venerdì 11 maggio 2018

Il Grande Fratello




Introduzione                                                                       

Certo nessuno tra i miei amici è così sprovveduto da pensare che il “Grande Fratello” sia invenzione originale degli autori di uno spettacolo televisivo longevo e – mi assicurano – tuttora non privo di appassionati e fedeli spettatori. Tuttavia è probabile che non tutti abbiano avuto il tempo di leggere 1984 di George Orwell, dove questo enigmatico personaggio appare per la prima volta e riempie della propria immagine ogni angolo di Londra, una delle metropoli del Superstato Oceania.


George Orwell
George Orwell (pseudonimo di Eric A. Blair)

1903-1950

Il romanzo fantapolitico di Orwell è un incubo di oltre trecento pagine. Ma è appassionante, e la sua conoscenza è molto utile per orientarsi nel mondo attuale. Non che le sue fosche previsioni si siano integralmente realizzate. Assolutamente no. E la mia fiducia nell’uomo mi porta a sperare che, in quella forma, non si realizzeranno mai. Tuttavia, qua e là nelle pieghe e nelle intersezioni della vita politica e sociale di questo incipiente terzo millennio, sono già evidenti numerosi tentativi di applicarne spunti e suggestioni. Individuarli per tempo può contribuire a disinnescarli. Non sarà inutile, dunque, presentarne qualche pagina che invogli a una lettura integrale. 


Tranquilli: non sarò tanto ineducato da rivelare snodi cruciali della trama che vi tolgano il piacere della suspense! Mi propongo soltanto di presentare questo invadente Fratello (e la sua antitesi), e il protagonista del romanzo. Lo farò traducendo qualche passo del primo capitolo, e corredandolo dell’indicazione del contesto necessario alla comprensione, con l'aggiunta di qualche nota esplicativa. Inevitabile anche qualche accenno alla Neolingua. Un’invenzione, quest’ultima, che, in forma per ora piuttosto blanda, ha già trovato  nel mondo attuale zelanti seguaci tra i politici, nella burocrazia, nel mondo dell’informazione e, a seguire, anche in altri settori, vuoi per interessi più o meno oscuri, vuoi per scimmiesca imitazione.



Il protagonista e la sua abitazione

ritratto d'un uomo dallo sguardo perplesso
Winston Smith (J. Hurt), perplesso,
 all’inizio del rito dei “Due minuti d'odio”
Lo sventurato protagonista del libro si chiama Winston Smith, nome e cognome non scelti a caso: Smith è probabilmente il cognome più diffuso nel Regno Unito, e Winston, al tempo della pubblicazione (1949), era certamente il nome più noto: si chiamava Winston quel Primo Ministro che aveva appena portato il proprio popolo alla conclusione vittoriosa della più terribile guerra sperimentata dall’Umanità. 
Osserviamolo, all’inizio della storia, rientrare frettoloso a Victory Mansions, dove ha sede il suo appartamento.

Era una fredda, luminosa giornata d’aprile, e gli orologi battevano le tredici. Winston Smith, col mento
spiaccicato contro il petto nel tentativo di opporre un riparo a un vento velenoso, sgusciò in fretta attraverso le porte di vetro di Victory Mansions, ma non abbastanza veloce da evitare che un mulinello di polvere renosa entrasse con lui.
L’ingresso puzzava di cavoli bolliti e di vecchi zerbini di pezza. A un capo di esso, attaccato alla parete, un manifesto a colori, troppo grande per esposizione interna. Rappresentava semplicemente un’enorme faccia, larga più d’un metro: la faccia di un uomo sui quarantacinque anni, con folti baffi neri e bei lineamenti. Winston andò dritto verso le scale. Provare a prendere l’ascensore era inutile. Anche nei periodi migliori raramente funzionava; ora poi durante le ore del dì la corrente elettrica era staccata. Questo faceva parte della campagna di risparmio in vista della Settimana dell’Odio. L’appartamento era sette rampe di scala più in alto, e Winston, che aveva trentanove anni, e un’ulcera varicosa sopra la caviglia destra, andava piano, fermandosi parecchie volte, lungo la salita, per riposarsi. Ad ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con l’enorme faccia vi fissava dalla parete. Era una di quelle immagini che sono congegnate in modo che gli occhi vi seguano ovunque vi spostiate. IL GRANDE FRATELLO TI GUARDA, diceva la scritta sottostante.
All’interno dell’appartamento una voce vellutata leggeva una lista di cifre che avevano qualcosa che fare con la produzione di ghisa. La voce proveniva da una placca metallica oblunga, simile a uno specchio opacizzato, che ricopriva parte della parete destra. Winston girò un interruttore e la voce si abbassò un po’, anche se le parole continuavano ad essere distinguibili. Lo strumento (il teleschermo, com’era chiamato) poteva essere smorzato, ma non c’era modo di spegnerlo completamente.

In realtà, si tratta di un apparecchio ricetrasmittente, capace di captare ogni movimento, ogni voce appena più alta di un lieve sussurro. Eternamente in funzione, senza nessuna possibilità di fermarlo. All’altro capo, agenti della Polizia Politica, o più esattamente della “Polizia del Pensiero”, della Thought Police, incaricata della vigilanza sul pensiero (sul pensiero, badate bene, prima che sull’espressione!). Non è detto che, in quel dato momento, il terminale connesso al vostro apparecchio fosse attivo. Ma... meglio dare per scontato d’essere, in qualunque momento, visti e ascoltati.

Il luogo di lavoro

Winston volge le spalle all’apparecchio e si avvia verso la finestra. Dopo tutto, ha il privilegio di avere un appartamento con vista sul Miniver, il Ministero della Verità, dove ha sede il suo ufficio. Sì, Winston è un funzionario del Ministero della Verità. È un esecutivo di una sezione che potremmo definire, con qualche approssimazione, col titolo di un libro di Marcello Foa: “Gli stregoni della notizia”. Il suo compito è aggiornare continuamente la percezione della realtà, riscrivendo ogni possibile registrazione di fatti ed eventi (articoli di giornale, pagine di libro, ecc. ecc.) in modo da riplasmare la realtà umana, dalla storia all’attualità, conforme alle mutevoli esigenze del Partito. 
 


Restituiamo la parola a Orwell:

Il Ministero della Verità – Miniver, in Neolingua – era impressionante nella sua singolarità rispetto al panorama circostante. Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco brillante, che, di terrazza in terrazza, si levava alto nell’aria per ben trecento metri. Dal punto in cui Winston si trovava, era appena possibile leggere, in risalto sulla facciata bianca e in caratteri eleganti, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITU’
L’IGNORANZA È FORZA

 Il Ministero della Verità racchiudeva tremila stanze al di sopra del suolo, si diceva, e corrispondenti diramazioni al di sotto. Sparsi qua e là nei quartieri di Londra vi erano soltanto altri tre edifici di aspetto e taglia simile. Era così netta la loro preminenza su tutta l’architettura circostante che dal tetto di Victory Mansions si potevano vedere tutt’e quattro contemporaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri nei quali si articolava l’intero apparato di governo: il Ministero della Verità, che si occupava di informazione, intrattenimento, istruzione e belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’amore, inteso al mantenimento dell’ordine e della legalità; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile degli affari economici. I loro nomi in Neolingua: Miniver, Minipax, Miniam e Miniabb. 

Un uomo esamina un foglio di giornale
Il protagonista
al suo posto di lavoro
Quattro Ministeri. Indovinate qual era quello più temuto. Sì, proprio così: quello dell’amore. (Si vede che avete già capito la logica della Neolingua!). Spaventevole già nell’aspetto esteriore: nessuna finestra, accesso consentito solo per causa di servizio, e solo dopo aver superato posti di guardia vigilati da figuri dalla faccia truce e in uniforme nera, intricatissimi sbarramenti di filo spinato, dissimulate postazioni di mitragliatrici, porte d’acciaio… Anche i più incalliti e impavidi tremavano alla prospettiva di essere portati in quel luogo; imploravano pietà al minimo accenno alla famigerata “Stanza 101”!

