. del plastico del “Museo della civiltà romana” di Roma).
In alto, a destra dell’Isola Tiberina, la duplice cima del Campidoglio: a sin., il Capitolium  col tempio di Giove, (approssimativamente un po’ più a destra dell’attuale  Palazzo dei Conservatori); a destra l'Arx, la Rocca, dove ora è la chiesa di S. Maria in Aracoeli.
Più in basso: a sin., il pianoro del Colle Palatino, sede della “città quadrata” fondata da Romolo; all’estrema destra, le propaggini del Quirinale.
Il pianoro approssimativamente circolare al centro è la Velia, successivamente modificata da interventi di costruzione. Il laghetto che segue è, approssimativamente, il luogo dove oggi sorge il Colosseo. La valletta a sin. del Palatino è uno scorcio del Circo Massimo (se ne vede una delle due "mete", dal lato del Foro Boario, noto ai più per la "Bocca della Verità"!). Il colle nell’angolo sin. in basso è il Celio.

Il mos maiorum

L’espressione mos maiorum (letteralm., il costume, lo stile di vita degli antenati) designa un complesso di valori, un codice non scritto di comportamento, a cui – stando alle idealizzazioni posteriori – si ispirava lo stile di vita del perfetto civis Romanus (“cittadino romano”) del buon tempo antico. Si tratta della idealizzazione nostalgica di valori e norme di comportamento tipici di una società contadina che trova nella famiglia il nucleo costitutivo basilare, nella laboriosità e nella parsimonia la principale risorsa economica, nella compattezza interna e nel valore militare la garanzia della propria indipendenza.
Il principio che sta alla base del mos maiorum   è la totale soggezione dell’individuo allo Stato. Il civis Romanus è considerato non in quanto uomo, bensì, appunto, in quanto civis, parte di una comunità – civitas – organizzata in una struttura statuale, la res publica (“lo Stato”, ma l’espressione latina è più precisa: “la cosa pubblica”, cioè “che appartiene a tutto il popolo”). È la civitas, o meglio la res publica, la fonte dei diritti e dei doveri dell’uomo romano. Pertanto saranno doverosi tutti gli atteggiamenti e i comportamenti idonei a favorire la conservazione della res publica e a incrementarne le risorse; saranno, invece, immorali e censurabili gli atteggiamenti sospettati d’incrinare la compagine sociale e di mettere in forse la difesa dello Stato.

a) virtù pubbliche

Tra questi comportamenti virtuosi occupa il primo posto il valore militare (la fortitudo), necessario per la difesa dello Stato verso i popoli confinanti: designa il vigore fisico e morale, il coraggio e la forza d’animo. Vengono poi la pietas (il rispetto, la venerazione, l’affetto verso quanto vi è di sacro: la divinità, la patria, i genitori, i figli, i congiunti) e la fides, la ‘fiducia’, cioè la lealtà, il rispetto degli impegni assunti, fondamento della giustizia e dunque della compattezza sociale. E ancora la gravitasla “serietà”, la qualità di chi agisce con ponderazione ma con severità e fermezza nello stesso tempo, guadagnandosi, con tale comportamento, fiducia, ascendente e autorevolezza sui propri concittadini.

b) virtù private

Virtù attinenti alla vita privata erano considerate l’industria, cioè la ‘laboriosità’, con cui incrementare il patrimonio familiare, e la parsimonia, cioè la modestia del tenore di vita, la moderazione nelle spese, l’avversione per il lusso. Virtù particolarmente apprezzata anche in ambito pubblico, questa, perché il lusso non solo era considerato esibizione di ricchezza e potenza pericolosa per le istituzioni democratiche, ma soprattutto perché era ritenuto (a torto?) un incentivo ad appropriarsi beni pubblici, infrangendo così la virtù della abstinentia, il ‘disinteresse’, l’onestà’ nei confronti dei beni dello Stato.
Una sezione a parte meriterebbe il tema delle virtù femminili. Ma il discorso, che vorrebbe essere soltanto una breve premessa, finirebbe con l'assumere proporzioni spropositate. Uno spunto potete trovarlo nella prima foto: mi limito a ricordare che i ‘gioielli’ di Cornelia (appartenente alla famiglia degli Scipioni, e moglie di Sempronio Gracco) si chiamano Gaio (il minore) e Tiberio Gracco, destinati a darle, da adulti, non poche amarezze quando, dimentichi di appartenere  a due tra i clan più antichi e illustri di Roma (la gens Cornelia, e la gens Sempronia) impietositi dalla miseria dei contadini rovinati dal prolungato servizio militare lontano dai loro campi, passeranno politicamente nelle file dei plebei. Amarezze che diventeranno inconsolabile dolore quando, l’uno dopo l’altro, finiranno uccisi dalle consorterie nobiliari, lasciando lei vedova e sola.

c) figure esemplari

La tradizione aveva fissato anche alcune figure esemplari, paradigmatiche (come quella appena vista di Cornelia); alcuni modelli che incarnavano il comportamento e la norma sancita dal mos maiorum.
Cincinnato salutato dittatore dai messi del senato
Cincinnato
salutato dittatore dai messi del Senato
A. Cabanel (1823-1889), part. 
Ricordate Cincinnato? I messaggeri incaricati di comunicargli la decisione del Senato di nominarlo dittatore lo trovarono intento ad arare il suo campicello; attività alla quale ritorna appena sconfitti i nemici, lasciando spontaneamente la dittatura prima ancora della scadenza del mandato.
Pochi ricordano Manio Curio, comandante dell’esercito romano nella guerra contro i Sanniti. Gli ambasciatori di questi ultimi, inviati a corromperlo, lo trovano intento a consumare un magro pasto in una scodella di legno… Ciononostante, hanno l’ardire di offrirgli il prezzo della corruzione, suscitandone l’ira e lo sdegno, presto convertitosi in uno sprezzante sorriso: Riportate questo vostro oro a coloro che vi hanno mandati!…
E quanti, oggi, riterrebbero comprensibile la dolorosa decisione di Tito Manlio Torquato?
Stando alla tradizione, in qualità di console e capo dell’esercito nella “guerra latina” (340 a.C.) non esitò a mandare a morte un giovane ufficiale reo di disubbidienza agli ordini del comandante, per aver attaccato il nemico contravvenendo alle precise disposizioni impartite. Quel giovane, valoroso e idolo di tutti i commilitoni, evidentemente aveva pensato che non era il caso di lasciarsi sfuggire un’occasione; o forse avrà confidato di potersi prendere quella libertà perché il suo comandante era anche… suo padre. Terribile esempio di gravitas nella sua versione più severa, e nello stesso tempo di completa dedizione alla disciplina militare e agli interessi dello Stato, persino contro i pur sacri affetti familiari, la sacrosanta pietas!
Lascio a voi il giudizio su un tale gesto. Voglio solo dire che forse, a rendere meno mostruosa quella sentenza, giova riflettere che sul campo di battaglia una iniziativa scoordinata può comportare l’inutile carneficina di migliaia di uomini. Certo, le guerre sarebbe meglio non farle. Sarebbe…, appunto. C’è qualcuno che potrebbe dubitarne?


Non poteva durare

Faceva parte integrante del mos maiorum la completa fedeltà alle tradizioni patrie e l’accettazione acritica della morale e della mentalità tradizionale, la fede nella superiorità indiscutibile dello stile di vita romano. Ora, se tali atteggiamenti poterono, forse, mantenersi nei primi secoli della repubblica, in un ambiente tutto sommato provinciale, come avrebbero potuto uscire indenni dal contatto diretto con l’avanzatissima civiltà greca, diffusa ormai in tutto il bacino del Mediterraneo, rivelatasi ai loro occhi increduli con la conquista dell’Italia meridionale conclusa con la presa di  Reggio nel 270 a.C.? Lo splendore e la finezza di essa conquistano da subito gli spiriti più aperti, dando inizio a Roma a un atteggiamento di simpatia e di ammirazione per la cultura greca, che andò crescendo nonostante la fiera opposizione dei tradizionalisti più intransigenti, e che culminò nel costituirsi del cosiddetto Circolo degli Scipioni.  Ma di questo parleremo nel post successivo.


foro romano

La foto è ripresa dal Campidoglio (precisamente dalla sella tra Capitolium e Arx) e mostra il complesso archeologico denominato Foro Romano. In realtà, il Foro vero e proprio, cuore politico della Roma repubblicana, risulta nascosto dalle imponenti colonne del Tempio di Saturno. Il Foro era stato ricavato, nei primi secoli della Repubblica, dal prosciugamento della valle tra Campidoglio, Quirinale, Palatino e Velia. Potete farvene un'idea confrontando col plastico sopra riportato (ma l'orientamento è invertito!). Rispetto  al periodo arcaico, tutto è cambiato: “Ho ricevuto una Roma di mattoni e ve la lascio di marmo” soleva ripetere Augusto con qualche esagerazione. A delimitare il Foro vero e proprio vediamo: a sinistra l’arco di Settimio Severo (203 d.C.) e dietro, in mattoni, la Curia, la veneranda sede del Senato; in primo piano le colonne del Tempio di Saturno; a destra  la Via Sacra (con alcuni turisti) e quello che resta della Basilica Iulia. In fondo il Foro era delimitato dal tempio di Giulio Cesare (dove sulla foto sembra di vedere una casamatta e poi, a sin., l'imponente massa del Tempio di Antonino e Faustina). Poco oltre comincia la salita della Velia. In fondo, oltre il bel campanile di Santa Francesca Romana, s’intravvede il Colosseo. Sul lato destro, oltre la Basilica Iulia, tre colonne del  Tempio di Castore e Polluce e, a destra, muraglie, cipressi e pini del Palatino.