domenica, luglio 08, 2018

Newspeak, o neolingua, nella lotta politica attuale



Governanti e condottieri allergici alla morale non hanno avuto bisogno di attendere la codificazione di Machiavelli per applicarne i princìpi. Così, da tempo immemorabile, chi è interessato alla manipolazione delle coscienze fa ricorso alla manipolazione linguistica. (Anche se oggi questo strumento risulta ampiamente surclassato dall’uso truffaldino delle immagini – disegni, foto, video – variamente manipolate: contraffatte, decontestualizzate, reinterpretate…). E quindi non è detto che gli espedienti cui accenneremo siano direttamente riconducibili agli ‘insegnamenti’ di Orwell. È vero invece che lo scrittore inglese ci aiuta a identificarli.

Partiamo dalla fine: la riscrittura dei classici

Ricorderete che il post precedente si concludeva con un accenno alla manipolazione dei classici, tradotti in neolingua. Vorrei ripartire proprio da qui. O, più precisamente, dalla reinterpretazione delle opere teatrali, in particolare delle opere in musica, oggi bersaglio privilegiato di registi e scenografi indifferenti ai valori musicali, ma ben attenti al successo e al denaro. Per brevità mi limito a un solo esempio tra tanti, scegliendolo tra quelli più recenti.
Probabilmente tutti conoscono la trama della Carmen di Bizet, ambientata nella Spagna ottocentesca. Nel dubbio, ecco qui un riassunto telegrafico.
Don Josè, brigadiere dei dragoni, soccombe al fascino e alle seduzioni di Carmen, una zingara… Ups, eccomi caduto nel politicamente scorretto: dovevo dire “rom”. E se era “sinti”? In fondo, io mica li distinguo. Facciamo così: in luogo del proibito "zingara" userò il corrispondente vocabolo spagnolo. Mi consentite di chiamarla “gitana” senza accusarmi di razzismo? Grazie, la chiamerò così. Don Josè – dicevo – soccombe alle seduzioni di Carmen, una gitana arrestata per rissa con uso di coltello. La lascia scappare e, per amore, da gendarme si fa contrabbandiere e bandito, pur tormentato da continui soprassalti di rimorso. Ma quella che per lui è passione fatale, per Carmen è un capriccio passeggero, presto sostituito dall’amore per Escamillo, il torero in auge al momento. A nulla valgono le suppliche dell’amante tradito. Carmen, gelosa della sua libertà, gli risponde in maniera sprezzante e – com’è nel suo carattere – provocatoria. Accecato dalla gelosia, don Josè mette mano al coltello. Un omicidio passionale in piena regola, da qualche tempo ridefinito “femminicidio”, nella speranza (fondata?) che un mutamento di vocabolo contribuisca a risolvere questa tragedia sociale. Quale migliore occasione per una riscrittura politicamente corretta?

don José disperato, con ai piedi Carmen uccisa e a fianco una donna allibita dalla scena
don José uccide Carmen (partic.)
(dal blog di Monica Cadoria)

E infatti, qualche mese fa, a Firenze, un tizio a caccia di “gloria” a costi stracciati, da regista reinventa la storia, offrendo, a spettatori presunti annoiati dalla musica e sessualmente intorpiditi, un intrattenimento a base di scenette più o meno piccanti. Ma il vero colpo di genio si svela nel finale. L’affascinante gitana dismette l’odioso ruolo di vittima della fatale passione amorosa del maschio per assurgere a quello – politicamente corretto – di vindice di tutte le donne offese, di tutte le vittime di “femminicidio”. Così la fosca tragedia della passione fatale qual era in Mérimée (autore del racconto originale), temperata ma non tradita dai librettisti e soprattutto dalla musica immortale di Bizet, si avvia a diventare altra cosa. A farla finire in farsa ci pensa la banalità del destino: alla prima rappresentazione, per ben due volte la vendicatrice preme il grilletto vendicatore, e altrettante volte la pistola di scena risponde con beffarda cilecca. Mentre Don Josè si accascia inspiegabilmente a terra, forse colpito da infarto. Tra i fischi e gli urli dei musicofili traditi, e lentusiastica approvazione del Nardella.

Manipolazione ideologica della lingua italiana

Prima di cominciare questo paragrafo, permettetemi una premessa superflua per i più, necessaria per qualcuno. Sia chiaro che quando segnalerò l’uso a mio modo di vedere strumentale, o addirittura truffaldino, di certe espressioni, mi limito a considerare la natura ideologica di tale l’impiego, mentre lascio assolutamente impregiudicata la plausibilità o meno dell’ideologia che sta dietro. Affrontare seriamente simili problemi richiederebbe trattazioni lunghe e articolate, fuor di luogo in un blog dedicato alla musica e alla letteratura, e ai linguaggi che le esprimono. 
   
Bene. Diciamo, anzitutto, che oggi, in Italia, la prima fonte di espressioni usate per nascondere più che per esprimere è proprio l’inglese in quanto lingua “alta” (espediente cui ricorreva già il vecchio don Abbondio, con il suo latinorum, per confondere le idee al povero Renzo!). È vero che molte persone nobilitano il nostro volgare – inguaribilmente “provinciale” – inzeppandolo di espressioni inglesi (molto spesso storpiate nel significato e/o nella pronuncia) per pura vanità, o per dimostrarsi “non provinciali” (ignari del fatto che la lingua italiana, da loro non sempre ben conosciuta, sia la quarta lingua più studiata al mondo, dopo la koiné inglese, lo spagnolo, e il cinese). Ma i politicanti, oltre che per queste ragioni, lo fanno anche a scopo truffaldino. Un esempio per tutti: l’ineffabile jobs act

Pinocchio ingannato dal Gatto e la Volpe allusivi al Fronte formato dacomunisti e socialisti
Reinterpretazione delle Avventure di Pinocchio, in chiave anticomunista
(copertina di un fumetto del 1948: dal sito pinocchio-e-pinocchiate.blogspot)
 
Un serbatoio analogo è costituito dai cosiddetti linguaggi settoriali (soprattutto quello dell’economia), inesauribile miniera di parole presumibilmente “straniere” alla maggioranza dei cittadini comuni. Ma non disperdiamoci. Passiamo a spigolare qualche esempio tra le locuzioni più comuni (altri ne potrei fare, e tanti e tanti altri verranno in mente a voi!).
Ricordate bellyfeel? Ha il suo bravo corrispondente anche in italiano: è un sintagma avverbiale di formazione molto recente: “di pancia”. Ha lo stesso significato (sottolinea, appunto, l’irrazionalità di un’adesione non mediata dalla ragione), ma con una valenza politica opposta: nella nostra società è un disvalore. Proprio per questo l’uso ideologico che se ne fa è non meno orientato e tendenzioso. Questo è particolarmente evidente in un’altra locuzione, formata con la stessa figura: la “pancia dell’elettorato”. Parlare alla “pancia dell’elettorato” si dice di partiti o uomini politici rivali, per insinuare che essi fanno appello agli istinti, alle pulsioni più basse degli elettori. Derubricando a basso impulso irrazionale quelle che magari sono esigenze fondate e legittime, tradotte in scelte politiche pienamente razionali, benché legittimamente messe in discussione da chi segue un diverso orientamento ideologico. Per non dire di quelli che la usano nel senso di “rivolgersi a un segmento particolare degli elettori”, quelli metaforicamente ascrivibili alla “pancia”; elettori visivamente degradati alla sola funzione digestiva, escretoria. Con l’ovvio sottinteso di riservare arbitrariamente a se stessi, e ai propri seguaci, la funzione nobile di cervello, di “testa pensante”… Con una distinzione ben più cruda di quella del vecchio Menenio Agrippa. 
Garibaldi scaccia De Gasperi
Reinterpretazione del Risorgimento:
Garibaldi scaccia De Gasperi, diffamato come “austriaco”
perché nato in Trentino, al tempo parte dell’Impero austro-ungarico
(illustrazione ripresa dal sito loccidentale.it)
 
C’è poi la vasta categoria della lingua “politicamente corretta”. Non nego l’opportunità della sostituzione di qualche espressione effettivamente discriminatoria, come “negro”, giustamente sostituito con “nero” (mentre trovo ridicolo ed offensivo il tentativo di riverniciatura implicito nella locuzione “di colore”!). Ne rifiuto l’abuso. Prendete la parola “genere”, o addirittura gender, come preferiscono i seguaci di conduttrici e conduttori televisivi. Nell’uso inedito introdotto da movimenti d’opinione postnovecenteschi, essa si è appropriata vari significati tradizionalmente spettanti alla parola “sesso”. Perché? Perché la parola “sesso”, nella sua greve materialità anatomicamente determinata, è meno disponibile ad acconciarsi alle esigenze di chi, in materia, propone visioni largamente innovative. 
 

Controreinterpretazione del Risorgimento:
Garibaldi ammonisce gli elettori
denunciando l’indebita appropriazione della sua immagine
da parte del Fronte popolare
(dal sito flickriver)

 Oppure, per entrare nel campo più proprio delle blanket words, delle “parole-coperta”, pensate all’uso del suffissoide –fobia, estrapolato dall’ambito della patologia neurologica di sua pertinenza (agorafobia, claustrofobia ecc.), per formare parole come xenofobia, omofobia, addirittura islamofobia, composti chiaramente intesi a degradare a malattia psichiatrica un’opinione politica sgradita, così da liberarsi del noioso impiccio di confutarla con argomentazioni razionali! Pensate alla parola “razzista”, passata – in bocca a molte persone – dal significato proprio di “aderente a un’ideologia di presunta superiorità di una ‘razza’ umana sull’altra (con conseguente difesa della sua ‘purezza’)” a ingiuria pressoché onnicomprensiva. O pensate all’uso del neologismo “buonista” per condannare sbrigativamente un atteggiamento senza darsi la pena di provarne l’inadeguatezza. Riflettete all’uso ingiurioso di parole come fascista, che propriamente designa un preciso movimento storico e un ben determinato corpus di dottrine politiche. E “populista”? Che significa “populista”? Staccatosi dalla designazione storica (populismo russo del XIX sec.), oggi dovrebbe avere assunto il significato estensivo di aderente a un movimento “che tende genericamente all’elevazione delle classi più povere” (Diz. Garzanti); e non si vede che cosa, questa tendenza, abbia di intrinsecamente negativo fino fargli assumere, nei casi estremi, il significato di “qualcuno che si diverte a vedere affogare i bambini”. Mentre, sull’altro versante, non manca chi usa, come ingiuria sanguinosa, la qualifica di “comunista”: uno che i bambini non vuole farli affogare, perché preferisce mangiarseli!  Eh via! Lasciamo queste scempiaggini a chi non è capace d’altro. Torniamo a un uso razionale della lingua! Combattiamo le battaglie per le nostre idee con argomenti razionali. Probabilmente ci capiterà di smussarne le punte più aspre; in qualche caso ci potrebbe persino capitare – come effetto dello sforzo raziocinativo – di doverle addirittura cambiare. Con vantaggio della nostra coscienza. E di quanti ci circondano.



 La fine di Syme

Ah, a momenti me ne dimenticavo. E Syme? Si dissolse veramente come vapore, secondo le previsioni di Winston?
Ebbene sì. Ne dà il ferale annuncio George Orwell in persona, all’inizio del cap. V (cfr. post sulla lingua del GF); sempre il V (destino?), ma della Parte II, questa volta. Un bel giorno Syme non si presenta al lavoro. Soltanto quelli già parecchio avanti nell’arte di non pensare si posero qualche domanda. Il giorno dopo, nemmeno loro. Il terzo giorno Winston andò a dare un’occhiata alla lista del Comitato Scacchi a cui Syme era iscritto. La lista era lì, uguale a quella di sempre, ma invano l’occhio avrebbe cercato il nome di Syme. Nessuno, del resto, avrebbe mai ammesso di aver conosciuto un certo Syme, filologo, in servizio al Miniver. In nessun documento, in tutto il Superstato di Oceania, si sarebbe trovato il suo nome. Syme non era mai esistito!   

sabato, giugno 30, 2018

La lingua del Grande Fratello. II






Obiettivi, struttura morfosintattica e lessico della neolingua


Propaganda  politica contro la Brexit (da "Unherd")

Come promesso nel post precedente, in questo articolo mi propongo di chiarire gli obiettivi della neolingua, la sua struttura morfosintattica, la consistenza e qualità del lessico.

Orwell e l’importanza politica della lingua

Il rapporto della lingua con il pensiero in generale, e conseguentemente con l’atteggiamento politico, stava molto a cuore a Orwell. Più o meno nello stesso periodo di redazione del romanzo dedicò ad esso studi di carattere scientifico. Nel 1946, per esempio, pubblicò un saggio ancor oggi molto studiato nelle Università, nonostante alcuni suoi suggerimenti appaiano discutibili. Si tratta di Politics and the English Language. In esso l’autore mette in guardia dal linguaggio dei politici, e mostra come lo svilimento della lingua – l’imprecisione e la sciatteria linguistica – favorisca il conformismo e l’adesione acritica all’ideologia corrente. 
Dedica un “saggio” anche alla lingua d’Oceania (“I princìpi della neolingua”) e, per non intralciare la narrazione, lo colloca in “appendice” al romanzo. Ce ne serviremo ampiamente per la presente esposizione.

Finalità della neolingua

Come mai tanto lavoro, tanto impegno per “riformare” la lingua?
L’obiettivo della Neolingua è di restringere l’estensione del pensiero” – spiega Syme, il filologo appassionato di impiccagioni. E ancora: “Ogni anno meno parole, e l’ampiezza della coscienza sempre un po’ più angusta”. Più chiaro di così… Ma questo è solo un obiettivo intermedio, funzionale a una finalità superiore: l’ortodossia, resa perfetta dall’inaridimento della capacità stessa di pensare. “Alla fine noi renderemo letteralmente impossibile il reato di pensiero, perché non ci saranno parole con cui esprimerlo”.
Esagerazione? Facciamo un’ipotesi. Voi, pur educati nell’Ingsoc e nella neolingua (“La Neolingua è l’Ingsoc e l’Ingsoc è la Neolingua”!), voi, a dispetto di quell’infame sistema educativo, conservate bastante intelligenza per capire che gli incessanti encomi della bontà del Grande Fratello sono infondati. E quindi, sulla base del linguaggio disponibile, arrivate a formulare, a vostro rischio e pericolo, un giudizio di questo genere: “Il Grande Fratello è imbuono”. Senza la possibilità di specificare, di argomentare con precisione il vostro pensiero, dall’apparenza inevitabilmente stravagante (è in contrasto col modo di pensare ufficiale, condiviso dalla maggioranza!), il vostro giudizio sarà considerato – nel più fortunato dei casi – appunto una stravaganza, un’assurdità detta per ridere. Quella che per voi doveva essere una critica al governo del G.F., avrà la stessa efficacia politica del vecchio detto “Piove, governo ladro!”
È per questo che “la Rivoluzione sarà completa quando la lingua sarà perfetta”, come recita la trionfale conclusione del filologo asservito al Partito. E la lingua sarà perfetta quando l’attività pensante sarà sostituita dall’automatismo tanto caro alla pigrizia mentale.

Fonetica e morfosintassi della neolingua

La base dell’immaginaria neolingua di Oceania è, naturalmente, l’inglese corrente al  tempo dell’Autore; quello che in neolingua viene denominato Oldspeak, “paleolingua”. Le modifiche “politicamente corrette” mirano a un drastico impoverimento di quella lingua inglese che, rispetto a lingue come l’italiano, per esempio, presenta strutture grammaticali già molto semplificate. In neolingua qualunque elemento lessicale può essere adoperato indifferentemente come verbo, sostantivo, aggettivo o avverbio. Brevità, elementarità, assoluta regolarità ne caratterizzano morfologia e sintassi. Eccezioni sono ammesse solo per ragioni foniche. All’eufonia è attribuita la massima importanza. Essa, infatti, con la facilità di una pronuncia fluida e senza inciampi, coopera potentemente all’obiettivo di un’articolazione linguistica automatica, puramente meccanica, con esclusione, quanto più completa possibile, delle funzioni superiori proprie del pensiero.  Parole invariabilmente di due o tre sillabe, con accenti regolarmente distribuiti sui due elementi costitutivi, favoriscono uno stile borbottante, allo stesso tempo staccato e monotono. Uno stile definito “duckspeak”, “schiamazzare come papere”. Definizione non molto lusinghiera – direte voi. Ma in “Oceania” non era così. Il massimo complimento cui potesse aspirare un oratore politico era la definizione di doubleplusgood duckspeaker (“bispiubbuono schiamazzatore”). Insomma, l’obiettivo ideale era – si chiarisce nell’Appendice – un parlare emergente direttamente dalla laringe, senza alcun intervento del cervello.

Il lessico

Al raggiungimento del risultato finale il contributo più importante è dato dalla riforma del lessico, sottoposto a un minuzioso lavoro di riduzione e ripulitura.
La “semplificazione” mira a ridurre la disponibilità complessiva di rappresentazioni mentali, di germi di pensiero: nozioni, distinzioni, sfumature… Insomma, l’eliminazione di tutto quanto, per via di associazione o altro, possa stimolare una qualche attività cerebrale autonoma, suscettibile d’intaccare il piatto conformismo, l’irriflessa adesione a all’INGSOC, al Pensiero unico del Superstato.
Si opera per gradi.
Prima di tutto si mette mano alla scure, e si disbosca il lessico della paleolingua di tutto quanto non risulti strettamente necessario a una vita pratica elementare e allo striminzito tessuto ideale dell’INGSOC. I vocaboli sopravvissuti vengono poi mondati, ripuliti di tutte le implicazioni politiche non ortodosse, di elementi accessori e valenze connotative sospette, in modo che il contenuto mentale da esso risvegliato sia ridotto “to the bone”, “all’osso”; al nudo nòcciolo del significato di base, “rigidamente determinato”. Prendete l’aggettivo free (“libero”): una parola pericolosa, per le inevitabili implicazioni (“libertà politica, libertà di pensiero” ecc.). Sono appunto queste associazioni mentali, queste  “escrescenze” che vanno resecate. Free sarà ancora libero di esistere, ma solo nel significato elementare di “sgombro”, “esente”: cane libero da pulci, campo libero da erbacce…

Il contenuto dell’undicesima edizione del Vocabolario di Neolingua

Al termine di questo lavoro, le parole autorizzate a entrare nell’undicesima edizione del mitico Vocabolario di Neolingua, di Syme et alii, risulteranno distribuite in tre classi:

Vocabolario A: vocaboli indispensabili ad esprimere i bisogni e gli oggetti d’uso di una vita al limite della miseria qual è quella del Superstato d’Oceania.

Vocabolario C: “lessico scientifico”: liste di vocaboli, rigidamente distinte secondo gli ambiti disciplinari, depurati da connotazioni accessorie, ad uso esclusivo degli specialisti.

Vocabolario B
È quello politicamente più importante e delicato, oggetto delle cure più scrupolose da parte dei compilatori. “Consisteva di vocaboli costruiti specificamente per finalità politiche: vocaboli, cioè, che non solo avevano in ogni caso un’implicazione politica, ma erano intesi a imporre, alla persona che li usava, un atteggiamento mentale desiderabile”.
Qualche esempio ne chiarirà natura e caratteristiche.
Partiamo da un aggettivo emblematico della neolingua: bellyfeel, composto di belly, “pancia”, e della radice verbale feel, “sentire” nel senso di “provare sentimenti”. Designa una dote indispensabile al buon cittadino di Oceania: l’adesione immediata, istintiva, all’ideologia del Partito.
Una categoria particolarmente importante di questo genere di vocaboli è quella delle “blanket words” (letteralmente: “parole-coperta”): espressioni generiche, di significato vago ed esteso. Ogni blanket word assorbe (e quindi fa sparire) tutta una serie di vocaboli esprimenti nozioni più o meno affini, ma distinte, e dunque capaci di attivare una qualche forma di pensiero analitico e valutativo. Prendete, per esempio, le nozioni di onore, giustizia, morale, internazionalismo, uguaglianza, democrazia, scienza, religione… Nessuno dei vecchi che tali vocaboli conoscevano osava più pronunciarli. Chi ne doveva parlare, o doveva tradurli in neolingua, ricorreva invariabilmente alla blanket wordcrimethink” (“idea criminale”). Così le nozioni incentrate sui concetti di “oggettività”, “razionalismo” e simili erano tutte ridotte a un unico vocabolo: oldthink (“paleopensiero”, pensiero antiquato, vecchio, démodé…), con l’immancabile connotazione di fiacchezza, decadenza, morte.  Insomma, conclude Orwell,  “da un membro del Partito si esigeva un modo di vedere analogo a quello dell’antico ebreo che sapeva, senza sapere altro, che tutte le nazioni diverse dalla sua adoravano ‘falsi dèi’”, poco importava se questi fossero tra loro profondamente differenti, come Baal, Osiride, Moloch o Astarot…
In altre parole, la massima cui il cittadino doveva attenersi potrebbe essere formulata più o meno così: tutto quanto non è contemplato nell’ortodossia è vietato, punito con castighi indeterminati ma comunque spaventosi.
Così – per fare un altro esempio – tutto l’ambito della vita sessuale era coperto da due sole parole: goodsex e sexcrime. Goodsex (“sesso sano”) designava l’usuale rapporto tra uomo e donna finalizzato esclusivamente alla procreazione. Questo sapeva il “buon” cittadino; e inoltre che qualunque altra cosa potesse balenargli per la mente in relazione al sesso ricadeva nel sexcrime, nel “delitto sessuale”, sanzionato con pene severissime, a discrezione del giudice (nel Superstato di Oceania naturalmente non esistevano leggi scritte!).

Nel Vocabolario B nessuna parola era neutrale. Era sempre connotata, in senso positivo o negativo. Un gran numero di esse erano “eufemismi”. Appartengono a questa categoria (lo abbiamo visto nel post sul G.F.) parole e locuzioni  “risemantizzate”, dotate di significato nuovo, con procedimenti che svelano gusto per l’antifrasi (piegare un’espressione a significare esattamente l’opposto del suo significato abituale), o, forse meglio, per il sarcasmo beffardo. Ricorderete le fantasiose denominazioni dei Ministeri. E ora provate a indovinare che cosa designava la parola  Joycamp, “campo di gioia”. Sì, proprio quello: il campo di lavori forzati. Meno diffusa la categoria di vocaboli connotati da franchezza brutale. Tale, per esempio, prolefeed, “nutrimento (verrebbe da dire “mangime”) per i prol”, che designava il “nutrimento spirituale” ammannito ai proletari: notizie grossolanamente inventate, intrattenimenti-spazzatura… (no, per favore, non mi fraintendete: non sto parlando della televisione!).
Abbiamo già osservato la predilezione della neolingua per gli incroci abbreviativi. Hanno lo scopo di evitare associazioni non gradite. Orwell esemplifica con un esempio storico: Comintern. L’espressione completa “Internazionale comunista” – argomenta – “richiama un quadro composito di universale fratellanza umana, bandiere rosse, barricate, Carlo Marx e la Comune di Parigi”. Comintern, invece, “suggerisce nient’altro che un’organizzazione compatta e un corpo dottrinale rigidamente determinato. È una parola che si pronuncia quasi senza pensare, mentre “Internazionale comunista” è un’espressione su cui si è costretti a soffermarsi, almeno per un momento”. Astruserie? Mah, pensate all’espressione “Tizio è stato nominato Capo del MIUR”, che fila via liscia come l’olio, senza suscitare idee accessorie. Ora confrontatela con la formula “Tizio è stato nominato Capo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica”, magari scandendo le singole parole. Non viene spontaneo pensare che si tratti di un Ministero da far tremar le vene e i polsi, con immediato impulso a valutare l’adeguatezza della persona insignita di una tale responsabilità?


La letteratura

E la letteratura? I libri, i giornali del passato?
La massima parte spariva dalla circolazione: non era mai esistita. Ragioni di prestigio potevano consigliare, invece, la conservazione dei grandi classici, come Shakespeare, Milton, Swift, Byron… In questo caso si procedeva alla traduzione in neolingua, cioè a una riscrittura, a una “reinterpretazione”, a una di quelle “rivisitazioni” – di cui si compiacciono certi critici, o certi registi teatrali – che del significato originale conservano “il giusto”, come alcuni dicono in Toscana quando vogliono significare “molto poco”
E se qualche brandello di testo fosse sfuggito a distruzione e traduzione? 
Orwell riporta l’esempio – senza peraltro analizzarlo – di un brano della Dichiarazione d’indipendenza americana. Supponete una società in cui siano state spazzate via nozioni di ordine religioso, di uguaglianza socio-politica, di libertà intellettuale e politica, di diritto… E ora pensate a frasi del tipo “tutti gli uomini sono stati creati uguali”: creati?! uguali?! tutti gli uomini uguali?! L’autore doveva essere matto: non è forse vero che ci sono uomini con i capelli biondi e altri con i capelli neri? Alcuni robusti, altri smilzi… Ma come fa, questo scemo, a parlare di uomini “uguali”?! Oppure: “dal loro Creatore sono stati dotati di certi diritti inalienabili”… Creatore?! diritti?! Mah, flatus vocis, vento, espressioni senza senso…

E fermiamoci qui, ché il discorso è già stato troppo lungo. Nel prossimo post (più breve, più breve!) vedremo qualche saggio di newspeak nell’attuale dibattito politico italiano. (E sveleremo l’esito della profezia di Winston su Syme!). A sabato prossimo!

sabato, giugno 23, 2018

La lingua del Grande Fratello





ovvero
Manipolazione linguistica a fini politici


Nel post precedente promettevo un intervento dedicato alla lingua del Grande Fratello: Newspeak, o Neolingua.
In realtà la Neolingua orwelliana rappresenta un esempio di gigantesca manipolazione linguistica a fini politici. E le pagine di Orwell dedicate all’argomento sono molto istruttive. Interessanti per chiunque voglia dotarsi di strumenti utili a contrastare efficacemente i tentativi di chi, quotidianamente, tende a manipolare le coscienze in modo subdolo, profondamente invasivo. Insomma, una lettura molto proficua per chi rifiuta di farsi inconsapevole, docile strumento nelle mani di forze interessate alle sue scelte.
Ma un interesse tutto particolare quelle pagine rivestono per chi esercita il mestiere d’insegnante, prezioso per la formazione dei cittadini e perciò svilito e mortificato da politicanti giustamente allarmati all’idea di elettori consapevoli, allenati al pensiero critico, refrattari alle loro non disinteressate lusinghe. Un’approfondita riflessione innescata dal testo orwelliano svelerà, o ribadirà, che genere di forze, che genere di motivazioni stiano dietro alle pluridecennali pressioni per un insegnamento “semplificato” a oltranza, povero di contenuti umani, tanto ben accetto ai cultori della pigrizia mentale. O, quantomeno, sarà utile a intravedere verso quali esiti, umani e politici, sia intrinsecamente orientato – indipendentemente dall’eventuale buonafede di chi lo promuove – un insegnamento linguistico-letterario banalizzato e immiserito, secondo mode provenienti da lontano, e da molti prontamente accolte anche qui da noi vuoi per ristrettezza d'orizzonti mentali, vuoi per cupidigia di popolarità a buon mercato.

Articolazione dell’argomento

Partiremo dalla traduzione di un passo del cap. V (Parte I) di 1984, in cui il tema è impostato con una franchezza che stupirà lo stesso Winston, il protagonista che ormai ben conoscete.
In un post successivo riprenderemo il discorso per sviluppare, alla luce di una singolare “appendice” dell’Autore, gli spunti offerti dal brano – chiarendo obiettivi, strutture e procedure della neolingua – e concludere con una rapida occhiata sul mondo odierno.

Chiarimenti preliminari

Prima di cominciare, permettetemi di fornire un paio di chiarimenti utili alla comprensione del testo.
 Ritroveremo qui una sigla già incontrata nel post precedente: INGSOC. Abbreviazione di Inglish Socialism (in “paleolingua” English Socialism, “socialismo inglese”), Ingsoc è l’ideologia ufficiale, cioè unica, del Superstato “Oceania”. Raggruppa in sé i nostri concetti di ideologia, filosofia, scienze ecc., in un quadro di inviolabile ortodossia.
La seconda espressione meritevole di chiarimento è “proles”. È un vocabolo della neolingua (il termine proprio sarebbe “proletarians”), che indica spregiativamente i proletari, e che io, non senza qualche titubanza – traduco con “prol”. I proletari (i prol!) sono, dunque, dei… fuoriclasse, dei “paria”. O, detto brutalmente, “non sono esseri umani”, come sta per insegnarci l’impagabile Syme. Proprio per questo essi sono estranei alle “amorevoli” preoccupazioni pedagogiche del Partito, e da essi Winston, nei momenti di ottimismo, spera un possibile riscatto, peraltro rinviato a un futuro indeterminato. Addetti ai servizi e ai lavori manuali, i prol sono indotti all’abbrutimento totale. Julia, per esempio (v. post precedente), lavora nel dipartimento del Miniver deputato alla produzione di materiali pornografici destinati ai “proles”. Anche su di loro vigila la polizia, naturalmente. Ma non per rilevare deviazioni dalla correttezza politica. Qui lo scopo è diverso: scoprire per tempo l’eventuale apparizione,  tra i “proles”, di qualche ragazzo… diciamo un po’ troppo sveglio, e risolvere il problema in via preventiva. Mediante abbattimento.


Syme spiega a Winston l’oggetto del suo lavoro

Alla mensa aziendale (siamo negli scantinati del Ministero della Verità) Winston incontra un amico, Syme. Be’, non è proprio l’amico ideale, ma i tempi e l’ambiente sono quelli che sono… Syme è un filologo, e lavora alla compilazione dell’undicesima edizione del Dizionario di Neolingua. La sua passione sono le impiccagioni. Solo lamenta la stoltezza del boia, che a volte lega i piedi del condannato, vanificando così la parte più divertente dello spettacolo: lo scalciare nel vuoto della vittima morente. Parla sempre di questo genere di argomenti. O dei bellissimi effetti di raid aerei su popolazioni inermi. Per stornarlo da questi soggetti non c’è che un mezzo: chiedergli del suo lavoro.

“Come va il Dizionario?” chiese Winston, alzando la voce per sovrastare il rumore.
“A rilento” rispose Syme. “Sto lavorando agli aggettivi. È affascinante”.
Alla menzione della Neolingua il volto gli si era immediatamente illuminato. Spinse di lato il suo tegamino, prese con una delle sue mani delicate la sua fettona di pane, con l’altra il suo cubetto formaggio , e si sporse attraverso il tavolo per poter parlare senza gridare.
“L’Undicesima Edizione è quella definitiva” disse. “Stiamo portando la lingua alla sua forma definitiva, quella che avrà quando nessuno parlerà altro. Quando avremo finito, la gente come te dovrà reimparare la lingua di sana pianta. Tu pensi – lasciamelo dire – che il nostro compito principale consista nell’inventare parole nuove. Ma neanche per sogno! Le parole noi le distruggiamo: a dozzine, a centinaia, ogni giorno. Stiamo scarnendo la lingua fino all’osso. L’Undicesima Edizione non conterrà nemmeno una parola suscettibile di diventare obsoleta prima del 2050”.
Addentò avidamente il pane e mandò giù un paio di bocconi; poi riprese il discorso, con una sorta di passione pedantesca. La sua faccia affilata, bruna, si era animata; gli occhi avevano perso la loro espressione derisoria, apparivano quasi sognanti.
“Bella, la distruzione delle parole! Naturalmente la massa degli scarti si trova tra i verbi e gli aggettivi, ma ci sono centinaia di sostantivi di cui ci si può sbarazzare ugualmente. E non solo i sinonimi; ci sono anche gli antonimi. Dopo tutto, che ragione c’è di avere una parola che è semplicemente l’opposto di qualche altra? Una parola contiene in se stessa il proprio opposto. Prendi “buono”, per esempio. Se hai una parola come “buono”, che necessità c’è di una parola come “cattivo”? “Imbuono” andrà altrettanto bene; meglio, perché, al contrario dell’altra, è l’esatto opposto. O ancora, se vuoi qualcosa di più forte di “buono”, che senso ha disporre di tutta una serie di inutili parole dal significato vago come “eccellente”, “splendido”, e tutto il seguito? “Piubbuono” include il significato; o “bispiubbuono”, se vuoi qualcosa di ancora più forte. Naturalmente queste forme noi le usiamo già, ma nella versione definitiva della Neolingua non ci sarà nient’altro. Alla fine l’intera nozione di bontà e cattiveria sarà coperta da soltanto sei parole; una parola sola, in realtà. Non capisci la bellezza di questo, Winston? L’idea originale è stata del G.F., naturalmente”, aggiunse come per un ripensamento.
Una sorta d’insulsa eccitazione balenò sul viso di Winston alla menzione del Grande Fratello. Tuttavia Syme notò immediatamente una certa mancanza di entusiasmo.
“Tu non hai una reale considerazione per la Neolingua, Winston”, disse con una venatura di tristezza. “Anche quando scrivi in Neolingua, tu stai ancora pensando in Paleolingua. Ho letto qualcuno di quei pezzi che occasionalmente scrivi sul Times. Sono abbastanza buoni, ma sono traduzioni. In cuor tuo, tu preferiresti restare incollato alla Paleolingua, con tutta la sua indeterminatezza e le sue inutili sfumature di significato. Tu non afferri la bellezza della distruzione delle parole. Ma lo sai che la Neolingua è l’unica lingua al mondo il cui vocabolario si restringe ogni anno di più?”.
Winston lo sapeva, naturalmente. Sorrise, in un modo che esprimeva sintonia – sperava – non arrischiandosi a parlare. Syme dette un altro morso al pane scuro, masticò brevemente, e riprese:
“Non capisci che l’obiettivo della Neolingua è di restringere l’estensione del pensiero? Alla fine noi renderemo letteralmente impossibile il reato di pensiero, perché non ci saranno parole con cui esprimerlo. Ogni nozione che potrà mai servire sarà espressa da esattamente una sola parola, col suo significato rigidamente definito, e tutti i significati accessori cancellati o dimenticati. Già nell’Undicesima Edizione non siamo lontani da questa meta. Ma il processo continuerà ancora a lungo dopo che tu e io saremo morti. Ogni anno meno parole, e l’estensione della coscienza sempre un po’ più angusta. Anche ora, naturalmente, non c’è né ragione né scusa per commettere reati di pensiero. È soltanto un problema di autodisciplina, controllo della realtà. Ma alla fine non ci sarà alcun bisogno nemmeno di questo. La Rivoluzione sarà completa quando la lingua sarà perfetta. La Neolingua è l’Ingsoc e l’Ingsoc è la Neolingua”, aggiunse con una sorta di mistica soddisfazione. “Hai mai pensato, Winston, che entro il 2050, ma proprio al più tardi, non esisterà alcun essere umano in grado di capire una conversazione come quella che stiamo facendo in questo momento?”.
“Eccetto…” cominciò Winston esitante, e poi si fermò.
Stava per dire – l’aveva già sulla punta della lingua – “eccetto i prol”, ma si censurò, non sentendosi assolutamente certo che questa osservazione non rischiasse di risultare, in qualche modo, non ortodossa.  Syme, però, aveva indovinato cosa stava per dire.
“I prol non sono esseri umani” disse distrattamente. “Entro il 2050 – ancora prima, probabilmente – ogni effettiva conoscenza della Paleolingua sarà sparita. L’intera letteratura del passato sarà stata distrutta. Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron… esisteranno solo in versione neolingua, non soltanto cambiati in qualcosa di diverso, ma di fatto mutati in qualcosa di contraddittorio rispetto a quello che erano prima. Persino la letteratura del Partito cambierà. Persino gli slogan cambieranno. Come potresti ancora avere uno slogan come “la libertà è schiavitù” una volta abolita la nozione di libertà? Sarà l’intera modalità del pensiero ad essere diversa. Diciamo che non ci sarà pensiero come lo intendiamo ora. Ortodossia significa non pensare… non aver bisogno di pensare. Ortodossia è inconsapevolezza”.

“Lo vaporizzeranno” pensa Winston allarmato. “Uno di questi giorni sparirà nel nulla come vapore. È troppo intelligente. E parla con disarmante chiarezza. Al Partito le persone così non piacciono proprio. Lo vaporizzeranno. Ce l’ha scritto in faccia”. 

Sarà davvero così? Chi vorrà vedrà!


Intanto non dimenticate, tra circa una settimana, di leggere il nuovo post: svilupperemo gli spunti offerti da Syme, e dalla “appendice” dell’Autore, per determinare obiettivi, struttura linguistica e stilistica della neolingua, e, alla luce degli insegnamenti orwelliani, daremo un’occhiata alla situazione odierna.

venerdì, maggio 11, 2018

Il Grande Fratello




Introduzione                                                                       

Certo nessuno tra i miei amici è così sprovveduto da pensare che il “Grande Fratello” sia invenzione originale degli autori di uno spettacolo televisivo longevo e – mi assicurano – tuttora non privo di appassionati e fedeli spettatori. Tuttavia è probabile che non tutti abbiano avuto il tempo di leggere 1984 di George Orwell, dove questo enigmatico personaggio appare per la prima volta e riempie della propria immagine ogni angolo di Londra, una delle metropoli del Superstato Oceania.


George Orwell
George Orwell (pseudonimo di Eric A. Blair)

1903-1950

Il romanzo fantapolitico di Orwell è un incubo di oltre trecento pagine. Ma è appassionante, e la sua conoscenza è molto utile per orientarsi nel mondo attuale. Non che le sue fosche previsioni si siano integralmente realizzate. Assolutamente no. E la mia fiducia nell’uomo mi porta a sperare che, in quella forma, non si realizzeranno mai. Tuttavia, qua e là nelle pieghe e nelle intersezioni della vita politica e sociale di questo incipiente terzo millennio, sono già evidenti numerosi tentativi di applicarne spunti e suggestioni. Individuarli per tempo può contribuire a disinnescarli. Non sarà inutile, dunque, presentarne qualche pagina che invogli a una lettura integrale. 


Tranquilli: non sarò tanto ineducato da rivelare snodi cruciali della trama che vi tolgano il piacere della suspense! Mi propongo soltanto di presentare questo invadente Fratello (e la sua antitesi), e il protagonista del romanzo. Lo farò traducendo qualche passo del primo capitolo, e corredandolo dell’indicazione del contesto necessario alla comprensione, con l'aggiunta di qualche nota esplicativa. Inevitabile anche qualche accenno alla Neolingua. Un’invenzione, quest’ultima, che, in forma per ora piuttosto blanda, ha già trovato  nel mondo attuale zelanti seguaci tra i politici, nella burocrazia, nel mondo dell’informazione e, a seguire, anche in altri settori, vuoi per interessi più o meno oscuri, vuoi per scimmiesca imitazione.



Il protagonista e la sua abitazione

ritratto d'un uomo dallo sguardo perplesso
Winston Smith (J. Hurt), perplesso,
 all’inizio del rito dei “Due minuti d'odio”
Lo sventurato protagonista del libro si chiama Winston Smith, nome e cognome non scelti a caso: Smith è probabilmente il cognome più diffuso nel Regno Unito, e Winston, al tempo della pubblicazione (1949), era certamente il nome più noto: si chiamava Winston quel Primo Ministro che aveva appena portato il proprio popolo alla conclusione vittoriosa della più terribile guerra sperimentata dall’Umanità. 
Osserviamolo, all’inizio della storia, rientrare frettoloso a Victory Mansions, dove ha sede il suo appartamento.

Era una fredda, luminosa giornata d’aprile, e gli orologi battevano le tredici. Winston Smith, col mento
spiaccicato contro il petto nel tentativo di opporre un riparo a un vento velenoso, sgusciò in fretta attraverso le porte di vetro di Victory Mansions, ma non abbastanza veloce da evitare che un mulinello di polvere renosa entrasse con lui.
L’ingresso puzzava di cavoli bolliti e di vecchi zerbini di pezza. A un capo di esso, attaccato alla parete, un manifesto a colori, troppo grande per esposizione interna. Rappresentava semplicemente un’enorme faccia, larga più d’un metro: la faccia di un uomo sui quarantacinque anni, con folti baffi neri e bei lineamenti. Winston andò dritto verso le scale. Provare a prendere l’ascensore era inutile. Anche nei periodi migliori raramente funzionava; ora poi durante le ore del dì la corrente elettrica era staccata. Questo faceva parte della campagna di risparmio in vista della Settimana dell’Odio. L’appartamento era sette rampe di scala più in alto, e Winston, che aveva trentanove anni, e un’ulcera varicosa sopra la caviglia destra, andava piano, fermandosi parecchie volte, lungo la salita, per riposarsi. Ad ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con l’enorme faccia vi fissava dalla parete. Era una di quelle immagini che sono congegnate in modo che gli occhi vi seguano ovunque vi spostiate. IL GRANDE FRATELLO TI GUARDA, diceva la scritta sottostante.
All’interno dell’appartamento una voce vellutata leggeva una lista di cifre che avevano qualcosa che fare con la produzione di ghisa. La voce proveniva da una placca metallica oblunga, simile a uno specchio opacizzato, che ricopriva parte della parete destra. Winston girò un interruttore e la voce si abbassò un po’, anche se le parole continuavano ad essere distinguibili. Lo strumento (il teleschermo, com’era chiamato) poteva essere smorzato, ma non c’era modo di spegnerlo completamente.

In realtà, si tratta di un apparecchio ricetrasmittente, capace di captare ogni movimento, ogni voce appena più alta di un lieve sussurro. Eternamente in funzione, senza nessuna possibilità di fermarlo. All’altro capo, agenti della Polizia Politica, o più esattamente della “Polizia del Pensiero”, della Thought Police, incaricata della vigilanza sul pensiero (sul pensiero, badate bene, prima che sull’espressione!). Non è detto che, in quel dato momento, il terminale connesso al vostro apparecchio fosse attivo. Ma... meglio dare per scontato d’essere, in qualunque momento, visti e ascoltati.

Il luogo di lavoro

Winston volge le spalle all’apparecchio e si avvia verso la finestra. Dopo tutto, ha il privilegio di avere un appartamento con vista sul Miniver, il Ministero della Verità, dove ha sede il suo ufficio. Sì, Winston è un funzionario del Ministero della Verità. È un esecutivo di una sezione che potremmo definire, con qualche approssimazione, col titolo di un libro di Marcello Foa: “Gli stregoni della notizia”. Il suo compito è aggiornare continuamente la percezione della realtà, riscrivendo ogni possibile registrazione di fatti ed eventi (articoli di giornale, pagine di libro, ecc. ecc.) in modo da riplasmare la realtà umana, dalla storia all’attualità, conforme alle mutevoli esigenze del Partito. 
 


Restituiamo la parola a Orwell:

Il Ministero della Verità – Miniver, in Neolingua – era impressionante nella sua singolarità rispetto al panorama circostante. Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco brillante, che, di terrazza in terrazza, si levava alto nell’aria per ben trecento metri. Dal punto in cui Winston si trovava, era appena possibile leggere, in risalto sulla facciata bianca e in caratteri eleganti, i tre slogan del Partito:

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITU’
L’IGNORANZA È FORZA

 Il Ministero della Verità racchiudeva tremila stanze al di sopra del suolo, si diceva, e corrispondenti diramazioni al di sotto. Sparsi qua e là nei quartieri di Londra vi erano soltanto altri tre edifici di aspetto e taglia simile. Era così netta la loro preminenza su tutta l’architettura circostante che dal tetto di Victory Mansions si potevano vedere tutt’e quattro contemporaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri nei quali si articolava l’intero apparato di governo: il Ministero della Verità, che si occupava di informazione, intrattenimento, istruzione e belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’amore, inteso al mantenimento dell’ordine e della legalità; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile degli affari economici. I loro nomi in Neolingua: Miniver, Minipax, Miniam e Miniabb. 

Un uomo esamina un foglio di giornale
Il protagonista
al suo posto di lavoro
Quattro Ministeri. Indovinate qual era quello più temuto. Sì, proprio così: quello dell’amore. (Si vede che avete già capito la logica della Neolingua!). Spaventevole già nell’aspetto esteriore: nessuna finestra, accesso consentito solo per causa di servizio, e solo dopo aver superato posti di guardia vigilati da figuri dalla faccia truce e in uniforme nera, intricatissimi sbarramenti di filo spinato, dissimulate postazioni di mitragliatrici, porte d’acciaio… Anche i più incalliti e impavidi tremavano alla prospettiva di essere portati in quel luogo; imploravano pietà al minimo accenno alla famigerata “Stanza 101”!

Il Grande Fratello e la sua antitesi


Ma chi era, in fin dei conti, questo misterioso personaggio che abbiamo visto raffigurato minaccioso (o protettivo?) nell’atrio di Victory Mansions, e da cui abbiamo preso le mosse?
Il ‘Grande Fratello’ è onnipresente negli enormi manifesti attaccati ad ogni cantonata e in ogni interno non strettamente privato, ed è sempre presente nei comunicati trasmessi dai teleschermi. Ma in realtà nessuno l’ha visto mai. Che sia solo un simbolo? Il Grande Fratello “è the guise (la maschera, ma, forse meglio, l’icona, il volto) con cui il Partito sceglie di manifestarsi al mondo”, si legge in un libro “clandestino” attribuito all’inafferrabile traditore Emmanuel Goldstein. Anche questo signore, del resto, nessuno l’ha mai visto, eccetto che nei filmati proiettati per suscitare nelle folle odio viscerale e incontenibile furore. Appare con un volto emaciato, vagamente semita, un viso che ricorda il muso d'una pecora. E con voce di pecora è permanentemente intento a vomitare ingiurie e offese contro il Grande Fratello e il Partito; a blaterare di tirannia del Partito, di pace, di libertà di parola, di libertà di stampa, di libertà di pensiero... È l’antitesi del Grande Fratello. Questo è un po’ il surrogato del Dio della tradizione (ovviamente sbandito in maniera completa e definitiva da tutto il territorio del Superstato); oggetto d’amore universale e principio d’ogni bene. Quello, Goldstein, è il Lucifero della situazione, principio d’ogni male, bersaglio numero uno delle ricorrenti feste dell’Odio.


Le feste dell’odio


Julia (S. Hamilton) amante del protagonista
Julia (S. Hamilton), amante del protagonista,
in un momento di precaria (e illusoria!) intimità
L’odio è un sentimento importantissimo nel superstato d’Oceania. Esso è perennemente suscitato, eccitato, fomentato, alimentato, in ogni modo e con ogni mezzo. Nei momenti in cui non sono occupati a decantare gli spettacolari progressi di Oceania in ogni campo, o a ringraziare il Grande Fratello per il suo amore per il popolo e per il suo paterno, provvidenziale governo fonte d'ogni bene, i teleschermi non fanno che trasmettere voci e immagini atte a suscitare e accrescere l'odio. Ma ci sono anche momenti specificamente dedicati alla celebrazione di questo sentimento. 
Il primo è noto  come "Due minuti d'odio". Ogni giorno, ad orario stabilito, l'attività si interrompe; le persone... (be’, diciamo meglio: i lavoratori) si riuniscono nel grande salone del luogo di lavoro, davanti a teleschermi giganteschi, dove vengono proiettate voci e immagini appropriate, dall'effetto immancabile. Due sono i bersagli principali, sempre presenti. Uno è il nemico interno: il traditore, il mitico Goldstein. L'altro è il nemico esterno (con cui, del resto, il traditore è ovviamente in combutta!): Eurasia o Estasia (sono i nomi degli altri due Superstati, alternamente in conflitto o in alleanza con Oceania). Per due interminabili minuti la folla è portata al delirio. E quando, a conclusione, appaiono sullo schermo il paterno, invincibile Grande Fratello e i consolanti simboli del Partito, si sente esausta ma rinfrancata.  

primo piano di donna nell'atto di gridare il suo odio
“Maiale! Maiale!” grida Julia
contro lo schermo da cui parla Goldstein.
È l’effetto dei “Due minuti d'odio”!
Ma è la Settimana dell’Odio la celebrazione più solenne e impressionante. Per lunghezza e intensità, per varietà di riti e manifestazioni.  Quella in preparazione all'inizio del romanzo è specificamente rivolta contro Eurasia, attualmente in guerra con Oceania. Manifesti, addobbi, striscioni, dimostrazioni, cortei, discorsi dal teleschermo, arringhe di autorità locali, riti comunitari… tutto è dedicato ad eccitare e gonfiare l’odio contro Eurasia. Chi leggerà il libro si troverà coinvolto nel pieno svolgimento di questa orgiastica, interminabile festa dell’odio. Il sesto giorno, durante un infuocato comizio di un oratore dai gesti e toni di voce che farebbero impallidire il truce dittatore tedesco, la folla giunge a tal punto di rabbiosa isteria colletiva che se avesse tra le mani i duemila “criminali di guerra” eurasiani, destinati ad allietare la conclusione delle manifestazioni con l’impiccagione, li sbranerebbe con le proprie unghie. 

primo piano di uomo che grida
Un’altra immagine di “Due minuti d'odio”
 
Ed è proprio a quel punto culminante che un messaggero giunge trafelato a consegnare all’oratore un pezzetto di carta. Questi gli dà appena un’occhiata e prosegue impassibile la frase iniziata. Il nostro Winston è probabilmente uno dei pochissimi ad accorgersi di un lieve cambiamento: Guerra eterna al nostro nemico Estasia, in compagnia del nostro fedele alleato Eurasia! Nella folla, educata da qualche decennio di rivoluzione permanente, nessuno si meraviglia, nessuno si pone domande. Per lo meno, nessuno lo fa apertamente. Ma – direte – e i manifesti, gli striscioni, i filmati… Ma è naturale: si è trattato di una mostruosa provocazione, un sabotaggio degli agenti controrivoluzionari di quel criminale di Goldstein! Nel giro di pochissimo tempo ogni cosa viene sostituita e adeguata. Gli slogan restano gli stessi; l’abominio e il furore del popolo diventa, se possibile, ancora più feroce. E per il povero Winston si apre una settimana di estenuante lavoro 24 ore su 24 (con solo qualche ora di riposo) per far sì che tutti sappiano che in verità da sempre noi combattiamo contro Estasia, a fianco di Eurasia. E in effetti, al termine di quella settimana, nessuno, in tutto l'immenso territorio di Oceania, sarebbe in grado di trovare uno straccio di prova scritta o comunque registrata del cambiamento di fronte.

primo piano di uomini che gridano
L'isteria collettiva travolge tutti

Neolingua (Newspeak)

L’attività di questo regime che maggiormente m’intriga è quella di pertinenza del Miniver, del Ministero della verità (!), e più in particolare quella relativa alla lingua.
Penso di farne un articolo a parte, da pubblicare prossimamente. Tuttavia siete già venuti a contatto con qualche scampolo di Neolingua nei due brani sopra riportati. Avrete già notato la mania (che ha già trovato volenterosi adepti nel nostro mondo attuale) di ridurre le espressioni a incroci abbreviativi, come nella denominazione dei Ministeri: Miniver, Minipax, Miniabb, Miniam (rispettivamente: Minitrue, Minipax, Miniplenty, Miniluv). Esempi nei quali possiamo anche riscontrare un’altra caratteristica della Neolingua: il gusto per la risemantizzazione di espressioni correnti, con una particolare simpatia per la deformazione ironica, se non addirittura sarcastica: pensate a quell’ineffabile definizione del più terrificante tra i Ministeri: il Miniluv! (notare la voluta variante grafica, invece di ‘Minilov’!). Ma qui, a parte il gusto per il sarcasmo, interviene un altro caposaldo dell’INGSOC (altra sigla!), cioè del Pensiero ufficiale (vale a dire unico!) del Superstato: il Doublethink!




Riconoscimenti:
  le immagini relative a personaggi del romanzo sono tratte dal film Orwell 1984 di Michael Radford.