sabato, giugno 23, 2018

La lingua del Grande Fratello





ovvero
Manipolazione linguistica a fini politici


Nel post precedente promettevo un intervento dedicato alla lingua del Grande Fratello: Newspeak, o Neolingua.
In realtà la Neolingua orwelliana rappresenta un esempio di gigantesca manipolazione linguistica a fini politici. E le pagine di Orwell dedicate all’argomento sono molto istruttive. Interessanti per chiunque voglia dotarsi di strumenti utili a contrastare efficacemente i tentativi di chi, quotidianamente, tende a manipolare le coscienze in modo subdolo, profondamente invasivo. Insomma, una lettura molto proficua per chi rifiuta di farsi inconsapevole, docile strumento nelle mani di forze interessate alle sue scelte.
Ma un interesse tutto particolare quelle pagine rivestono per chi esercita il mestiere d’insegnante, prezioso per la formazione dei cittadini e perciò svilito e mortificato da politicanti giustamente allarmati all’idea di elettori consapevoli, allenati al pensiero critico, refrattari alle loro non disinteressate lusinghe. Un’approfondita riflessione innescata dal testo orwelliano svelerà, o ribadirà, che genere di forze, che genere di motivazioni stiano dietro alle pluridecennali pressioni per un insegnamento “semplificato” a oltranza, povero di contenuti umani, tanto ben accetto ai cultori della pigrizia mentale. O, quantomeno, sarà utile a intravedere verso quali esiti, umani e politici, sia intrinsecamente orientato – indipendentemente dall’eventuale buonafede di chi lo promuove – un insegnamento linguistico-letterario banalizzato e immiserito, secondo mode provenienti da lontano, e da molti prontamente accolte anche qui da noi vuoi per ristrettezza d'orizzonti mentali, vuoi per cupidigia di popolarità a buon mercato.

Articolazione dell’argomento

Partiremo dalla traduzione di un passo del cap. V (Parte I) di 1984, in cui il tema è impostato con una franchezza che stupirà lo stesso Winston, il protagonista che ormai ben conoscete.
In un post successivo riprenderemo il discorso per sviluppare, alla luce di una singolare “appendice” dell’Autore, gli spunti offerti dal brano – chiarendo obiettivi, strutture e procedure della neolingua – e concludere con una rapida occhiata sul mondo odierno.

Chiarimenti preliminari

Prima di cominciare, permettetemi di fornire un paio di chiarimenti utili alla comprensione del testo.
 Ritroveremo qui una sigla già incontrata nel post precedente: INGSOC. Abbreviazione di Inglish Socialism (in “paleolingua” English Socialism, “socialismo inglese”), Ingsoc è l’ideologia ufficiale, cioè unica, del Superstato “Oceania”. Raggruppa in sé i nostri concetti di ideologia, filosofia, scienze ecc., in un quadro di inviolabile ortodossia.
La seconda espressione meritevole di chiarimento è “proles”. È un vocabolo della neolingua (il termine proprio sarebbe “proletarians”), che indica spregiativamente i proletari, e che io, non senza qualche titubanza – traduco con “prol”. I proletari (i prol!) sono, dunque, dei… fuoriclasse, dei “paria”. O, detto brutalmente, “non sono esseri umani”, come sta per insegnarci l’impagabile Syme. Proprio per questo essi sono estranei alle “amorevoli” preoccupazioni pedagogiche del Partito, e da essi Winston, nei momenti di ottimismo, spera un possibile riscatto, peraltro rinviato a un futuro indeterminato. Addetti ai servizi e ai lavori manuali, i prol sono indotti all’abbrutimento totale. Julia, per esempio (v. post precedente), lavora nel dipartimento del Miniver deputato alla produzione di materiali pornografici destinati ai “proles”. Anche su di loro vigila la polizia, naturalmente. Ma non per rilevare deviazioni dalla correttezza politica. Qui lo scopo è diverso: scoprire per tempo l’eventuale apparizione,  tra i “proles”, di qualche ragazzo… diciamo un po’ troppo sveglio, e risolvere il problema in via preventiva. Mediante abbattimento.


Syme spiega a Winston l’oggetto del suo lavoro

Alla mensa aziendale (siamo negli scantinati del Ministero della Verità) Winston incontra un amico, Syme. Be’, non è proprio l’amico ideale, ma i tempi e l’ambiente sono quelli che sono… Syme è un filologo, e lavora alla compilazione dell’undicesima edizione del Dizionario di Neolingua. La sua passione sono le impiccagioni. Solo lamenta la stoltezza del boia, che a volte lega i piedi del condannato, vanificando così la parte più divertente dello spettacolo: lo scalciare nel vuoto della vittima morente. Parla sempre di questo genere di argomenti. O dei bellissimi effetti di raid aerei su popolazioni inermi. Per stornarlo da questi soggetti non c’è che un mezzo: chiedergli del suo lavoro.