Il Grande Fratello e la sua antitesi


Ma chi era, in fin dei conti, questo misterioso personaggio che abbiamo visto raffigurato minaccioso (o protettivo?) nell’atrio di Victory Mansions, e da cui abbiamo preso le mosse?
Il ‘Grande Fratello’ è onnipresente negli enormi manifesti attaccati ad ogni cantonata e in ogni interno non strettamente privato, ed è sempre presente nei comunicati trasmessi dai teleschermi. Ma in realtà nessuno l’ha visto mai. Che sia solo un simbolo? Il Grande Fratello “è the guise (la maschera, ma, forse meglio, l’icona, il volto) con cui il Partito sceglie di manifestarsi al mondo”, si legge in un libro “clandestino” attribuito all’inafferrabile traditore Emmanuel Goldstein. Anche questo signore, del resto, nessuno l’ha mai visto, eccetto che nei filmati proiettati per suscitare nelle folle odio viscerale e incontenibile furore. Appare con un volto emaciato, vagamente semita, un viso che ricorda il muso d'una pecora. E con voce di pecora è permanentemente intento a vomitare ingiurie e offese contro il Grande Fratello e il Partito; a blaterare di tirannia del Partito, di pace, di libertà di parola, di libertà di stampa, di libertà di pensiero... È l’antitesi del Grande Fratello. Questo è un po’ il surrogato del Dio della tradizione (ovviamente sbandito in maniera completa e definitiva da tutto il territorio del Superstato); oggetto d’amore universale e principio d’ogni bene. Quello, Goldstein, è il Lucifero della situazione, principio d’ogni male, bersaglio numero uno delle ricorrenti feste dell’Odio.


Le feste dell’odio


Julia (S. Hamilton) amante del protagonista
Julia (S. Hamilton), amante del protagonista,
in un momento di precaria (e illusoria!) intimità
L’odio è un sentimento importantissimo nel superstato d’Oceania. Esso è perennemente suscitato, eccitato, fomentato, alimentato, in ogni modo e con ogni mezzo. Nei momenti in cui non sono occupati a decantare gli spettacolari progressi di Oceania in ogni campo, o a ringraziare il Grande Fratello per il suo amore per il popolo e per il suo paterno, provvidenziale governo fonte d'ogni bene, i teleschermi non fanno che trasmettere voci e immagini atte a suscitare e accrescere l'odio. Ma ci sono anche momenti specificamente dedicati alla celebrazione di questo sentimento. 
Il primo è noto  come "Due minuti d'odio". Ogni giorno, ad orario stabilito, l'attività si interrompe; le persone... (be’, diciamo meglio: i lavoratori) si riuniscono nel grande salone del luogo di lavoro, davanti a teleschermi giganteschi, dove vengono proiettate voci e immagini appropriate, dall'effetto immancabile. Due sono i bersagli principali, sempre presenti. Uno è il nemico interno: il traditore, il mitico Goldstein. L'altro è il nemico esterno (con cui, del resto, il traditore è ovviamente in combutta!): Eurasia o Estasia (sono i nomi degli altri due Superstati, alternamente in conflitto o in alleanza con Oceania). Per due interminabili minuti la folla è portata al delirio. E quando, a conclusione, appaiono sullo schermo il paterno, invincibile Grande Fratello e i consolanti simboli del Partito, si sente esausta ma rinfrancata.  

primo piano di donna nell'atto di gridare il suo odio
“Maiale! Maiale!” grida Julia
contro lo schermo da cui parla Goldstein.
È l’effetto dei “Due minuti d'odio”!
Ma è la Settimana dell’Odio la celebrazione più solenne e impressionante. Per lunghezza e intensità, per varietà di riti e manifestazioni.  Quella in preparazione all'inizio del romanzo è specificamente rivolta contro Eurasia, attualmente in guerra con Oceania. Manifesti, addobbi, striscioni, dimostrazioni, cortei, discorsi dal teleschermo, arringhe di autorità locali, riti comunitari… tutto è dedicato ad eccitare e gonfiare l’odio contro Eurasia. Chi leggerà il libro si troverà coinvolto nel pieno svolgimento di questa orgiastica, interminabile festa dell’odio. Il sesto giorno, durante un infuocato comizio di un oratore dai gesti e toni di voce che farebbero impallidire il truce dittatore tedesco, la folla giunge a tal punto di rabbiosa isteria colletiva che se avesse tra le mani i duemila “criminali di guerra” eurasiani, destinati ad allietare la conclusione delle manifestazioni con l’impiccagione, li sbranerebbe con le proprie unghie. 

primo piano di uomo che grida
Un’altra immagine di “Due minuti d'odio”
 
Ed è proprio a quel punto culminante che un messaggero giunge trafelato a consegnare all’oratore un pezzetto di carta. Questi gli dà appena un’occhiata e prosegue impassibile la frase iniziata. Il nostro Winston è probabilmente uno dei pochissimi ad accorgersi di un lieve cambiamento: Guerra eterna al nostro nemico Estasia, in compagnia del nostro fedele alleato Eurasia! Nella folla, educata da qualche decennio di rivoluzione permanente, nessuno si meraviglia, nessuno si pone domande. Per lo meno, nessuno lo fa apertamente. Ma – direte – e i manifesti, gli striscioni, i filmati… Ma è naturale: si è trattato di una mostruosa provocazione, un sabotaggio degli agenti controrivoluzionari di quel criminale di Goldstein! Nel giro di pochissimo tempo ogni cosa viene sostituita e adeguata. Gli slogan restano gli stessi; l’abominio e il furore del popolo diventa, se possibile, ancora più feroce. E per il povero Winston si apre una settimana di estenuante lavoro 24 ore su 24 (con solo qualche ora di riposo) per far sì che tutti sappiano che in verità da sempre noi combattiamo contro Estasia, a fianco di Eurasia. E in effetti, al termine di quella settimana, nessuno, in tutto l'immenso territorio di Oceania, sarebbe in grado di trovare uno straccio di prova scritta o comunque registrata del cambiamento di fronte.

primo piano di uomini che gridano
L'isteria collettiva travolge tutti

Neolingua (Newspeak)

L’attività di questo regime che maggiormente m’intriga è quella di pertinenza del Miniver, del Ministero della verità (!), e più in particolare quella relativa alla lingua.
Penso di farne un articolo a parte, da pubblicare prossimamente. Tuttavia siete già venuti a contatto con qualche scampolo di Neolingua nei due brani sopra riportati. Avrete già notato la mania (che ha già trovato volenterosi adepti nel nostro mondo attuale) di ridurre le espressioni a incroci abbreviativi, come nella denominazione dei Ministeri: Miniver, Minipax, Miniabb, Miniam (rispettivamente: Minitrue, Minipax, Miniplenty, Miniluv). Esempi nei quali possiamo anche riscontrare un’altra caratteristica della Neolingua: il gusto per la risemantizzazione di espressioni correnti, con una particolare simpatia per la deformazione ironica, se non addirittura sarcastica: pensate a quell’ineffabile definizione del più terrificante tra i Ministeri: il Miniluv! (notare la voluta variante grafica, invece di ‘Minilov’!). Ma qui, a parte il gusto per il sarcasmo, interviene un altro caposaldo dell’INGSOC (altra sigla!), cioè del Pensiero ufficiale (vale a dire unico!) del Superstato: il Doublethink!




Riconoscimenti:
  le immagini relative a personaggi del romanzo sono tratte dal film Orwell 1984 di Michael Radford.



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