sabato, agosto 24, 2019

La Candidata, operetta di Forzano e Leoncavallo



scena di cancan
Le nostre gonne / come bandiere / sventoleremo
(Inno femminista)



Cento anni fa moriva a Montecatini Terme il musicista Ruggero Leoncavallo.  È l’autore con cui, a suo tempo, ho avviato l’avventura di questo blog. (Forse qualcuno dei miei primissimi lettori ricorderà i tre articoli  dedicati appunto al Mameli di Leoncavallo e allo strano caso di Montale che di quest’opera (mai ascoltata!) scrisse la sua prima, fortunata
‘recensione’ musicale. Chi poi non li avesse letti, e gli venisse in mente di farsene un’idea – potrebbe trovarli in Montale1Montale2Montale3). 
Lasciar trascorrere questa ricorrenza senza dedicargli almeno una parola di ricordo mi sembrerebbe peccato d’ingratitudine. D’altra parte, però, è anche vero che questo valente ma sfortunato musicista, anche per morire ha scelto il momento meno indicato: il 9 agosto, ragazzi, a meno di una settimana dal ferragosto! Pensate al caldo soffocante di questi giorni: salvo malaugurati impedimenti, vi siete tutti dileguati, fuggiti chi al mare chi ai monti in cerca di un po’ di refrigerio e del meritato riposo. Con quale faccia potrei – rebus sic stantibus – venirvi a chiedere di dedicare anche solo qualche dozzina di minuti a opere impegnative, e magari d’argomento tragico? Meglio ripiegare sulla leggerezza dell’operetta.

Sorella minore dell’opera lirica

L’operetta – lo sapete ma ve lo ricordo – è un genere di teatro musicale di carattere leggero, basato su argomenti comico-sentimentali.  È caratterizzata da un linguaggio semplice e brillante, che alterna dialoghi recitati a danze e brani cantati in coro o da soli: arie, assoli, duetti, terzetti ecc. Insomma, una sorella minore della più paludata opera lirica, e persino della ridanciana opera buffa. Un genere un po’ snobbato dai musicofili di palato più esigente, ma non inadatto a noi e al clima torrido di questi giorni.
Ruggero Leoncavallo, comunque, non lo disdegnò. Vi ricorse, anzi, abbastanza spesso: un po’ per ragioni economiche (incombe anche sugli artisti la necessità di sbarcare il lunario!), un po’ per nostalgia dei suoi inizi parigini, quando viveva mantenendosi quasi esclusivamente componendo canzoni e suonando nei caffè-concerto.

Operetta, dunque. No, non aspettatevi l’ennesima riproposizione della Reginetta delle rose, la sua operetta più fortunata, apprezzata anche da Montale (Montale3). Vi presenterò La Candidata, meno nota e forse più stimolante. 

Lo so: proporre oggi un testo che mette in burletta gli inizi del  femminismo può apparire autentica provocazione. Che vi devo dire: se volete prenderla così, le mie spalle sono pronte per la lapidazione. Ma – sia chiaro – solo a lettura terminata. E… solo chi è immune da peccato potrà scagliare la prima pietra!

La Candidata: circostanze della composizione
ballerina di cancan cade dal cielo tra le braccia dell'uomo
La galanteria è una virtù, ma…

La Candidata fu composta tra la fine del 1914 e i primi del 1915, in un periodo di gravi difficoltà economiche, tanto che il musicista dovette vendere la villa che si era costruito in Svizzera, e darsi da fare per trovare il denaro necessario alla sopravvivenza propria e della signora Berthe, sua adorata consorte. Il ricorso all’operetta, meno impegnativa e di più immediato successo, gli sembrò la scelta più appropriata. A maggior ragione dopo l’esito trionfale della Reginetta, e la disponibilità di Giovacchino Forzano a fornirgli anche il nuovo libretto. 

La Candidata: riassunto

La trama proietta gli spettatori della belle époque in un futuro lontano quanto misterioso, il mitico 1990, fortunata epoca – si supponeva – di democrazia pienamente attuata.

L’atto primo, quadro primo, ci trasporta nell’immaginaria città di Noincy. Un’orchestra di sole donne, ovviamente diretta da una donna, sta facendo le prove dell’«Inno femminista», da cantare in onore della candidata delle donne, attesa in città tra qualche ora. Le istruzioni alle esecutrici da parte della direttrice (militante – altrettanto ovviamente – delle tendenze musicali più rivoluzionarie) ci dànno già un assaggio, una degustatio direbbero i Latini, di quanto seguirà. Oggi – spiega madame ‘la chef’ – la musica va intesa in senso simbolico: ciò che conta veramente è «quello che non si sente»! Anche se poi gli esempi non sembrano particolarmente calzanti. Come quando raccomanda che alla parola mariti l’entrata dei corni sia immediata, risoluta, stentorea!

la moglie lo reclama
… qualcuna, dimenticata nell’ombra,
vede; e non apprezza…


La situazione, e l’umore di fondo della commedia, poi, sono chiaramente impostati nel Duettino seguente. Sono in scena Eleonora, una delle principali attiviste, e il suo segretario Pevedan.

Le forme tue sì forti e vigorose,
la voce maschia che incantar mi sa,
le dolci labbra un po’ lanugginose [sic],
ti rendono un trionfo di beltà!

canta, struggendosi, Pevedan, con una vocina non sai se di fisicamente castrato o mentalmente evirato.

Speculare la brusca risposta resa dalla voce maschia e risoluta di Eleonora:

L’aspetto tuo timido e pauroso,
la voce chiara che sorrider sa,
e quell’odor sì forte e sì noioso,
interessante, o Pevedan, ti fa.

Sordo ai pressanti inviti a smettere di ricoprirsi di quel profumo nauseabondo, il segretario trova finalmente l’ardire di svelare il vertice delle sue aspirazioni erotiche:

Oh! Amor, non mi lasciar, mi stringi ancora.
Oh! Sentirsi da te sempre cullar,
fammi la ninna nanna e mi ristora
stringimi forte come tu sai far.

Finisce che la povera Eleonora, per mascherare il pestifero profumo dell’innamorato, tira fuori la pipa e… le smancerie del povero Pevedan trapassano in una raffica di eccì eccì…  


moglie e marito
… riecco la moglie! e la felicità
svanisce come sogno!

Il quadro si allarga: poco cambia, nella qualità del rapporto uomo/donna, quando al duetto si sostituirà addirittura un ottetto, con la contrapposizione di quattro mogli tiranniche ad altrettanti mariti vinti e rassegnati.

Ma ecco Aurora, la candidata, colei che sul tetro mondo maschilista sta per far sorgere il “solleone dell’avvenir”. In lei si appuntano le aspirazioni fiduciose di mille e mille donne; è lei l’eletta creatura da cui si attendono nientemeno che “ il riscatto della gonna”. Esultanti evviva si levano al suo apparire, mille “Cretino! Cretino!” insorgono al solo accenno all’ignoto avversario.

Il sole della gloria
per noi risplenderà
alfine la vittoria
il femminismo avrà!


E sulla base di questa certezza, sul bellicoso ritmo del decasillabo (ricordate il manzoniano «S’ode a destra uno squillo di guerra / a sinistra risponde uno squillo!»?) echeggia, terribile, il grido di guerra: «Guerra guerra, sterminio sterminio, / contro chi ci contende il terren!».  È il segnale, e il coro immediatamente attacca il canto di battaglia, l’«Inno femminista» (in Appendice testo integrale), che minaccia, tra l’altro, di far delle gonne altrettante bandiere (l'idea credo sia stata suggerita dalle tipiche figure del cancan, la danza tanto in voga nella Parigi di Leoncavallo). E, di fronte alle gonne alzate a vessillo, che cosa resterà agli uomini se non inchinarsi ammiranti?

quadriglia in corsa
Guerra guerra, sterminio sterminio!
(Inno femminista)

Il Quadro secondo ci trasferisce in camera da letto del Principe Franz, che – apprenderemo più tardi – è il diretto rivale della candidata femminista. Dorme in dolce compagnia, ma a un tratto rompe in un urlo. Che cosa sognavi? chiede Evelina preoccupata. In realtà il sogno era “dolcissimo”. (Sognava d’esser diventato Presidente della Repubblica!). Solo che all’improvviso il bel sogno si era trasformato in incubo premonitore: una donna, uscita dalla folla, lo voleva uccidere, armata di non si sa bene quale arma: forse un revolver, o un fucile, o un cannone, o forse niente più che uno stiletto… Ma più probabilmente era una bottiglia, una bottiglia di sciampagna… Allora ho gridato / allor m’hai svegliato / non più Presidente / ma re dell’amor!

Fattesi due risate, il principe e la sua compagna richiudono gli occhi. Appena qualche istante, ché subito un baccano infernale li risveglia: uomini e donne, guidati dal Prefetto, vengono ad annunciargli d’essere stato insignito della grande onorificenza del “Gran Cordone”, sicuro presagio di trionfo elettorale. Al colmo della festa, ecco un nuovo personaggio: il Pellerossa, messaggero di M.me Sofronia, tenutaria di una casa parigina non proprio di specchiata onestà. 
Porta un fascio di lettere, indirizzate – oltre che al Principe – al Prefetto, al Guardasigilli, al Ministro degli Esteri e, naturalmente, al Presidente del Consiglio dei Ministri, oltre a un buon numero di titolati papaveri. Insomma, una “circolare” in piena regola, osserva Franz. I suddetti signori “clienti” sono tutti invitati, per sabato notte, a un numero assolutamente originale. E, in chiusura, Madame ammonisce che non sono tollerate assenze!


L’Atto secondo si apre nel salone parigino di Madame Sofronia. La “festa a sorpresa” in realtà è stata organizzata dalle femministe, con l’intento di raccogliere fondi per finanziare la campagna elettorale… a spese dei polli.  
Vi troviamo un certo numero di ‘cavalieri’ (affiancati da donne compiacenti), bisognosi di qualche tirata di oppio per stordirsi un po’ più di quanto lo siano abitualmente.

Ma ecco, alla chetichella, arrivare alcune nostre conoscenze. Ma sì, sono loro: le quattro mogli-padrone dell’inizio; Eleonora, naturalmente, con l’immancabile appendice del segretario Pevedan. Il quale, peraltro, non fa che restare impalato in fondo alla sala (come un figurante di balletto), simbolo vivente del maschio latino.

uomini in cilindro
Al Salone di Madame Sofronia:
giunge il signor Presidente
(signore ‘di molto riguardo’!)
giunge il Guardasigilli,
giunge il signor Prefetto…
Tocca alla candidata il numero principale della serata: la danza dei sette veli, da dismettere progressivamente davanti agli occhi cupidi degli uomini. Aurora è esitante: vorrebbe tirarsi indietro, i sogni d’un tempo (sogni d’amore!), si ripresentano dolci, indimenticabili, implacabili… Ma la causa è la causa: le compagne la spronano, la minacciano… «Pensa! / Rifletti! / Non ricusar! / Non ricusar! Esser eletta /esser felice /o traditrice! o traditrice!»… No, non sarà traditrice.

Giungono i quattro mariti che, a vedere Sofronia, rabbrividiscono. Ma presto ciascuno si rassicura: no, non è quell’arpia di mia moglie!
Rivelano a Sofronia che non vedono l’ora di cogliere le mogli in flagrante e farle deportare (come nella nota scena della Manon pucciniana!). Finora non le hanno mai tradite – dicono; ma ora muoiono dalla voglia di farlo. Per l’appunto – dice Sofronia; qui ne avrete ampia facoltà!
Naturalmente le odiate consorti sono lì, dietro una tenda. Tra giochi di luce, si mostrano e non si mostrano, tanto che gli uomini si devono convincere di soffrire di allucinazioni e, in conclusione, il Prefetto, arrivato nel frattempo con gli altri invitati, ne ordina le reclusione in manicomio.

Il momento fatale è giunto. Il coro delle donne dà inizio al Valzer dei sette veli. Appare Aurora, avvolta dalla stupefatta ammirazione degli uomini presenti.  Riluttante, ma rassegnata. La causa è la causa… E dunque sia! Comincia il rito: via il primo velo (per la causa!), via il secondo velo, via il terzo… Al cadere d’ogni pezzo, cresce il brusio d’ammirazione maschile. Cade anche il sesto… “Stop! Fermi tutti!” grida il Principe Franz sopraffatto dal fascino. “Ecco qui un assegno in bianco!”. Il settimo velo cadrà in esclusiva: quelle forme appena intraviste solo lui potrà ammirarle senza veli! Le donne sono al colmo della felicità. Ma Aurora è più imbarazzata che mai. Rimasta sola con Franz, deve riconoscere la sua sconfitta: «No, pregiudizi no, non son / le vecchie e sante verità! »

Franz dapprima pensa sia una tecnica di raffinata seduzione per acuire il desiderio, ma poi deve rendersi conto che la donna è sincera, che il suo imbarazzo è autentico. Sospetta un imbroglio, e vuol vederci chiaro. Ottenuta la promessa del segreto, Aurora confessa: «Io sono in questa orrenda situazione critica…» / «Perché? Per qual ragione?» / «Per ragione politica!».
Segue rivelazione del nome – con divertito, reciproco riconoscimento – e la saggia conclusione:

Il femminismo può portar
a tali strane situazion;
se la politica può disunir
due candidati, può unir
l’amor!


L’atto terzo si apre, in una sala dell’Hotel di Noincy, con l’autopresentazione del Coro:

La lotta elettorale
costituisce il nostro carnevale!
È la stagione lieta
nella quale fiorisce la moneta!
Noi siamo i veri alfier degli ideali,
noi siamo i galoppini elettorali!

E, via via ulteriormente specificando, giungono alla naturale conclusione:

Le idee non discutiamo!
Per chi ci dà di più noi lavoriamo!

Giungono il Prefetto e il Presidente del Consiglio. Giungono i mariti, che si prostrano davanti al Presidente per pregarlo d’una grazia: essere rispediti in manicomio, da cui erano stati liberati, pur di sfuggire alle grinfie delle mogli. Il Presidente reagisce seccato, vorrebbe cacciarli via, ma non c’è verso. Ma basta l’annuncio dell’arrivo delle signore mogli... e i mariti spariscono in un batter di ciglia.

Riappaiono Aurora e Franz. Confermano il reciproco amore con un abbraccio e salutano gli elettori:

Ti salutiamo, caro elettor!
Fuggiamo insiem! Sconfitti siam!
Vinsero solo i nostri cuor.
Viva l’amor, viva l’amor!

Con grave costernazione e disapprovazione del Coro:

Della politica reietti son.
Morte all’amor! Morte all’amor!

Al pubblico – e a voi – la scelta tra le due contrapposte posizioni di Viva e Morte!




La musica e il successo teatrale

Il libretto di Forzano, per la massima parte in versi, considerato nel suo genere è un ottimo libretto: ben costruito (anche se qua e là si eliminerebbe volentieri qualche lungaggine), con una versificazione in genere ritmicamente corretta e scorrevole. E i critici dell’epoca gli riconoscono non pochi meriti per la riuscita complessiva dell’operetta. 

E la musica?
Confesso. Di questa operetta io non ho sentito nemmeno una nota. Ho bensì potuto dare una fuggevole occhiata, nel religioso silenzio della Nazionale di Firenze, a qualche pagina dello spartito per canto e pianoforte. Insufficiente, in ogni caso, ad autorizzare una valutazione complessiva in chiave personale. Né, d’altra parte, ho le doti (e l’ardire!) che consentirono a Montale di scrivere (sul mai ascoltato Mameli) una recensione che, a suo dire, ebbe l’entusiastica approvazione dell’autore. