lunedì, dicembre 11, 2017

D'Annunzio: Orazione funebre per un aviatore francese




dipinto di Marchioni raffigurante D'Annunzio in divisa in atto di tenere un discorso

D’Annunzio oratore
in un dipinto di Marchioni
Come promesso (vedi D'Annunzio e il mito della bella morte), in questo post leggeremo, corredato di qualche nota di analisi, un esempio di ‘bella morte’ dannunziana
Si tratta di un breve discorso di commiato, tenuto in occasione delle esequie di un aviatore francese, abbattuto nel cielo di Muggia nel corso di un’operazione di bombardamento di hangar e cantieri navali austriaci. Operazione coronata da successo, secondo l’agenzia Stefani:“numerosi e vasti incendi”; gli apparecchi rientrati incolumi; tutti, meno un idrovolante francese”: quello del nostro eroe. Tra i tanti partecipanti all'impresa, l'unico sfortunato. O, piuttosto, l’unico veramente fortunato. Tale, almeno, è l’opinione del nostro Vate. Ma ecco le sue parole.

Non convengono lacrime né parole di compianto sul feretro di questo giovine alleato ch’ebbe in sorte la fine di cui era degno, la fine di cui si faceva ogni giorno più degno, aspettandola con cuore intrepido.
Nel commiato funebre - scritto in quell’ora di presentimento che per gli eroi non è nube di tristezza, ma una lucida accettazione - egli non augura ai suoi compagni se non una bella morte. Egli sapeva che una bella morte è la suprema corona di un combattente che nessun altro premio e nessun altro onore valuta – neppure una vita utile. Egli l’ha ottenuta per sé, come sognava, altissima: è morto nella sommità del giorno; è caduto sul mare come nella luce, come meteora diurna; ha rigato del suo nobile sangue il più puro cielo italiano. Così come fu colpito egli rimane scolpito nella nostra memoria chino sul bordo della carlinga a osservare l’effetto della bomba che con mano maestra aveva messa sul bersaglio destinato.
La fulminea morte non ha potuto spegnere il suo sorriso, quel sorriso di perspicace ironia che egli soleva avere nella vita di ogni giorno tra prossimi e tra estranei, il sorriso della vecchia Francia, quel segno della sua ottima razza che persiste ancora là, nel buio, sotto il piombo suggellato. Chi l’ha veduto non può più dimenticarlo. Questo alato amante del rischio aveva giovinezza ricchezza grazia – queste cose belle e della poesia – un’eleganza dello spirito un po’ disdegnosa che ci seduceva, coraggio tranquillo, fede chiara: aveva tutto, e quel sorriso. Egli ha tutto donato per la grande causa, e il sorriso gli è rimasto. È quello della Francia in piedi sanguinante, è il nostro, l’invincibile sorriso latino, opposto al furore imbestiato, alla goffaggine mostruosa del barbaro: è un’arma spirituale che non si consuma, non falla, non si vende e non si prende. Su l’esempio di questo giovine fratello glorioso, noi la stiamo affilando e appuntando sopra una lunga ed aspra cote. Ma già vi brilla, raggio diritto, certezza di vittoria!

Breve, splendido discorso di commiato. La figura del caduto ci si imprime nella mente come quella di un eroe che, al culmine degli anni giovanili, conclude in bellezza la breve esistenza. Sempre aveva aspirato a cose alte, sublimi. Ed ecco, muore “nella sommità del giorno”, lassù in alto in alto, nel cielo, e cade in un mare di luce abbacinante, rigando “del suo nobile sangue il più puro cielo italiano”. Sul viso, ancora quel sorriso che lo contraddistingueva, che tutti gli riconoscevano. “Egli ha tutto donato” ma quel “sorriso gli è rimasto”. Fissato per sempre. Lo conserva anche nella morte, persino nella bara. È ormai il suo contrassegno per l’eternità. Come nei personaggi danteschi vizi e virtù che li caratterizzarono in vita. 
Quella fine l’eroe l’aveva vagheggiata tutta la vita, vi aveva mirato come al più alto premio della sua virtù. Giorno per giorno aveva lavorato alacremente per rendersene degno. Tanto bella la considera, e tanto desiderabile,  che, presentendo la fine, nulla di meglio trova da augurare ai suoi compagni, ai suoi amici più cari.  
Anche qui, dunque, la motivazione profonda dell’azione militare non è l’amore per la patria. La ‘promessa’ che alletta l’eroe ai mille e mille disagi della guerra, fino al sacrificio supremo, non è tanto la vittoria quanto una bella morte.  La morte eroica non è strumento ad un fine più alto. È essa stessa il fine supremo. “Egli sapeva che una bella morte è la suprema corona di un combattente che nessun altro premio e nessun altro onore valuta – neppure una vita utile”.
Una fine eroica, come quella del "giovine alleato", non lugubri immagini  di morte evoca, sì un trasumanare, un sublimarsi della vita materiale in pura luce, in luminoso sorriso.

D'Annunzio arringa i legionari fiumani

D’Annunzio arringa
i legionari fiumani


L’immagine della luce associata all’eroismo – qui ribadita nel brilla della frase conclusiva – ritorna in altri scritti di questo periodo. Essa è particolarmente insistita nella prima parte della “Corona del fante”, discorso pronunziato per ringraziare i soldati che gli avevano offerto un “dura corona carsica”, nel quale troviamo  quello che è forse il più splendido elogio del povero fante italiano. “Non c’era nulla fuorché macigni, scheggiame, tronchi tritati, spine di ferro, schianti, fumo, cadaveri”, ricorda, rievocando la conquista del Veliki (I novembre 1917: “una battaglia d’oro, in una luce d’Oriente”). “Ma c’era la luce italiana, c’era il meriggio d’Italia”.
Ancora più diffuso e insistito il motivo del sorriso, spesso associato a immagini di sofferenza, ché “il più bel sorriso umano è il sorriso che luccica su i lembi lacerati del dolore inumano” (Notturno). E nella Licenza alla Leda senza cigno, rievocando un convoglio di feriti francesi, così si esprime: “Tutti mi sembravano belli. Il viso della Francia era in ciascun viso. In rilievi d’osso e di muscoli vi si scolpiva il più maschio destino. Le recenti ferite non parevano le cicatrici vecchie della nazione riaperte e riaccese? Un sorriso effuso in un volto bendato non somigliava a quel primaverile sorriso che il popolo vide schiudersi nelle statue delle sue cattedrali costrutte col canto?”. Ed è ancora nella Licenza che trova un preciso riscontro il sorriso della vecchia Francia. Il poeta si trovava, ospite di amici, nelle vicinanze del bosco di Meudon (Ile-de-France), intento anche lui ad addestrare i cani alle gare di corsa, mentre poco lontano i soldati francesi tentavano come potevano di arginare la travolgente avanzata tedesca. Uno di loro accorre ad avvisare del pericolo imminente, “a consigliare lo sgombro rapido del casale”. “Ma noi – ricorda il poeta all’amica Chiaroviso – avevamo imparato il sorriso di Francia, e rispondemmo con quel sorriso”. Il sorriso impavido di chi all'imminente pericolo risponde con l'imperturbata calma del forte; il sorriso della Francia sanguinante ma non abbattuta, della Francia sanguinante ma in piedi! È il sorriso del giovane aviatore, quel sorriso di perspicace ironia che egli soleva avere nella vita di ogni giorno tra prossimi e tra estranei, e che mantiene imperturbabile anche nel momento supremo. L’invincibile sorriso latino, opposto al furore imbestiato, alla goffaggine mostruosa del barbaro. Il sorriso che distingue la plurimillenaria civiltà latina; la serena risposta al pericolo, basata sulla coscienza incrollabile del proprio valore; insomma la civiltà, la misura, diciamo pure l'eleganza nostra contrapposte al furore brutale, alla goffaggine mostruosa del nemico. “Dall’altra parte erano i bruti, con le loro ignominie” (sempre nella Licenza). L'ingiuria antigermanica si spiega con l'odio e il disprezzo dell’avversario, sentimenti peraltro alimentati da atti di ingiustificata barbarie,  come l'incendio della cattedrale di Reims, che aveva sollevato lo sdegno e la riprovazione di mezza Europa. Ma la contrapposizione – sappiamo – ha dietro di sé una lunga tradizione letteraria. Risale al Petrarca. Ricordate? Nella canzone Italia mia il poeta rammenta ai Signori che a vario titolo governavano  il bel Paese che la Natura aveva provvidenzialmente posto le Alpi tra noi – latin sangue gentile – e la tedesca rabbia. Basta che questi incauti governanti cambino atteggiamento, e Vertù contra furore / prenderà l’arme, e fia ’l combatter corto…

medaglia commemorativa 50° anniversario I Guerra mondiale

Medaglia commemorativa
50° anniversario I Guerra mondiale

Ma chi era, veramente, questo eroe fortunatissimo (almeno a giudizio di D’Annunzio), questo giovine fratello glorioso, dalla fine eroica reso immortale? Ahimè, è tanto fortunato, tanto glorioso, che non abbiamo certezza nemmeno del nome. (Tale la situazione presente, almeno per me, non specialista di studi dannunziani, e meno ancora di studi militari sulla prima guerra mondiale. Altri – ce lo auguriamo – potrà forse fornire notizie più ampie e precise).  La stampa italiana (il “Corriere della sera” di Milano, la “Stampa” di Torino…) lo conosce come Jean Rouher. Ma per “Le Figaro” si chiama Jean Ricauer. E non è detto che sia questo il suo vero nome! Il celebre quotidiano parigino non fa che riportare una Agence Radio, con la nuda notizia della morte e delle solenni onoranze: dati ripresi pari pari dai comunicati italiani. Di suo il giornale francese (o l’Agence Radio) non ci mette che la traduzione di qualche passo del discorso di D’Annunzio. Sbagliata. A noi non resta che onorarlo come l’Ignoto Alleato!



