A. Ciseri, Trasporto di Cristo al sepolcro All'oratorio La Passione di Cristo, di Lorenzo Perosi, avevo dedicato un post l'anno scorso, proponendo un'analitica guida all'ascolto delle prime due Parti (“La Cena del Signore” e “L’orazione al Monte”) che si erano concluse con l'arresto di Gesù ( v. Passione ). Dedico questo nuovo post alla terza e ultima parte. Premetto che in questo “Invito”, l’analisi sarà programmaticamente meno minuziosa di quella condotta nel post precedente. Per amore di brevità, farò di tutto per resistere al fascino della musica perosiana, limitandomi a qualche annotazione sui passi e gli aspetti più salienti. Ma entriamo subito in argomento. Nella Parte III Perosi, omessi i versetti dedicati al duplice processo (davanti al Sinedrio, e davanti a Pilato) si concentra – come dice il titolo – su “La morte del Redentore” (testo: Mc XV 25-37). Anche questa Parte si apre con un breve preludio strumentale, impostato sulla tonalità di ...
Recensione a
Nella Morte delle
maschere – primo pannello dell’Orfeide
di Gianfrancesco Malipiero (1918-22)
– riecco le maschere. Prigioniere di un “impresario-becchino”, rievocano la
vita felice del tempo che fu col ricorso a strofette desuete, frutto di
un’accorta contraffazione malipieriana della quale il critico svela, per la
prima volta, gli originali. Un personaggio misterioso, armato di scudiscio e
vestito di rosso (l’autore ne individua il prototipo nella Morte Rossa
dell’omonimo racconto di Poe) le rinchiude “come balocchi fuori uso” in un
armadio. Unico a riuscire nel tentativo di evasione è, manco a dirlo,
Arlecchino, eroe della sopravvivenza o, meglio, della “riviviscenza”
(Gavazzeni). E nel Finto Arlecchino
(1925) sarà ancora la celebre maschera bergamasca ad apparire come “strumento
obbligato per combattere la pochezza di un mondo di apparenze e accedere
all’autenticità” (ritorno a Mascagni?). E, personaggio sempre redivivo,
riapparirà nel tardo Bonaventura guardia
di notte (1967). In risposta a una riformulazione aggiornata dell’antico
enigma (“Qual è la creatura che ride ed
entro di sé piange, che è devota a Dio e al demonio, che canta
dolcemente dominando i suoi furori?”), Edipo, il mitico solutore, evocato in
compagnia di una decina di maschere, si limiterà ad additare Arlecchino e
Pulcinella. “Vuoi dire l’uomo”
interpreta Bonaventura; e subito dà la sua entusiastica approvazione. In
questo epilogo – conclude Fontanelli – “troviamo l’estrema rifrazione del suo
mito: attingendo il ‘valore simbolico’ forse più compiuto e la forma più
moderna della sua persistenza, [Arlecchino] diventa paradigma perfetto
dell’arte come possibilità di rappresentazione totale dell’umano”.
Fontanelli Francesco, "Tra Strauss e Malipiero. Persistenza ‘mitica’ di Arlecchino nel teatro musicale primonovecentesco"
in Busoni Arlecchino e il futurismo,
atti del Convegno, Empoli 13-14 marzo 2016, (v. Busoni Arlecchino e il futurismo), pp.19-59.
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Arlecchino mesce da bere ad Arlecchino nel giardino di
Montegufoni, di Gino Severini
(per gentile concessione della Gestione del Castello
di Montegufoni (FI)
che ospita l’affresco) |
Fontanelli segue le varie metamorfosi simboliche via via
subite dalla maschera bergamasca in alcune opere primonovecentesche.