“Come va il Dizionario?” chiese Winston, alzando la voce per sovrastare il rumore.
“A rilento” rispose Syme. “Sto lavorando agli aggettivi. È affascinante”.
Alla menzione della Neolingua il volto gli si era immediatamente illuminato. Spinse di lato il suo tegamino, prese con una delle sue mani delicate la sua fettona di pane, con l’altra il suo cubetto formaggio , e si sporse attraverso il tavolo per poter parlare senza gridare.
“L’Undicesima Edizione è quella definitiva” disse. “Stiamo portando la lingua alla sua forma definitiva, quella che avrà quando nessuno parlerà altro. Quando avremo finito, la gente come te dovrà reimparare la lingua di sana pianta. Tu pensi – lasciamelo dire – che il nostro compito principale consista nell’inventare parole nuove. Ma neanche per sogno! Le parole noi le distruggiamo: a dozzine, a centinaia, ogni giorno. Stiamo scarnendo la lingua fino all’osso. L’Undicesima Edizione non conterrà nemmeno una parola suscettibile di diventare obsoleta prima del 2050”.
Addentò avidamente il pane e mandò giù un paio di bocconi; poi riprese il discorso, con una sorta di passione pedantesca. La sua faccia affilata, bruna, si era animata; gli occhi avevano perso la loro espressione derisoria, apparivano quasi sognanti.
“Bella, la distruzione delle parole! Naturalmente la massa degli scarti si trova tra i verbi e gli aggettivi, ma ci sono centinaia di sostantivi di cui ci si può sbarazzare ugualmente. E non solo i sinonimi; ci sono anche gli antonimi. Dopo tutto, che ragione c’è di avere una parola che è semplicemente l’opposto di qualche altra? Una parola contiene in se stessa il proprio opposto. Prendi “buono”, per esempio. Se hai una parola come “buono”, che necessità c’è di una parola come “cattivo”? “Imbuono” andrà altrettanto bene; meglio, perché, al contrario dell’altra, è l’esatto opposto. O ancora, se vuoi qualcosa di più forte di “buono”, che senso ha disporre di tutta una serie di inutili parole dal significato vago come “eccellente”, “splendido”, e tutto il seguito? “Piubbuono” include il significato; o “bispiubbuono”, se vuoi qualcosa di ancora più forte. Naturalmente queste forme noi le usiamo già, ma nella versione definitiva della Neolingua non ci sarà nient’altro. Alla fine l’intera nozione di bontà e cattiveria sarà coperta da soltanto sei parole; una parola sola, in realtà. Non capisci la bellezza di questo, Winston? L’idea originale è stata del G.F., naturalmente”, aggiunse come per un ripensamento.
Una sorta d’insulsa eccitazione balenò sul viso di Winston alla menzione del Grande Fratello. Tuttavia Syme notò immediatamente una certa mancanza di entusiasmo.
“Tu non hai una reale considerazione per la Neolingua, Winston”, disse con una venatura di tristezza. “Anche quando scrivi in Neolingua, tu stai ancora pensando in Paleolingua. Ho letto qualcuno di quei pezzi che occasionalmente scrivi sul Times. Sono abbastanza buoni, ma sono traduzioni. In cuor tuo, tu preferiresti restare incollato alla Paleolingua, con tutta la sua indeterminatezza e le sue inutili sfumature di significato. Tu non afferri la bellezza della distruzione delle parole. Ma lo sai che la Neolingua è l’unica lingua al mondo il cui vocabolario si restringe ogni anno di più?”.
Winston lo sapeva, naturalmente. Sorrise, in un modo che esprimeva sintonia – sperava – non arrischiandosi a parlare. Syme dette un altro morso al pane scuro, masticò brevemente, e riprese:
“Non capisci che l’obiettivo della Neolingua è di restringere l’estensione del pensiero? Alla fine noi renderemo letteralmente impossibile il reato di pensiero, perché non ci saranno parole con cui esprimerlo. Ogni nozione che potrà mai servire sarà espressa da esattamente una sola parola, col suo significato rigidamente definito, e tutti i significati accessori cancellati o dimenticati. Già nell’Undicesima Edizione non siamo lontani da questa meta. Ma il processo continuerà ancora a lungo dopo che tu e io saremo morti. Ogni anno meno parole, e l’estensione della coscienza sempre un po’ più angusta. Anche ora, naturalmente, non c’è né ragione né scusa per commettere reati di pensiero. È soltanto un problema di autodisciplina, controllo della realtà. Ma alla fine non ci sarà alcun bisogno nemmeno di questo. La Rivoluzione sarà completa quando la lingua sarà perfetta. La Neolingua è l’Ingsoc e l’Ingsoc è la Neolingua”, aggiunse con una sorta di mistica soddisfazione. “Hai mai pensato, Winston, che entro il 2050, ma proprio al più tardi, non esisterà alcun essere umano in grado di capire una conversazione come quella che stiamo facendo in questo momento?”.
“Eccetto…” cominciò Winston esitante, e poi si fermò.
Stava per dire – l’aveva già sulla punta della lingua – “eccetto i prol”, ma si censurò, non sentendosi assolutamente certo che questa osservazione non rischiasse di risultare, in qualche modo, non ortodossa.  Syme, però, aveva indovinato cosa stava per dire.
“I prol non sono esseri umani” disse distrattamente. “Entro il 2050 – ancora prima, probabilmente – ogni effettiva conoscenza della Paleolingua sarà sparita. L’intera letteratura del passato sarà stata distrutta. Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron… esisteranno solo in versione neolingua, non soltanto cambiati in qualcosa di diverso, ma di fatto mutati in qualcosa di contraddittorio rispetto a quello che erano prima. Persino la letteratura del Partito cambierà. Persino gli slogan cambieranno. Come potresti ancora avere uno slogan come “la libertà è schiavitù” una volta abolita la nozione di libertà? Sarà l’intera modalità del pensiero ad essere diversa. Diciamo che non ci sarà pensiero come lo intendiamo ora. Ortodossia significa non pensare… non aver bisogno di pensare. Ortodossia è inconsapevolezza”.

“Lo vaporizzeranno” pensa Winston allarmato. “Uno di questi giorni sparirà nel nulla come vapore. È troppo intelligente. E parla con disarmante chiarezza. Al Partito le persone così non piacciono proprio. Lo vaporizzeranno. Ce l’ha scritto in faccia”. 

Sarà davvero così? Chi vorrà vedrà!


Intanto non dimenticate, tra circa una settimana, di leggere il nuovo post: svilupperemo gli spunti offerti da Syme, e dalla “appendice” dell’Autore, per determinare obiettivi, struttura linguistica e stilistica della neolingua, e, alla luce degli insegnamenti orwelliani, daremo un’occhiata alla situazione odierna.

venerdì, maggio 11, 2018

Il Grande Fratello




Introduzione                                                                       

Certo nessuno tra i miei amici è così sprovveduto da pensare che il “Grande Fratello” sia invenzione originale degli autori di uno spettacolo televisivo longevo e – mi assicurano – tuttora non privo di appassionati e fedeli spettatori. Tuttavia è probabile che non tutti abbiano avuto il tempo di leggere 1984 di George Orwell, dove questo enigmatico personaggio appare per la prima volta e riempie della propria immagine ogni angolo di Londra, una delle metropoli del Superstato Oceania.


George Orwell
George Orwell (pseudonimo di Eric A. Blair)

1903-1950

Il romanzo fantapolitico di Orwell è un incubo di oltre trecento pagine. Ma è appassionante, e la sua conoscenza è molto utile per orientarsi nel mondo attuale. Non che le sue fosche previsioni si siano integralmente realizzate. Assolutamente no. E la mia fiducia nell’uomo mi porta a sperare che, in quella forma, non si realizzeranno mai. Tuttavia, qua e là nelle pieghe e nelle intersezioni della vita politica e sociale di questo incipiente terzo millennio, sono già evidenti numerosi tentativi di applicarne spunti e suggestioni. Individuarli per tempo può contribuire a disinnescarli. Non sarà inutile, dunque, presentarne qualche pagina che invogli a una lettura integrale. 


Tranquilli: non sarò tanto ineducato da rivelare snodi cruciali della trama che vi tolgano il piacere della suspense! Mi propongo soltanto di presentare questo invadente Fratello (e la sua antitesi), e il protagonista del romanzo. Lo farò traducendo qualche passo del primo capitolo, e corredandolo dell’indicazione del contesto necessario alla comprensione, con l'aggiunta di qualche nota esplicativa. Inevitabile anche qualche accenno alla Neolingua. Un’invenzione, quest’ultima, che, in forma per ora piuttosto blanda, ha già trovato  nel mondo attuale zelanti seguaci tra i politici, nella burocrazia, nel mondo dell’informazione e, a seguire, anche in altri settori, vuoi per interessi più o meno oscuri, vuoi per scimmiesca imitazione.



Il protagonista e la sua abitazione

ritratto d'un uomo dallo sguardo perplesso
Winston Smith (J. Hurt), perplesso,
 all’inizio del rito dei “Due minuti d'odio”
Lo sventurato protagonista del libro si chiama Winston Smith, nome e cognome non scelti a caso: Smith è probabilmente il cognome più diffuso nel Regno Unito, e Winston, al tempo della pubblicazione (1949), era certamente il nome più noto: si chiamava Winston quel Primo Ministro che aveva appena portato il proprio popolo alla conclusione vittoriosa della più terribile guerra sperimentata dall’Umanità. 
Osserviamolo, all’inizio della storia, rientrare frettoloso a Victory Mansions, dove ha sede il suo appartamento.

Era una fredda, luminosa giornata d’aprile, e gli orologi battevano le tredici. Winston Smith, col mento
spiaccicato contro il petto nel tentativo di opporre un riparo a un vento velenoso, sgusciò in fretta attraverso le porte di vetro di Victory Mansions, ma non abbastanza veloce da evitare che un mulinello di polvere renosa entrasse con lui.
L’ingresso puzzava di cavoli bolliti e di vecchi zerbini di pezza. A un capo di esso, attaccato alla parete, un manifesto a colori, troppo grande per esposizione interna. Rappresentava semplicemente un’enorme faccia, larga più d’un metro: la faccia di un uomo sui quarantacinque anni, con folti baffi neri e bei lineamenti. Winston andò dritto verso le scale. Provare a prendere l’ascensore era inutile. Anche nei periodi migliori raramente funzionava; ora poi durante le ore del dì la corrente elettrica era staccata. Questo faceva parte della campagna di risparmio in vista della Settimana dell’Odio. L’appartamento era sette rampe di scala più in alto, e Winston, che aveva trentanove anni, e un’ulcera varicosa sopra la caviglia destra, andava piano, fermandosi parecchie volte, lungo la salita, per riposarsi. Ad ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con l’enorme faccia vi fissava dalla parete. Era una di quelle immagini che sono congegnate in modo che gli occhi vi seguano ovunque vi spostiate. IL GRANDE FRATELLO TI GUARDA, diceva la scritta sottostante.
All’interno dell’appartamento una voce vellutata leggeva una lista di cifre che avevano qualcosa che fare con la produzione di ghisa. La voce proveniva da una placca metallica oblunga, simile a uno specchio opacizzato, che ricopriva parte della parete destra. Winston girò un interruttore e la voce si abbassò un po’, anche se le parole continuavano ad essere distinguibili. Lo strumento (il teleschermo, com’era chiamato) poteva essere smorzato, ma non c’era modo di spegnerlo completamente.

In realtà, si tratta di un apparecchio ricetrasmittente, capace di captare ogni movimento, ogni voce appena più alta di un lieve sussurro. Eternamente in funzione, senza nessuna possibilità di fermarlo. All’altro capo, agenti della Polizia Politica, o più esattamente della “Polizia del Pensiero”, della Thought Police, incaricata della vigilanza sul pensiero (sul pensiero, badate bene, prima che sull’espressione!). Non è detto che, in quel dato momento, il terminale connesso al vostro apparecchio fosse attivo. Ma... meglio dare per scontato d’essere, in qualunque momento, visti e ascoltati.

Il luogo di lavoro

Winston volge le spalle all’apparecchio e si avvia verso la finestra. Dopo tutto, ha il privilegio di avere un appartamento con vista sul Miniver, il Ministero della Verità, dove ha sede il suo ufficio. Sì, Winston è un funzionario del Ministero della Verità. È un esecutivo di una sezione che potremmo definire, con qualche approssimazione, col titolo di un libro di Marcello Foa: “Gli stregoni della notizia”. Il suo compito è aggiornare continuamente la percezione della realtà, riscrivendo ogni possibile registrazione di fatti ed eventi (articoli di giornale, pagine di libro, ecc. ecc.) in modo da riplasmare la realtà umana, dalla storia all’attualità, conforme alle mutevoli esigenze del Partito. 
 


Restituiamo la parola a Orwell:

Il Ministero della Verità – Miniver, in Neolingua – era impressionante nella sua singolarità rispetto al panorama circostante. Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco brillante, che, di terrazza in terrazza, si levava alto nell’aria per ben trecento metri. Dal punto in cui Winston si trovava, era appena possibile leggere, in risalto sulla facciata bianca e in caratteri eleganti, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITU’
L’IGNORANZA È FORZA

 Il Ministero della Verità racchiudeva tremila stanze al di sopra del suolo, si diceva, e corrispondenti diramazioni al di sotto. Sparsi qua e là nei quartieri di Londra vi erano soltanto altri tre edifici di aspetto e taglia simile. Era così netta la loro preminenza su tutta l’architettura circostante che dal tetto di Victory Mansions si potevano vedere tutt’e quattro contemporaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri nei quali si articolava l’intero apparato di governo: il Ministero della Verità, che si occupava di informazione, intrattenimento, istruzione e belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’amore, inteso al mantenimento dell’ordine e della legalità; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile degli affari economici. I loro nomi in Neolingua: Miniver, Minipax, Miniam e Miniabb. 

Un uomo esamina un foglio di giornale
Il protagonista
al suo posto di lavoro
Quattro Ministeri. Indovinate qual era quello più temuto. Sì, proprio così: quello dell’amore. (Si vede che avete già capito la logica della Neolingua!). Spaventevole già nell’aspetto esteriore: nessuna finestra, accesso consentito solo per causa di servizio, e solo dopo aver superato posti di guardia vigilati da figuri dalla faccia truce e in uniforme nera, intricatissimi sbarramenti di filo spinato, dissimulate postazioni di mitragliatrici, porte d’acciaio… Anche i più incalliti e impavidi tremavano alla prospettiva di essere portati in quel luogo; imploravano pietà al minimo accenno alla famigerata “Stanza 101”!

Il Grande Fratello e la sua antitesi


Ma chi era, in fin dei conti, questo misterioso personaggio che abbiamo visto raffigurato minaccioso (o protettivo?) nell’atrio di Victory Mansions, e da cui abbiamo preso le mosse?
Il ‘Grande Fratello’ è onnipresente negli enormi manifesti attaccati ad ogni cantonata e in ogni interno non strettamente privato, ed è sempre presente nei comunicati trasmessi dai teleschermi. Ma in realtà nessuno l’ha visto mai. Che sia solo un simbolo? Il Grande Fratello “è the guise (la maschera, ma, forse meglio, l’icona, il volto) con cui il Partito sceglie di manifestarsi al mondo”, si legge in un libro “clandestino” attribuito all’inafferrabile traditore Emmanuel Goldstein. Anche questo signore, del resto, nessuno l’ha mai visto, eccetto che nei filmati proiettati per suscitare nelle folle odio viscerale e incontenibile furore. Appare con un volto emaciato, vagamente semita, un viso che ricorda il muso d'una pecora. E con voce di pecora è permanentemente intento a vomitare ingiurie e offese contro il Grande Fratello e il Partito; a blaterare di tirannia del Partito, di pace, di libertà di parola, di libertà di stampa, di libertà di pensiero... È l’antitesi del Grande Fratello. Questo è un po’ il surrogato del Dio della tradizione (ovviamente sbandito in maniera completa e definitiva da tutto il territorio del Superstato); oggetto d’amore universale e principio d’ogni bene. Quello, Goldstein, è il Lucifero della situazione, principio d’ogni male, bersaglio numero uno delle ricorrenti feste dell’Odio.


Le feste dell’odio


Julia (S. Hamilton) amante del protagonista
Julia (S. Hamilton), amante del protagonista,
in un momento di precaria (e illusoria!) intimità
L’odio è un sentimento importantissimo nel superstato d’Oceania. Esso è perennemente suscitato, eccitato, fomentato, alimentato, in ogni modo e con ogni mezzo. Nei momenti in cui non sono occupati a decantare gli spettacolari progressi di Oceania in ogni campo, o a ringraziare il Grande Fratello per il suo amore per il popolo e per il suo paterno, provvidenziale governo fonte d'ogni bene, i teleschermi non fanno che trasmettere voci e immagini atte a suscitare e accrescere l'odio. Ma ci sono anche momenti specificamente dedicati alla celebrazione di questo sentimento. 
Il primo è noto  come "Due minuti d'odio". Ogni giorno, ad orario stabilito, l'attività si interrompe; le persone... (be’, diciamo meglio: i lavoratori) si riuniscono nel grande salone del luogo di lavoro, davanti a teleschermi giganteschi, dove vengono proiettate voci e immagini appropriate, dall'effetto immancabile. Due sono i bersagli principali, sempre presenti. Uno è il nemico interno: il traditore, il mitico Goldstein. L'altro è il nemico esterno (con cui, del resto, il traditore è ovviamente in combutta!): Eurasia o Estasia (sono i nomi degli altri due Superstati, alternamente in conflitto o in alleanza con Oceania). Per due interminabili minuti la folla è portata al delirio. E quando, a conclusione, appaiono sullo schermo il paterno, invincibile Grande Fratello e i consolanti simboli del Partito, si sente esausta ma rinfrancata.  

primo piano di donna nell'atto di gridare il suo odio
“Maiale! Maiale!” grida Julia
contro lo schermo da cui parla Goldstein.
È l’effetto dei “Due minuti d'odio”!
Ma è la Settimana dell’Odio la celebrazione più solenne e impressionante. Per lunghezza e intensità, per varietà di riti e manifestazioni.  Quella in preparazione all'inizio del romanzo è specificamente rivolta contro Eurasia, attualmente in guerra con Oceania. Manifesti, addobbi, striscioni, dimostrazioni, cortei, discorsi dal teleschermo, arringhe di autorità locali, riti comunitari… tutto è dedicato ad eccitare e gonfiare l’odio contro Eurasia. Chi leggerà il libro si troverà coinvolto nel pieno svolgimento di questa orgiastica, interminabile festa dell’odio. Il sesto giorno, durante un infuocato comizio di un oratore dai gesti e toni di voce che farebbero impallidire il truce dittatore tedesco, la folla giunge a tal punto di rabbiosa isteria colletiva che se avesse tra le mani i duemila “criminali di guerra” eurasiani, destinati ad allietare la conclusione delle manifestazioni con l’impiccagione, li sbranerebbe con le proprie unghie. 

primo piano di uomo che grida
Un’altra immagine di “Due minuti d'odio”
 
Ed è proprio a quel punto culminante che un messaggero giunge trafelato a consegnare all’oratore un pezzetto di carta. Questi gli dà appena un’occhiata e prosegue impassibile la frase iniziata. Il nostro Winston è probabilmente uno dei pochissimi ad accorgersi di un lieve cambiamento: Guerra eterna al nostro nemico Estasia, in compagnia del nostro fedele alleato Eurasia! Nella folla, educata da qualche decennio di rivoluzione permanente, nessuno si meraviglia, nessuno si pone domande. Per lo meno, nessuno lo fa apertamente. Ma – direte – e i manifesti, gli striscioni, i filmati… Ma è naturale: si è trattato di una mostruosa provocazione, un sabotaggio degli agenti controrivoluzionari di quel criminale di Goldstein! Nel giro di pochissimo tempo ogni cosa viene sostituita e adeguata. Gli slogan restano gli stessi; l’abominio e il furore del popolo diventa, se possibile, ancora più feroce. E per il povero Winston si apre una settimana di estenuante lavoro 24 ore su 24 (con solo qualche ora di riposo) per far sì che tutti sappiano che in verità da sempre noi combattiamo contro Estasia, a fianco di Eurasia. E in effetti, al termine di quella settimana, nessuno, in tutto l'immenso territorio di Oceania, sarebbe in grado di trovare uno straccio di prova scritta o comunque registrata del cambiamento di fronte.

primo piano di uomini che gridano
L'isteria collettiva travolge tutti

Neolingua (Newspeak)

L’attività di questo regime che maggiormente m’intriga è quella di pertinenza del Miniver, del Ministero della verità (!), e più in particolare quella relativa alla lingua.
Penso di farne un articolo a parte, da pubblicare prossimamente. Tuttavia siete già venuti a contatto con qualche scampolo di Neolingua nei due brani sopra riportati. Avrete già notato la mania (che ha già trovato volenterosi adepti nel nostro mondo attuale) di ridurre le espressioni a incroci abbreviativi, come nella denominazione dei Ministeri: Miniver, Minipax, Miniabb, Miniam (rispettivamente: Minitrue, Minipax, Miniplenty, Miniluv). Esempi nei quali possiamo anche riscontrare un’altra caratteristica della Neolingua: il gusto per la risemantizzazione di espressioni correnti, con una particolare simpatia per la deformazione ironica, se non addirittura sarcastica: pensate a quell’ineffabile definizione del più terrificante tra i Ministeri: il Miniluv! (notare la voluta variante grafica, invece di ‘Minilov’!). Ma qui, a parte il gusto per il sarcasmo, interviene un altro caposaldo dell’INGSOC (altra sigla!), cioè del Pensiero ufficiale (vale a dire unico!) del Superstato: il Doublethink!




Riconoscimenti:
  le immagini relative a personaggi del romanzo sono tratte dal film Orwell 1984 di Michael Radford.



domenica, febbraio 25, 2018

Chiarelli Luigi, La scala di seta



Corpi danzanti deformati
La deformazione caricaturale, tipica del teatro grottesco, trova precisi riscontri nell'arte espressionistica come in questa  Danza intorno al vitello d'oro di Emil Nolde (1910)


L’anno da poco trascorso ricorreva il centenario del secondo “grottesco” di Luigi Chiarelli, La scala di seta, rappresentato al Teatro Argentina di Roma il 29 giugno del 1917 (non il 18, come erroneamente riportato nel DBI). La “prima” lasciò parzialmente deluso il pubblico, probabilmente disorientato dall’eccessiva complicazione della trama. Ma il favore della platea crebbe rapidamente nelle serate successive, quando qualche opportuna sforbiciata e, se l’ipotesi non è troppo azzardata, le recensioni e i riassunti pubblicati sui giornali, avevano reso meno disagevole orientarsi nel groviglio di personaggi ed episodi. Insomma, sia pure non senza contrasti, un successo notevole. E non effimero, se la commedia fu successivamente riproposta con fortuna anche dalla Compagnia Gandusio. Eppure, a mia conoscenza, nessuno ha pensato di celebrare la ricorrenza con una ripresa o in altro modo. Su questo può aver pesato il giudizio negativo di un critico teatrale del peso di Adriano Tilgher, e una certa farraginosità residua anche dopo gli interventi di potatura suggeriti all’autore da pubblico e critica. Ma alla… dimenticanza, forse non è estranea l’asprezza della satira politica, che già allora causò più d’un mugugno, e più ne avrebbe suscitato in questo nostro tempo segnato dallo scetticismo, dal disgusto, dall’antipolitica. Eppure, nonostante gli innegabili difetti artistici, la commedia meriterebbe senz'altro una ripresa. In mancanza, accontentiamoci di una rilettura.

L’autore 
                                              
Foto di Luigi Chiarelli
Luigi Chiarelli
(Trani 1880-Roma 1947)
Luigi Chiarelli (Trani 1880 – Roma 1947) è noto come l’inventore del “teatro delgrottesco”, un genere teatrale volto a sottolineare l’irrazionalità e l’incoerenza di certi aspetti e convenzioni della vita borghese mediante il ricorso alla deformazione caricaturale dei personaggi, l’incongruenza dei loro discorsi e delle loro azioni, la mescolanza di tragico e comico, tale da suscitare, com’è stato ben detto, un “riso senz’allegria”. A Chiarelli si deve la prima opera che si fregia di quella definizione: La maschera e il volto, che reca come sottotitolo la dicitura“Grottesco in tre atti”; commedia composta tre/quattro anni prima, ripetutamente rifiutata dai comici, e portata al trionfo dalla “Compagnia Drammatica di Roma” il 31 maggio 1916. Incoraggiato dall’inaspettato successo, l’autore ritentò il colpo l’anno dopo col ‘grottesco’ qui esaminato. Il ‘miracolo’ non si rinnovò, ma, come si è visto, contrasti e incomprensioni furono presto abbandonati, e – nonostante riserve critiche fondate – la commedia continuò a divertire il pubblico ancora per molto tempo.

Personaggi principali

Il numero spropositato degli interlocutori (21!), e le complicazioni della trama, che contribuirono a disorientare gli spettatori della ‘prima’, rendono non facile darne un riassunto chiaro e sintetico al tempo stesso. Per agevolare il compito, premettiamo un elenco dei personaggi principali:
Selmi, senatore, già due volte ministro e ora potentissimo quanto ambizioso uomo politico;
Selika, affascinante forestiera (origini misteriose), amante di Selmi;
Roberto Felci, segretario e collaboratore di Selmi, fidanzato di Lauretta sua figlia;
Désiré, maestro di ballo, di origini oscure, idolo del mondo femminile;
Raul, il cinico della situazione;
Simonide, forestiero, sedicente Altezza Reale, sempre ben informato d’ogni cosa;
Maria Taglioni, ballerina, a cui Désiré – quand’era ancora ignoto e senza soldi – aveva promesso nozze mai celebrate.

Riassunto

Per cominciare, chiariamo subito che La scala di seta chiarelliana non ha nulla che fare con l’omonima breve opera rossiniana su libretto di Giuseppe Foppa. L’unico elemento comune è la scala di seta: in senso proprio nel testo foppiano (serve all’amato per raggiungere la finestra dell’amata), in senso metaforico nel nostro (“Si sale, si sale!” – dice Selika al neocommendatore Désiré. “Dolcemente, facilmente, come per una scala di seta…”).

Atto I

Selmi, presidente della Commissione di studio sul progetto di “riscatto” della Ferrovia Transahariana (cioè rilevamento dell’esercizio da parte dello Stato), ha in mente una colossale speculazione. Ne intuisce le intenzioni Selika, sua amante. Desiderosa d’inserirsi nell’affare, ricerca l’aiuto e la complicità di Roberto Felci, incaricato dello studio del progetto. Di fronte allo sdegnato rifiuto, Selika gli fa notare l’ambiguità della sua posizione: onesto e… collaboratore del capo di una banda di pirati! Deve scegliere: o essere veramente onesto (rassegnandosi a una prospettiva di solitudine e immeritate sofferenze) oppure farsi egli stesso “pirata senza scrupoli” e usare le sue eccellenti qualità personali per vincere, per trionfare su gente meschina come Selmi e la servile compagnia che gli sta intorno. Vincerò – assicura Roberto – ma con l’unico modo a me congeniale: “lottando a viso aperto e con armi franche”. È questa la sua scommessa con la vita.
Il progetto di Selmi incontra un ostacolo nel Ministro del tesoro, che lo giudica “disastroso per lo Stato”. È perciò necessario fondare un giornale per convincere l’opinione pubblica della convenienza dell’affare. Lo dirigerà Roberto Felci, dice Selmi ai suoi onorevoli tirapiedi: proprio perché onesto, ha la credibilità necessaria; e, ingenuo com’è, in caso di bisogno sarà il parafulmine ideale. Ma Roberto rifiuta di prestarsi al gioco. 
La certezza che il “riscatto” si farà giunge all’orecchio di Selika, che ne chiede spiegazioni all’amante. Chi l’avrà informata? Selmi, sospettando Felci di infedeltà e doppio gioco, gli chiede brutalmente quanto vuole, suscitando le risentite proteste dell’ignaro segretario.
Ne approfitta Selika per riprendere la propria opera di seduzione su Roberto. Se resterà solo – lo ammonisce – è già destinato alla sconfitta. E l’ammonizione sancisce con un imprevisto quanto tenace bacio sulla bocca. Proprio mentre giunge Lauretta, che, scrupolosa osservante delle buone regole, si getta “svenuta” tra le braccia del ballerino.

Atto II

Il giorno dopo, la bella compagnia si trasferisce nella villa di Selmi in un paese vicino Roma, per sostenere e festeggiare la candidatura di Franchini. Il quale, però, ha avuto la pessima idea di morire proprio quella mattina, suscitando la stizza di Selmi per la seccatura di sostituirlo, e lo sgomento della signora Sbaraglia sua amante, non meno che del signor Sbaraglia, affranto per la perdita della bella somma versatagli annualmente dal Franchini a titolo di onorevole risarcimento. Entrambi, comunque, godono il conforto delle sentite condoglianze degli amici.
Anche Lauretta, del resto, ha già trovato conforto al “tradimento” di Roberto tra le braccia che ne avevano accolto lo svenimento di prammatica. Ne siamo messi al corrente in un esilarante cinguettìo d’amore improntato alle doverose lacrime di lei (“Le mie care illusioni perdute!”, “I miei sogni distrutti!”, “Povero ideale!”…)  e alla nobile promessa di nozze riparatrici da parte di lui (“Sono un gentiluomo!”). Cinguettìo troncato brutalmente dall’arrivo della gelosa Maria Taglioni. Inutili minacce, seguite da rassegnata sottomissione. “Ebbene, sarò quello che tu vorrai”, promette docile Maria, anticipando Pirandello. Ad aprirle gli occhi penserà Raul, da Désiré incaricato di… “liquidarla”.
Selmi, intanto, accoglie volentieri la preghiera della signora Sbaraglia di candidare il marito in sostituzione dell’amante. Ma la notizia che Roberto agli elettori la propria candidatura, e che il suo comizio è stato un trionfo, precipita nello sgomento i coniugi Sbaraglia – e anche Selmi – e suscita grave delusione in Selika e Raul: non c’è più partita, addio divertimento! A meno che – dice Selika – non ci inventiamo un terzo candidato, qualcuno che metta un po’ d’allegria: Désiré, per esempio. Entusiasta della proposta, Raul corre a ordinare i manifesti elettorali.
Al centro dell’intricata scena seguente è ancora Selmi: ricattato da Désiré, che minaccia lo scandalo se si opporrà alle nozze riparatrici; impaurito dall’intenzione di Selika di acquistare azioni della Transahariana e scosso dal suo aperto disprezzo, minacciato da Felci furibondo per l’inspiegabile rottura del fidanzamento… Quand’ecco una sconvolgente notizia: Désiré vittima di un attentato. Attentato politico – sentenzia Simonide – giacché  il suo nome figura tra i candidati. Riavutosi dallo stupore di siffatta candidatura, Selmi coglie l’idea al balzo per disfarsi di Felci. Ma… colpo di scena: ecco Désiré! Vivo, illeso! – È stata Maria – confida a Selmi. Che prontamente gli impone, se vuole diventare deputato, di negare di aver visto l’aggressore. Désiré non capisce ma obbedisce. Fuori, del resto, c’è già una folla acclamante, desiderosa di congratularsi con l’eroico neocandidato, sfuggito al vile attentato “politico”.
Poi la musica richiama tutti al ballo… La notizia dell’arresto di Felci non interessa più a nessuno.   


Atto III

Qualche tempo dopo, all’inaugurazione della villa acquistata da Selmi con i proventi della speculazione e regalata a Lauretta, troviamo i soliti personaggi, convenuti per un ballo mascherato.
Selmi ha avuto l’incarico di formare il nuovo governo. Tra i ministri, gli onorevoli deputati suoi tirapiedi, ma non il genero Désiré, che se ne lamenta in uno scambio di battute acide con la moglie, più interessata al corteggiamento di S. A. Simonide (appuntamento, tra un’ora, nel “salottino giallo”!). Ma la tresca è scoperta da quel tormentone della Taglioni, che ne informa Raul e lascia sul tavolo una lettera ‘anonima’ per il tradito. La busta è consegnata al destinatario in presenza di Raul, che lo prepara al colpo con battute via via più esplicite. Ma Désiré non se la prende tanto: dopo tutto, il rivale è… “di sangue reale”!
Giunge Felci, prosciolto in istruttoria con l’aiuto di Selika, e invitato da Lauretta, pentita – dice – e pronta a riscattarsi offrendogli il suo corpo.
Selika propone ancora una volta a Roberto di unirsi a lei e fuggire lontano da questi voraci “pigmei”, “troppo piccoli per poterli combattere”. È convinta di poter comunicare a Roberto la propria indomita energia. Ma le sue esortazioni non hanno effetto. Roberto si sente “fiaccato, spezzato”. Ha perso la scommessa.
Eppure certe cose gli “fanno ancora male!”, deve riconoscere all’incredibile notizia che Désiré sarà ministro. Ministro! Désiré! Lo sciocco, vanitoso maestro di ballo c’è arrivato. Lo scandalo è inevitabile – ha detto al suocero. – A meno che… – E Selmi, naturalmente, ha ceduto.
“Quando un uomo è salito tanto in alto…” dice trionfante Désiré. Per il povero Felci questo è davvero troppo. “Salito dove, a che? Credi veramente di avermi vinto? Tu me?... Sciocco! Gli uomini non si vincono, non si sostituiscono!”. “Io me ne vado” aggiunge, “ma il posto che lascio vuoto nella vita non sarà occupato né da te né da nessun altro”.
Non sfugge, la tragica allusione, alla povera Liliana, l’umile, misconosciuta innamorata di Roberto.  “Dove andate?... Dove andate?” chiede angosciata, cercando di sbarrargli il passo. Troppo tardi! “Ti ho vista troppo tardi!” le dice invece d’addio. 
La commedia poi si chiude sull’immagine del neoministro che grida parole sconnesse alla folla acclamante sotto il balcone, finché le note del valzer lo risucchiano in sala, a governare le danze del gregge mascherato.


Analisi del contenuto: "commedia di ambiente"

Tra le recensioni della prima serata si distingue quella della “Tribuna” di Roma.
Il critico, che si firma con le iniziali M.C., rileva “ingegno brillantissimo e originale”, “senso acre e spontaneo di umorismo”, “novità e vivacità di idee”; “nel dialogo un’affascinante vivezza, e nella caricatura delle ipocrisie umane un intuito finissimo, e nelle trovate sceniche una comicità indiavolata, e nelle finalità un fondo generoso”. Non basta: “V’è tanto spirito  profuso nei tre atti della Scala di seta da bastare per dieci commedie: l’ironia vi balza fuori come spuma di Champagne”. Niente di meno!
E allora come si spiega la delusione, l’insofferenza del pubblico alla fine del II atto e, più ancora, del III? Dov’è l’errore?
“Immaginando in Désiré una caricatura di avventuriero, poiché egli non sale la scala del successo per virtù proprie, a forza di muscoli e di colpi di genio, ma per la stupidità e miseria morale del mondo in cui si muove e sgambetta, aveva avuto una concezione iniziale gustosa e non priva certo di originalità”, riconosce M.C. Sennonché, “nel dare a questo personaggio aspetti e atteggiamenti di fantoccio, l’autore avrebbe dovuto creargli attorno figure antitetiche, dei personaggi reali, non delle caricature”. E così, “per errore di prospettiva”, quasi tutto “è apparso sullo stesso piano di satira”. Insomma, tutto caricato, tutto appiattito, e tutto ugualmente irreale.
E invece, l’errore di prospettiva, a mio modesto avviso, lo commette il critico. Il quale inquadra la commedia nello schema del personaggio centrale – caricaturalmente deformato per spogliarlo dell’umanità e rivestirlo della maschera appropriata al ‘tipo’ – e  di un contorno di personaggi umani, credibili, intesi a far risaltare la mostruosità del protagonista. Ma se questo era il desiderio del critico, non era l’intenzione dello scrittore.
Questo lavoro, almeno a giudizio di chi scrive, va letto secondo lo schema di quella che un tempo si chiamava “commedia di ambiente”. Una commedia in cui, per statuto, l’attenzione dell’autore è rivolta non al singolo personaggio, ma alla rappresentazione di un ambiente (vedi, per esempio, il Goldoni del Campiello e, più ancora, delle Baruffe chiozzotte). In questo suo lavoro Chiarelli vuole presentarci lo spaccato d’un gruppo sociale che ruota intorno all’arrivismo politico, un mondo degradato in cui il personaggio positivo è inesorabilmente votato alla sconfitta. Il protagonista vero, l’‘eroe’ del dramma, non è né il potentissimo Selmi, né quella marionetta sciocca di Désiré, ma Roberto Felci, che incarna il vecchio, e mai dimenticato, motivo romantico del conflitto dell’individuo eccezionale con l’abietta società che lo circonda. Ed infatti, in una commedia sostanzialmente statica, è lui l’unico personaggio a subire un’evoluzione (uscendone distrutto). Ed è, anzi, assieme a quella specie di fuggevole apparizione che è la povera Liliana, l’unico personaggio vero, non degradato dalla caricatura.
“Désiré non è che il centro di altrettanti piccoli Désiré, cioè di marionette non molto dissimili dal principale modello”, scrive il critico della “Tribuna”. Appunto: è proprio quello che l’autore voleva rappresentare!
Per meglio comprendere la natura e gli umori di questo ambiente, non ci resta che passare in rapida rassegna i singoli personaggi (i più importanti – intendo – ché altrimenti non finiremmo più).

Anaslisi dei personaggi

Selmi: è il dominus attorno a cui ruota una ciurma di questuanti, di personaggi servili e spregevoli: si va da disonorevoli deputati ad ignobili aristocratici, a borghesi in cerca di fortuna. Agli occhi di costoro, egli è naturalmente un gigante.  Dai piedi d’argilla, a giudizio di chi lo conosce bene. “Tu un gigante?” gli dice Selika. “Ah!... Sai dov’è il gigante?.  È nella dabbenaggine, nella miseria, nella vigliaccheria di quelli che ti circondano!”. Il suo non è propriamente cinismo, come quello di Raul. È cieca insensibilità morale. Fin dal principio: la sua scalata al denaro e al potere cominciò con la vendita della moglie a un uomo potente. “Credevo di essere un cinico: mi sono ingannato!” dice a una Selika sprezzante e decisa ad abbandonarlo. “Un uomo che è arrivato come me, crede ancora in qualche cosa; crede al valore della potenza, crede in se stesso! Per questo difendo il mio, per questo non devi lasciarmi!”. Per questo, non perché l’ami. Non distingue tra persone e cose, lui; l’unico rapporto che conosce è quello del possesso.

Désiré: vanesio e sciocco fino alla caricatura, autoproclamato "maestro di ballo"; idolo supremo di quel grigio, svanito mondo femminile che popola la commedia. Si erge, in qualche caso, al ruolo di antagonista di Felci, ma a torto. Se incredibilmente giunge dove non avrebbe mai potuto sperare, lo deve a una serie di circostanze estranee alla sua volontà, e spesso anche alla sua comprensione; alla dabbenaggine e alla miseria morale circostanti; e alle bizzarrie della sorte. Il suo ruolo attivo si limita ad assecondare l’onda; e all’attivazione di qualche volgare furberia, risorsa congeniale alla sua perfetta indifferenza ai valori morali.

Selika, amante riluttante di Selmi. Speculare a Désiré in quanto oggetto di sciocca idolatria del sesso opposto, ma, diversamente da lui, bella e intelligente, sicura di sé e del suo fascino. A Felci, che l’accusa di essere malvagia, risponde: “Nessuno mi ha mai domandato di essere buona! […] Se un uomo un giorno avesse teso le mani verso di me, sorridendo con rispetto e con fede, quell’uomo sarebbe diventato il re del mondo. Ma gli uomini hanno troppo orgoglio; vogliono conquistare… e perdono se stessi!” E lei si adegua. Per realizzare i suoi progetti non bada alla qualità dei mezzi. E ricerca l’appoggio di Felci – l’unico uomo che ritiene meritevole di stima e forse ama – senza accorgersi della contraddizione tra le ragioni della stima e la bassezza a cui lo invita. L’onestà di fondo di Felci non la sgomenta: l’abiezione degli uomini che la circondano le ha dato un alto concetto di sé, un’impressione di onnipotenza. “Guarirai, risorgerai; per me! Sono io che lo voglio!...” dice a un Felci ormai distrutto. “E la mia volontà è legge!”. Roberto non si lascia convincere, ma deve riconoscere in sé la traccia del suo passaggio.  

Raul. La strada su cui sembra incamminata Selika, è già stata interamente percorsa da Raul, a cui la bella forestiera volentieri si accompagna, ammirandone l’intelligenza e condividendone il disprezzo per la dabbenaggine e l’ipocrisia circostanti. È il tipo del cinico, nel senso di persona indifferente, anzi beffardamente sprezzante di valori, sentimenti e convenzioni, nei quali non crede. Eppure conserva anche lui un briciolo di umanità. Verso Felci ha probabilmente una stima segreta e quel senso di dolorosa compassione che si ha verso chi si vede correre irrimediabilmente verso la propria perdizione. È questo che spiega il suo istintivo correre ad abbracciare Roberto scampato alla prigione, e la mal dissimulata commozione.
 
Lauretta: sul versante femminile, più di Selika (che, a suo modo, è una fuoriclasse) il personaggio più rappresentativo è Lauretta, che fa rima con farfalletta, o più propriamente con cretinetta. Confonde i sentimenti con i capricci, il senso morale con le convenzioni sociali, attentissima a non trasgredirne nemmeno una, ad assumere gli atteggiamenti volta a volta prescritti come convenienti: lacrimucce, svenimenti ecc.
     
Roberto Felci. Ed eccoci al personaggio cardine, quello che – agli occhi dell’autore – dovrebbe incarnare il positivo di cui la fauna umana circostante rappresenta la negazione.  
Segretario e collaboratore di Selmi, fondamentalmente onesto, è convinto che basti alla sua onestà svolgere correttamente il suo dovere di funzionario. “Che cosa faccio io per lui? Studio un affare, preparo gli elementi per un’operazione, redigo una relazione sull’andamento di un’impresa”, spiega a Selika. “Egli prende le mie parole ed i miei numeri  e se ne serve nel modo che a lui piace: onesto? disonesto? criminale? questo a me non interessa più”. Invano Selika gli segnala l’ambiguità della sua posizione e lo esorta a fuggire da quella “banda di pirati”. La sua scommessa con la vita è quella di riuscire a conciliare onestà e successo. Riuscirà?
Mah! Désiré nota che “in fondo non è un cattivo ragazzo; ma non sa andare a tempo! E non c’è nulla di più sconveniente!”. “E di più dannoso!” aggiunge Selika, che l’accusata discordanza ritmica volge a ben diverso significato! 
“Io credevo che per vincere nella vita bastasse un cuore saldo, una mente lucida, ed una fede sicura; credevo nella buona causa, e nella giustizia degli uomini; credevo nella verità, nella bellezza e nell’amore!” confesserà a Selika. Ora si sente “fiaccato, spezzato”. Ha perso. Inutili le insistenze di lei a riprendere la lotta per la vita. La lotta, per lui, non ha più senso. Ma la decisa rottura con quella “banda di pirati” gli ha conservato almeno l’orgoglio della propria dignità.
E come non rammentare, accanto a lui, tra i personaggi minimi, la sua ‘sorella’ poetica, l'evanescente figura di Liliana? Discreta, appartata, sincera e innamorata, umile violetta cresciuta in un viluppo di rovi. Troppo tardi la noterà l’amato, quando non potrà offrirle che un tardivo sentimento di rimpianto.

Satira politica

Satira politica, si è detto. E la politica di quel terzo anno di guerra (l’anno di Caporetto!) ne esce piuttosto malconcia. Un mondo di arrivisti e di questuanti, di politicanti mossi esclusivamente da sete di guadagno e di potere, di governanti disonesti e inetti (oh, Désiré ministro!), di seguaci servili e abietti… Anche l’amore rientra in questo schema: la donna è scala al potere o segno di raggiunto dominio. E le donne, per lo meno quelle che sfarfallano nell’ambiente del senatore Selmi e del ballerino Désiré, sono, sotto una maschera di rispettabilità, una massa di sventate prive di sentimenti autentici, animate da interesse, capriccio, vanità…
Rappresentazione realistica o caricaturale? Non c’è dubbio che la deformazione caricaturale abbia la sua parte. Del resto, tale atteggiamento, e il pessimismo di fondo che ne è alla base, sono costitutivi del genere grottesco. Il pubblico (non parliamo dei politici!) non la prese bene. Almeno in un primo momento. E oggi?
La storia recente – verrebbe da dire – si è incaricata di dimostrare che la realtà, a volte, è capace di superare le più bizzarre fantasie! Ed è innegabile la tentazione di leggervi, detratta la tara della caricatura, un sostanzioso residuo di verità; di riconoscervi situazioni e personaggi dei nostri giorni. Pensate, per esempio, a quel progetto di fondare un giornale per fare apparire conveniente per la collettività quella che è un’infame speculazione privata. Certo, oggi è più semplice: basta impartire gli ordini giusti al direttore di un telegiornale, o al conduttore di un talk-show… (D'accordo: non tutti sarebbero disponibili, ci mancherebbe!). Oppure pensate alla totale mancanza di scrupoli di certi politici, allo stomachevole servilismo di altri… Pensate a qualche ministro. O ministra! Ma la classe politica, si obietta, la fanno gli elettori. E infatti… Guardate gli elettori rappresentati dal Chiarelli: volubili, irrazionali, schiavi di umori ed emozioni momentanei, docile preda di chiunque sappia ingannarli… A parte le donne, all’epoca escluse dal suffragio!
Insomma, la situazione derisa nella commedia sembra trovare precisi riscontri nell’Italia attuale, con il conseguente fenomeno della disaffezione, del disgusto, della rabbia anche, nei confronti del mondo politico: la cosiddetta antipolitica.

Già, l’antipolitica. Ognuno legga e giudichi secondo i propri sentimenti. A rischio dell'abusata accusa di morsalismo,  non voglio però tacere una mia opinione.
Di fronte a certi spettacoli (di realtà, non di palcoscenico!), gli onesti si sentono spesso impotenti, e sono tentati di assumere l’atteggiamento beffardo di Raul. Questo può dare una momentanea, amara soddisfazione, ma non risolve nessun problema. Meglio impegnarsi, fare la propria parte. So che è banale dire che i politici sono lo specchio dei loro elettori. E so che non è neanche del tutto vero. Gli elettori sono spesso condizionati dai potentissimi mezzi di disinformazione nelle mani dei manipolatori, dei ladri di democrazia. E tuttavia sta a ciascuno di noi informarsi come meglio può, e dare il proprio sostegno ai Roberto Felci, piuttosto che ai Selmi e ai Désiré. E se, per la ‘tristizia’ dei tempi, non riusciremo a incidere nella realtà, avremo almeno l’orgoglio di averci provato. Avremo conservata integra la nostra dignità.   
   
Foto di Chiarelli tra Fregoli e Gandusio
Chiarelli tra Fregoli e Gandusio