domenica, dicembre 03, 2017

D'Annunzio e il mito della bella morte - I





una folla di persona in Piazza del Campidoglio ascolta il discorso di D'Annunzio

Discorso dalla ringhiera del Campidoglio

 La ‘bella morte’ nelle opere di D’Annunzio coeve alla Grande Guerra

È noto che il mito della ‘bella morte’ alimentò tanta parte della retorica guerresca del ventennio. Ma anche in questo caso, come in altri, il fascismo si limitò ad appropriarsi un marchio altrui. L’immagine della ‘bella morte’, almeno con riferimento alla morte eroica in un contesto bellico, reca l’inconfondibile cifra dannunziana.
Appare per la prima volta – almeno a mia conoscenza – in uno dei più infuocati discorsi interventisti del poeta.
La sera del 17 maggio 1915, arringando dalla ringhiera del Campidoglio una folla di seguaci acclamanti, portati al delirio dal teatrale bacio sulla spada di Nino Bixio, D’Annunzio ricorda: “In quest’ora, cinquantacinque anni fa i Mille si partivano da Calatafimi espugnata ed eternata nei tempi dei tempi col loro sangue, che oggi ribolle come quel dei Protomartiri; si partivano, ebri di bella morte, verso Palermo”. Del resto, il concetto, il motivo poetico, se non l’immagine verbale, della bella morte ardentemente agognata, era già stato adombrato una dozzina di giorni avanti, sempre con riferimento alla celebre spedizione garibaldina. Commemorando la partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto, l’oratore aveva evocato gli eroi ateniesi delle battaglie di Maratona e di Micale, a riprova del superiore eroismo dei garibaldini: “ché là erano schiere ordinate, navi munite, impeto disegnato, nemico aperto, ma qui non altro che un’ebra consecrazione all’ignoto, qui non altro che una nuda devozione alla morte”.

foto del tenente di vascello Giuseppe Miraglia
Giuseppe Miraglia,
generoso, spericolato pilota di idrovolanti:
uscito incolume da numerose incursioni  contro il nemico,
perisce in un incidente sopra l’acque del Lido di Venezia
durante  un tranquillo volo di prova
Quasi un calco dell’espressione troviamo nel Notturno. Immobilizzato a letto in seguito alla ferita riportata all’occhio destro in un incidente di guerra (vedi post Busoni e la morte di Boccioni), con irosa amarezza il poeta rimprovera ‘sorella morte’ di averlo due volte defraudato della fine eroica a lui spettante: la prima al momento della morte del fraterno amico Giuseppe Miraglia, “che s’era con lui giurato pel viaggio senza ritorno”; la seconda, “con un gioco fatale di ore, ella donò a un altro la bella sorte a cui quel medesimo m’aveva designato riconoscendomene degno per diritto divino”. Il riferimento, qui, è a un episodio del 18 febbraio 1916: D’Annunzio, già ferito all’occhio ma non ancora consapevole della gravità del caso, avrebbe dovuto far parte dell’equipaggio di uno tra i velivoli destinati a effettuare un bombardamento su obiettivi militari austriaci a Lubiana. In seguito a un contrattempo, il poeta arrivò tardi: il suo posto era stato preso dal tenente colonnello Alfredo Barbieri, il comandante che lo “aveva designato” riconoscendolo “degno per diritto divino”. 
L’impresa ebbe esito tragico. Lungo il tragitto, probabilmente per consentire agli altri apparecchi di giungere indisturbati a destinazione, il velivolo attirò su di sé la caccia nemica. Nel breve scontro rimasero uccisi Barbieri e il pilota Luigi Bailo; il secondo pilota, capitano Oreste Salomone, pur ferito rifiutò la resa e, volando basso in mezzo al fuoco nemico, riuscì a riportare in patria l’apparecchio malconcio e le salme dei compagni. 
 
D'Annunzio pensieroso accanto al velivolo ancora macchiato del sangue del ten. col. Barbieri che si era sostituito a lui
D’Annunzio pensieroso accanto al velivolo di Salomone
qualche ora dopo il rientro. Sulla fiancata destra,
traccia del sangue fuoruscito dalla testa reclinata del  Barbieri,
che aveva sostituito il poeta all’ultimo momento.
 L’immagine della bella morteritorna poi verso la conclusione del Notturno, proprio in un colloquio con Salomone (destinato a morire in un incidente aereo del febbraio 1918). D’Annunzio, ancora allettato per la ferita, è angosciato dall’idea di poter restare invalido, non più idoneo al combattimento. E legge nel cuore di Salomone un inespresso, analogo terrore (è, a sua volta, convalescente della ferita riportata nella spedizione di Lubiana e, almeno per il momento, il Comando gli ha vietato la partecipazione ad azioni di guerra aeronautica). “Siamo senz’ali” riconosce il poeta. E, quasi a consolarsi e a consolarlo, subito aggiunge: “C’è una gloria dell’alto e c’è una gloria del profondo. C’è una morte bella e c’è una morte ancor più bella.” È – spiega con un racconto “vero” ma volutamente posto “fuori del tempo e fuori del limite” – l’eroismo segreto di chi, per la patria, s’immola senza testimoni. E non è tutto. Perché, poco dopo, per mostragli come fa a scrivere al buio, prende uno dei suoi famosi listelli di carta, ci scrive sopra e glielo porge. Avvicinatosi alla finestra, Salomone può leggere un’ipotesi ancora più oltranzista: “Ma  se ci fosse una morte anche più bella?”. E su questa necessità di andare oltre la bella morte ritornerà ancora a conclusione del breve discorso dal titolo “Il vincitore non può vincere, il perditore non può perdere” (raccolto nella Riscossa): “Soldato tra soldati, io ricevo questo segno d’onore come il comando di perseverare sino al più duro sacrifizio e di là dalla bella morte”. 

Oreste Salomone a bordo di un velivolo militare

Oreste Salomone, prima medaglia d'oro dell'arma aeronautica

Il motivo della ‘bella morte’ è presente e operante anche dove l’espressione non appare.


Ma tutti gli scritti e i discorsi di questo periodo ne sono permeati. Anche là dove l’espressione non ricorre, il motivo è implicito, ne è l’anima segreta. Come spiegare altrimenti un fatto apparentemente strano, riscontrabile in tutte le allocuzioni rivolte ad ufficiali o semplici soldati, e dirette a suscitare coraggio, entusiasmo e ardore di lotta? Raramente l’oratore fa brillare davanti agli occhi dell’uditorio l’ebbrezza del trionfo, la bellezza della vittoria – peraltro data sempre per scontata. Più spesso mette sotto i loro occhi scene di morte e di atrocità, visioni più atte a suscitare orrore e ripulsa che fascino e attrazione. Mi limito a quello che per me è l’esempio più significativo, l’allocuzione di… diciamo di benvenuto, “Alle reclute del 1900”.
A voi è dato divampare incolpevoli dove il fuoco più divampa; è dato consumarvi nella sublimità di un furore in cui gli uomini trasumanano e s’immortalano. Ciascuno di voi è per essere un olocausto nell’olocausto del mondo.” (Che bello! Che sogno!) “I più beati impallidiscono dinanzi a tanta beatitudine. Beatissimi dovrà chiamarvi il poeta avvenire.”
E se le vostre madri – aggiunge – si sono congedate da voi con le lacrime agli occhi (invece che con fierezza e rabbia contro il nemico), pensate che dietro di loro c'erano tante madri in lutto, tante sorelle, fidanzate ecc. (evidentemente tutte in attesa di vendetta!). “E dietro tutto quel nero c’erano gli invalidi – prosegue, nel timore di non essere stato ancora abbastanza convincente – c’erano i mutilati, c’erano i monchi, gli stroppii, i rattratti, i torsi rimasti sugli inguini in luogo di calcagni, i visi rabberciati con le ricuciture e gli innesti, i santi mostri che stentano mezzi automi e mezzi uomini”… A dei ragazzi non ancora diciottenni!
E non manca il macabro:
C’è tuttora in quella foiba del Carso, di là dal Vallone del sangue, laggiù, verso Nova Villa, quello scheletro, scoperto dalla frana, lavato dalla bufera, rimasto in piedi contro il terriccio rosso, con i buchi del teschio rivolti contro il nemico? C’è tuttora, là, presso l’Osservatorio delle Bombarde, a ponente del Veliki, in quello scheggione d’inferno, quel braccio levato fuori dai sassi, col pugno chiuso, tutto un seccume tenace di cartilagini, di tendini e di ossi, rivolto contro il nemico?” A ragazzi appena giunti al fronte, ignari di cosa li attende e comprensibilmente angosciati!
Ora, io so bene che nell’adolescenza il bisogno di  autostima, e soprattutto di stima da parte dei coetanei, spinge i più insicuri a sfidare la morte, in modi più o meno diversamente intelligenti. Come non ignoro che molti giovani accorsero ad arruolarsi volontari, spinti da ideali profondi e senso del dovere – vedi Boccioni del post sopra citato – o  da più banale spirito di avventura. Ma – sbaglierò? – io credo che a nessuno di questi giovani entusiasti, a nessuno di quegli adolescenti bisognosi di stima, nemmeno ai più incoscienti di loro, sorrida o sorridesse l’idea di ritrovarsi torsi sugli inguini in luogo di calcagni, visi rabberciati con le ricuciture e gli innesti, mostri che stentano mezzi automi e mezzi uomini…
No, non è sadismo, quello di D’Annunzio. È lo splendore della “bella morte” che brilla ai suoi occhi seducente e inebriante. Ci crede veramente, lui. Come può pensare che altri ne rimanga insensibile?

 Stilnovismo di nuovo conio

Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che  non vogliamo”, riconoscerà, qualche anno dopo, un disincantato Montale. Ciò che siamo, ciò che vogliamo, il poeta ligure lo ignora. Anche l'abruzzese lo ignorava. “Non sapevamo quel che noi fossimo, non sapevamo quel che volessimo” confessa nel discorso tenuto “in una cena di compagni, all’alba del XXV maggio MCMXV”. Non lo sapeva, prima. “Ed ecco, sappiamo quello che siamo, sappiamo quel che vogliamo”. Rivelatrice del mistero dell'esistenza, la tanto e sì a lungo invocata, pretesa, sospirata dichiarazione di guerra. “O compagni” – dice – “questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda creatrice di bellezza e di virtù apparsa in terra”.
Come non cedere all'impressione che fin dal principio, fin dalle infiammate concioni interventiste, il compimento dell’unità d’Italia, “l’angoscia” di Trieste e delle altre terre irredente, non siano, tutto sommato, che una motivazione secondaria? Il tante volte gridato amor di patria, ardente, divorante amor di patria (sulla cui autenticità – peraltro – non si dubita) appare strumentale a qualcosa di più alto: la conquista di un'elevatezza, di una nobiltà di sentire che concretamente può esprimersi solo col sacrificio della vita per un grande ideale, con la “bella morte” in combattimento per la grandezza della patria. Insomma, se mi è consentito un accostamento indubbiamente peregrino, ci troviamo, qui, di fronte a una inattesa riedizione  del dolce stil novo. Per il “Poeta sacro” della Vita nova l’amore per Beatrice è strumento di elevazione e perfezionamento spirituale in senso cristiano e cavalleresco. Per il Vate abruzzese l’amor di patria è strumento di perfezionamento spirituale di tipo pagano, di un trasumanare verso l'immortalità. Una sorta di misticismo pagano, destinato, anche questo, a futuri sviluppi e deformazioni, come appare nelle farneticazioni del capomanipolo Niccolò Giani, e in quelle, ben altrimenti tragiche, di certe correnti del nazismo.

Ma come se l’immaginava, D’Annunzio, questa bella morte? L’esempio a mia conoscenza più sintetico, e al tempo stesso luminoso, lo troviamo in un suo breve discorso di commiato per un aviatore abbattuto nei cieli d’Italia nel 1916. Un aviatore straniero; un alleato. Discorso registrato dal “Corriere della sera” dell’epoca e, che io sappia, non più ripubblicato. Potrete leggerlo, accompagnato da qualche nota di commento, nel mio post prossimo venturo.  

domenica, ottobre 08, 2017

Busoni e la morte di Boccioni




 

 
Autoritratto di Busoni sullo sfondo di palazzi di periferia
Boccioni, Autoritratto (1908)
    

La notizia della morte di Boccioni suscitò in Busoni sdegno oltre che dolore. Perché? Fu una reazione giustificata? In questo articolo affronteremo il problema alla luce delle relazioni fra i due artisti, del rapporto di Boccioni con l'interventismo e la guerra, e delle circostanze della sua tragica fine.

 

 

I rapporti Busoni-Boccioni

Busoni fu tra i primi estimatori della pittura di Umberto Boccioni. Nel 1912 acquistò, per 4000 marchi, La città che sale (o La ville qui monte), suscitando l’immensa gratitudine dello spiantato artista e l’entusiasmo di Marinetti e di tutta la chiassosa congrega futurista. Ma Ferruccio Busoni non era futurista. L’anno successivo, una visita a una mostra di scultura dell’artista lo lascia profondamente deluso. L’innegabile impegno artistico dell’autore, e le teorie da lui profuse a spiegarne la poetica sottostante, non smuovono Busoni dalla prima impressione. “Il risultato è brutto e incomprensibile”, scrive alla moglie. Nella primavera del 1916, però, riprende i rapporti. Compra il Lutto e, forse ben impressionato da un acquarello su carta con il ritratto della madre del pittore, gli commissiona un proprio ritratto di grandi dimensioni. L’opera viene realizzata a Pallanza, nella splendida villa del marchese Casanova, nel corso del mese di giugno. 

Durante questo periodo, le serate erano animate da accese discussioni artistiche tra il Maestro – sicuro di sé e delle sue idee, sarcastico, a tratti aggressivo – e il pittore, non senza interventi del padrone di casa, amante delle arti, e della musica in particolare. Questo sodalizio approfondì l’amicizia tra i due artisti, la stima e l’affetto di Busoni per il proprio ritrattista, l’ammirazione di Boccioni per il musicista, che ai suoi occhi sostituisce nel ruolo di guida l’ingombrante e autoritario Filippo Tommaso Marinetti.
Meno di due mesi dopo, Busoni apprendeva dal “Corriere” la notizia della morte del giovane amico.

Dolore, sdegno, amarezza

La notizia aprì in Busoni una ferita profonda e duratura."Sai che ho trascorso il mese di giugno col pittore Boccioni" - scrive a Egon Petri il 26 agosto. "Ebbene, è stato 'richiamato' e ora ... è morto, in seguito a una caduta da cavallo. L'amarezza che si accumula in me è devastante" (e si noti quella sospensione, che sembra indicare la difficoltà, l’esitazione a pronunciare l’orribile parola!). E ancora il 19 settembre scrive a Jella Oppenheimer: “Non riesco a superare il dolore per il caso Boccioni. A parte il fatto che gli volevo bene, era di nuovo, dopo lungo intervallo, un pittore italiano di importanza storica. E diceva di essere solo agli inizi”.
Sarà stata questa dolorosa consapevolezza della gravità della perdita culturale a spingere il grande empolese a dedicare un intervento pubblico al 'caso Boccioni': Der Kriegsfall Boccioni (“Il caso di guerra Boccioni”), pubblicato sulla “Neue Zuercher Zeitung” il 31 agosto 1916. Ed è un intervento che non lascia indifferenti.

boccioni, la città che sale
Boccioni, La città che sale (1910)

Busoni accenna ai suoi recentissimi rapporti con l’artista reggino, documentandoli con brani di lettere a lui diretti dal pittore in addestramento militare. Lettere piene di gratitudine verso il musicista per l’affetto dimostratogli e per le stimolanti conversazioni che hanno aperto a lui nuovi orizzonti artistici, comunicandogli un entusiasmo da neofita, una volontà di fare incoercibile, e nello stesso tempo l’amarezza e la frustrazione per l’ostacolo insormontabile, all’esplicazione di tale attività, rappresentato dagli obblighi del servizio militare. “Da questa vita uscirò con una specie di sprezzo per tutto ciò che non è arte. Nulla è più terribile dell’arte. Tutto quanto vedo è giuoco in confronto ad una pennellata giusta ad un verso ad un accordo giusti. Voglio sviluppare questa idea se avrò tempo e voglia. Tutto è meccanico e facile e abitudinario. Pazienza e memoria. Non c’è che l’arte col suo soffio inconoscibile e i suoi abissi inscrutabili. Tutto il resto è raggiungibile basta darsene la pena”.
Infine trascrive qualche squarcio dell’articolo da cui aveva appreso la notizia e così commenta:

Evidente è qui lo sforzo del "Corriere" di non sentire l’orrore dell’accaduto, e lo studio di sopraffarlo con l’estasi patriottica, dato che, una volta tanto, il fatto non può passare sotto silenzio. Non una parola di rimpianto per la perdita di una così sicura promessa dell’arte figurativa. Un confronto fra il trafiletto giornalistico e la lettera a me indirizzata dimostra però senz’altro la deliberata deformazione della situazione. Perché avviene questo? Perché lo sdegno che tutta una parte degli italiani deve aver risentito non è apertamente espresso? A che mira e da che deriva questo sistema di prestabilita congiura del silenzio intorno a fatti imperdonabili, fatti originati da circostanze e azioni che “di fronte a una pennellata ben assestata sono un gioco?”.

Perbacco! Il “Corriere della sera”, e l’anonimo estensore dell’articolo, ne escono davvero male! Osserviamo più da vicino le ragioni di Busoni.
L’indignazione del musicista empolese è suscitata dallo sforzo “evidente” del “Corriere” di affogare e nascondere “l’orrore dell’accaduto” in un profluvio di retorica, di “estasi patriottica”. Sforzo svelato dalla mancanza di una qualsiasi “parola di rimpianto per la perdita di una così sicura promessa dell’arte figurativa” e, più ancora, dalla “deformazione della situazione”; una distorsione, un voluto travisamento della figura dell’artista che risulterebbe evidente dal confronto con la lettera sopra ricordata. L’irritazione è poi inasprita dal fatto che nell’episodio egli vede un caso particolare di un “sistema”: un “sistema  di prestabilita congiura del silenzio intorno a fatti imperdonabili, fatti originati da circostanze e azioni che “di fronte a una pennellata ben assestata sono un gioco”. Amarezza e sdegno più che giustificati, si direbbe. Ma è davvero così?

L’articolo del “Corriere”

Per sincerarcene, andiamo direttamente alla fonte. Leggiamo anche noi il famigerato articolo, riprendendolo dalla pag. 4 (“Recentissime”) del “Corriere della Sera” del 19 agosto 1916, datato Verona, 18 agosto, notte.


Il noto pittore futurista Umberto Boccioni, soldato d’artiglieria, transitava a cavallo nei pressi del Chievo. D’improvviso, il cavallo s’imbizzarrì, dandosi alla fuga. Il Boccioni cadde al suolo, riportando gravissime ferite al capo e al petto.

Il disgraziato, soccorso dai passanti, fu trasportato all’ospedale ove morì.

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Tristissima è la scomparsa di questo artista di grande ingegno e d’ardita passione. Umberto Boccioni, che militava nelle battagliere file del futurismo, era nell’aspetto, nelle idee, per la ricca e calda attività e per la  luminosa gioia di vivere che si irradiava da lui, una delle più complete espressioni della giovinezza e dell’entusiasmo. C’erano tanta freschezza, tanta convinzione, tanto disinteresse, si potrebbe dire tanto fanciullesco candore nella sua propaganda tempestosa, che anche gli avversari amavano quel bel fuoco, ch’era in ogni modo, fuoco d’arte, e vampa d’intelletto. Pittore, scultore, scrittore, egli diede sempre segni magnifici del suo valore. Coloro che sono meno disposti ad amare le forme più rivoluzionarie della sua pittura non potevan non ammirare i quadri che dipinse prima del suo nuovo apostolato, e i vigorosi ritratti – che anche adesso – eseguiva con audace tavolozza, con solido ingegno, con franca e lucida intuizione psicologica. Era anche uno scrittore interessante: chiaro, rapido, significativo, personalissimo. Alcuni suoi libri, di critica e di propaganda, pieni di idee, violenti di logica, saranno riletti con malinconia ora che la mente che li ideò s’è spenta.

L’arte gli pareva un combattimento, che doveva essere coronato dal gaudio virile della conquista, e la vita egli considerava tributaria di quest’arte pugnace. Per ciò passava in mezzo ad essa sorridente, sicuro, innamorato del domani. Quando scoppiò la guerra egli lasciò i pennelli, la fortuna che già sorrideva all’arte sua e s’arruolò nel battaglione volontari ciclisti, con molti dei suoi compagni futuristi. Il battaglione fu più tardi disciolto, Umberto Boccioni fu chiamato sotto le armi con la sua classe. Alla visita medica scopersero in lui un enfisema polmonare: ma egli volle ad ogni costo essere soldato; e divenne artigliere. Al reggimento la sua fama, la vivacità dell’ingegno, gli guadagnarono le simpatie dei suoi ufficiali. Egli scriveva da Verona lettere felici. Aveva trovato modo di lavorare qualche ora. La sua vita, tra queste due milizie, quella della patria e quella dell’arte, aveva raggiunto la sua più perfetta unità. La morte l’ha colto a trentaquattro anni in questo bellissimo fervore del suo spirito.

Be’, anzitutto notiamo che definire questo testo un “trafiletto” forse è un po’ riduttivo. (Mi domando cosa avrebbe detto Busoni se la notizia l’avesse letta sulla “Stampa”: poche righe, con il nudo annuncio della morte e dei funerali!).
“Non una parola di rimpianto per la perdita di una così sicura promessa dell’arte figurativa” lamenta Busoni. Ma basta rileggere l’inizio del commento alla notizia (data con brevità spartana, forse anche perché il “Corriere” non disponeva ancora di informazioni dettagliate) per convincersi del contrario. “Tristissima è la scomparsa di questo artista di grande ingegno e d’ardita passione”. E giù uno splendido elogio della figura artistica e umana di Boccioni, “scrittore interessante” e, soprattutto, pittore che, a giudizio dell’anonimo estensore, merita rispetto e ammirazione persino da “coloro che sono meno disposti ad amare le forme più rivoluzionarie della sua pittura”!
Ma è l’ultimo capoverso che deve aver rimescolato la bile di Busoni, quello in cui vede il tentativo dell’articolista di occultare “l’orrore dell’accaduto” sotto l’orpello della retorica patriottarda, con l’elogio dello spirito battagliero di Boccioni e della sua entusiastica adesione all’intervento e la conseguente partenza come volontario. Ma dov’è lo scandalo? Cosa c’è, in tutto questo, di sbagliato o di non vero?


quadro semiastratto, in cui si distinguono cavalli e cavalieri lanciati in corsa con lance puntate
Boccioni, Carica di lancieri (1915)

Boccioni e la guerra

Boccioni fu, in effetti, un entusiastico interventista della ‘prima ora’.
Già nel settembre del 1914 partecipò a manifestazioni interventiste a Milano e a Bologna. Nello stesso mese firmò (con Carrà, Boccioni, Marinetti, Piatti e Russolo) il manifesto Sintesi futurista della guerra. Nel gennaio del 1915, con lo stesso gruppo e in più Sironi e Sant'Elia, firmò il manifesto Orgoglio italiano. Scoppiata la guerra corse, con ammirevole coerenza, ad arruolarsi volontario e a mettersi a disposizione dei comandi militari, prestando servizio nel battaglione dei ciclisti fino allo scioglimento dello stesso. E sentite cosa scrive della guerra, e del suo rapporto con essa, nell’ottobre del 1915: "Sono stato al fuoco. Meraviglioso! Dieci giorni di marcia in alta montagna al freddo, fame, sete! I volontari ciclisti trasformati in alpini… [...] La guerra è una cosa bella, meravigliosa, terribile! In montagna poi sembra una lotta con l'infinito. Grandiosità, immensità, vita e morte! Sono felice! ... Sono felice e orgoglioso di essere soldato semplice e umile cooperatore all'opera grandiosa. W l'Italia" (corsivo mio). Richiamato alle armi nel luglio del ’16 non ritenne di doversi (o potersi) sottrarre all’obbligo, nonostante problemi polmonari gliene offrissero l’opportunità. E questo per ragioni di coerenza col proprio pensiero e i propri sentimenti. “Accetto questo sacrificio serenamente  secondo  quanto credo e quanto voglio per il mio paese” scrive al Maestro. E, conoscendone l’atteggiamento pacifista, aggiunge: “Non si arrabbi e comprenda la mia fede e la necessità indiscutibile di uniformarvi i miei atti” (corsivo mio).



ciclista in corsa
Boccioni, Dinamismo di un ciclista (1913), partic.

Certo: nelle lettere al musicista il suo atteggiamento nei confronti della guerra appare mutato. Evidentemente la nuova consapevolezza del suo valore d’artista e della sua missione in quanto tale – consapevolezza certo favorita dalle stimolanti conversazioni e discussioni col Maestro empolese – una più matura riflessione sulla dura realtà della guerra vera, la fatica congiunta all’insoffribile noia delle esercitazioni di routine preliminari all’invio al fronte, la preoccupazione per le condizioni economiche della madre, e – perché no – forse anche la lontananza forzata dalla principessa Vittoria Colonna (con la quale, proprio in quel periodo, aveva intrecciato una focosa relazione d’amore) avevano efficacemente contribuito al ripensamento. E di questo cambiamento sono testimonianza indiscutibile le lettere citate da Busoni. Non bisogna tuttavia sopravvalutarne la portata. Accanto alle lettere al musicista, in cui prevale l’ardore creativo e il rammarico e l’irritazione per l’impossibilità di dargli corso, altre ne abbiamo, dello stesso periodo, che mostrano come l’entusiasmo interventista si fosse in lui smorzato, ma restasse intatto il senso del dovere verso quella che per lui è pur sempre la patria.
Il fatto, del resto già limpidamente attestato nella citata lettera a Busoni di metà luglio, è confermato da lettere coeve all’amico Vico Baer. In una missiva di metà luglio, data espressione al rammarico per la forzata interruzione del suo lavoro e all’angoscioso timore che la sua “linea ascensionale” d’artista sia troncata da qualche infausto evento di guerra, conclude con un significativo “Viva l’Italia”. E il 29 luglio: “Ieri mi hanno chiamato al Comando per mettermi per "deferenza", come mi han detto, negli uffici. Ho cortesemente rifiutato dichiarando di voler fare il mio dovere in batteria. Anzi ho detto che per il prossimo sorteggio per i bombardieri (qui tutti hanno il terrore di questo sorteggio) tengano nota di me” (corsivo mio).
In ogni caso, se è vero che Busoni – e probabilmente la ristretta cerchia dei suoi amici – erano a conoscenza del mutato atteggiamento del pittore reggino, mi sembra altrettanto certo che la sua immagine pubblica, la sua figura per così dire ufficiale, restasse quella descritta dal “Corriere”.



quadro astratto con prevalenza di blu
Boccioni, Dinamismo di un ciclista (1913)

Secondo Busoni, poi, l’anonimo giornalista avrebbe tentato di nascondere “l’orrore dell’accaduto”, “dato che, una volta tanto, il fatto non può passare sotto silenzio”.
Quale orrore? Quale fatto? Evidentemente per il musicista “l’orrore dell’accaduto” stava nel “fatto” che la perdita di una così sicura promessa dell’arte figurativa fosse da annoverare tra i mille e mille misfatti della guerra. Ma è proprio così?

La morte di Boccioni

Il Boccioni richiamato era stato assegnato a un reggimento di artiglieria da campagna, e più precisamente a una squadra che doveva occuparsi di quattro coppie di cavalli destinate a trainare due cannoni. Non è un compito esaltante, ma Boccioni è contento: da tempo sognava di imparare a cavalcare. “Quest'attività mi va, sono contento” – scrive a Busoni. “Lo sarei completamente se non vi si opponesse il desiderio di lavorare, che da che siamo stati insieme non mi abbandona più e che mi faceva vagheggiare un periodo produttivo” (cito da Gino Agnese). E alla madre “scrive che sta bene, che è sereno, che i superiori sono cordiali, che potrà andare sovente a Verona da Amelia e che imparerà a montare, finalmente, poiché uno dei quattro cavalli che in pariglie trainano il cannone, quello che è davanti a destra, è sellato e porta il cavaliere: che sarà lui” (Agnese).
E a Margherita Sarfatti, il 16 agosto (!): “I miei superiori sono con me di una estrema cortesia […] Grazie a loro sono sempre a cavallo e ciò mi svaga un poco”. Una cortesia e uno svago che di lì a qualche ora gli risulteranno fatali.
Quella sera stessa Boccioni è in conversazione con alcuni ufficiali. “Perché non andiamo tutti insieme a fare un giro a cavallo?” propone uno di loro. “Boccioni, viene anche lei con noi?». Come resistere a un invito così allettante?
Ma a un certo punto il pittore si separa dal gruppo, anche perché avrebbe dovuto incontrare il suo amico Giorgio Ferrante. A un incrocio, un autocarro, sbucato improvvisamente da dietro una curva, spaventa la cavalla, e questa sbalza di sella l’inesperto cavaliere e lo trascina per la campagna. Una contadina chiama e ottiene soccorsi, ma è tutto inutile.




Un ‘eroe’ sfortunato

La verità è che il povero Boccioni fu ancora più sfortunato di D’Annunzio.
Il poeta soldato, acceso interventista, che tante volte aveva sfidato e quasi ricercato la morte in combattimento o comunque in un’azione di guerra, perse un occhio non a causa del fuoco nemico ma per un incidente quasi banale. Di ritorno da un tentativo di sorvolo di Trieste, fallito per problemi al motore e per le pessime condizioni atmosferiche (era il gennaio 1916), il pilota operò un ammaraggio nelle acque di Grado. L’impatto fu così violento che il poeta fu sbalzato in alto e ricadde sbattendo la tempia contro la mitragliatrice di bordo. Non proprio un evento eroico, ma comunque un incidente occorso a conclusione di un’azione di guerra abortita per circostanze indipendenti dalla volontà del combattente.
Boccioni, anche lui noto per il suo interventismo, per il suo arruolamento volontario e per il suo più volte ribadito amor di patria, non cade vittima dell’orribile guerra, ma di una banale caduta da cavallo. Non durante un combattimento, non durante un’operazione militare, nemmeno durante un’esercitazione. Cade durante una cavalcata di svago. Era in divisa militare, ma le circostanze della caduta nulla avevano da spartire col suo ruolo e attività militare. Unico particolare della morte che non sarebbe dispiaciuto a D’Annunzio, quel “fazzoletto tricolore”, quella “piccola bandiera” che – stando a Gino Agnese – gli trovarono nella tasca interna della giubba, “vicino al cuore”. 
Adesione del “Corriere” alla “congiura del silenzio”? Certo. Di tale adesione, chi volesse cercare troverebbe mille e mille esempi. Ché congiure di tale natura possono bensì essere deprecate, ma non evitate: le guerre, se possibile, non bisogna farle, ma se si fanno… Va però riconosciuto che l’articolo sulla morte di Boccioni non è uno di quegli esempi.
Il fatto è che un “caso di guerra Boccioni” non è mai esistito. Ancora una volta Busoni – un uomo così lucido e razionale quando parla della sua arte – si lascia poi prender la mano dal sentimento di fronte agli orrori della guerra e a eventi tragici come la prematura scomparsa di un amico, un amico che – per colmo di dolore – era anche un artista di sicuro valore, la cui maturità creativa era appena all’inizio. Che di questo si tratti lo riconosce lo stesso musicista: “Nei prossimi giorni il Giornale di Zurigo recherà un mio articolo, nel quale ho dato sfogo ai miei sentimenti intorno all'irrimediabile caso, che mi ha scosso fin nelle radici dell'animo” scrive alla madre del pittore il 30 agosto.
E di questi suoi sentimenti, e di questo suo sfogo, nessuno può fargli un demerito.
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Citazioni e riconoscimenti:


Sui rapporti Busoni-Boccioni vedi il ben documentato studio di Laureto Rodoni, Caro e terribile amico.



Le citazioni dalle lettere sono riprese da Laureto Rodoni, Lettere e dipinti di Boccioni. Nella citazione dalla lettera a Baer del 29 luglio ho scandito il primo periodo con l’aggiunta di due virgole, introdotte con l’intento di renderne il senso più immediatamente evidente: chiedo venia dell’arbitrio.


Il passo dell'articolo apparso sul giornale zurighese è riportato nella traduzione di Luigi Dallapiccola (in Ferruccio Busoni, Lo sguardo lieto, Milano, il Saggiatore, 1977).




La citazione da Gino Agnese è ripresa da uno stralcio del suo volume dedicato alla Vita di Boccioni (ed. Camunia) pubblicato in Rodoni.  


Illustrazioni:

Autoritratto: sito chiamamicitta.it

La città che sale: sito wikimedia.org

Carica di lancieri: sito tinklink.com

Dinamismo di un ciclista: sito lindiceonline.com

Dinamismo di un ciclista (astratto): sito wikimedia.org