Si parte da Ariadne
auf Naxos di Richard Strauss. Le
maschere italiane dànno agio all’autore di aggirare lo scoglio di Wagner,
stemperando la tragedia di “Arianna abbandonata” nella temperie “giocosa,
sentimentale, umana” propria della fascinosa Commedia dell’arte. Simbolo di
questo fascino è, nella seconda versione dell’opera, Zerbinetta, che con la sua
grazia civettuola riconcilia alla vita lo sdegnoso Compositore, già pronto a
darsi la morte piuttosto che accondiscendere alle volgari richieste di un ricco
mecenate. Ma portatore del messaggio è lui, Arlecchino, che persuade Arianna
alla serena accettazione della vita com’è, con la sua inevitabile mescolanza di
gioie e dolori. Ed Arlecchino-Strauss sembra tendere la mano allo Schumnann dall’epigrafe ai Davidsbündlertänze: “Da sempre, in ogni
tempo, gioia e dolore si mescolano; siate sereni nella gioia e affrontate con
coraggio il dolore”. (Insegnamento, peraltro, antico almeno quanto Omero –
aggiungiamo noi – che già lo proponeva, per bocca di Achille, nella parabola
dei due orci posti nella reggia di Giove). Tale “risemantizzazione romantica”
della maschera di Arlecchino, a giudizio di Fontanelli, influisce sulla
struttura dell’opera, precisandone il significato e chiarendo le ragioni dell’altrimenti inspiegabile scelta di
sostituire, nel finale della seconda versione, il duetto di Bacco e Arianna
alla festosa danza delle maschere, l’opera seria al “frizzante, terrestre mondo
della commedia dell’arte”. “E se quel sublime duetto fosse la vera vittoria di
Arlecchino, uno dei suoi più riusciti camuffamenti simbolici?”. Per Fontanelli
non ci sono dubbi. E, se non proprio prove, ne fornisci convincenti indizi,
attraverso spunti di analisi musicale non meno che testuale.
Il nostro eroe riappare, poi, in ben due opere di Riccardo Pick-Mangiagalli.
Nella commedia mimico-sinfonica Il “Carillon” magico (1915), Pick mette in scena un Arlecchino
burlone che, per farsi beffe dell’ingenuo Pierrot, evoca un mondo fiabesco,
illusorio, ma “più bello di quello degli uomini”. Uno “spettacolo lieve”, non immemore del Falstaff verdiano, col quale il critico
esibisce precisi riscontri. Più frizzante, caustico, sicuro di sé, più vicino
al busoniano esponente esemplare di autenticità e libertà di spirito,
l’Arlecchino confezionatogli da Boito in Basi
e bote (1918-20), per il teatro di marionette. Qui, come già alla fine
della commedia di Busoni, Arlecchino
celebra il proprio trionfo di maschera ribelle ad ogni legame, e
trascina tutte le altre in una corale celebrazione della Commedia dell’arte “nella sua accezione
più genuina e vernacolare”.
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Un
angolo dell'esposizione temporanea "Marionette e burattini" al
Teatrino delle Orsoline
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Una scena simile, forse addirittura più affollata,
aveva presentato Mascagni nelle Maschere;
a cui, a mio parere, andrebbe riconosciuto almeno il merito di primogenitura,
se è vero che la sua creazione anticipa di un decennio l’Ariadne straussiana e di quasi un ventennio i baci e le botte di
Pick-Mangiagalli. Fontanelli va giù pesante, contrapponendo la leggerezza e
spigliatezza della musica di Pick alla gonfiezza retorica di Mascagni. Vero è
che, pur non disconoscendo la responsabilità del musicista, lo studioso chiama
in causa principalmente il librettista. L’ “enfasi declamatoria” della musica,
a suo giudizio, è dovuta al “tentativo di idealizzare una materia farsesca
percepita come prosaica e inautentica”. E tocca proprio ad Arlecchino svelare
l’ideologia sottostante al lavoro di Illica e Mascagni: la Commedia “ambisce a
sussumere la realtà caduca e apparente nella sfera ‘metafisica’
dell’autenticità, dell’universalità”.
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Pulcinella, di Gino Severini
(per gentile concessione della
Gestione del Castello
di Montegufoni (FI)
che ospita l’affresco |


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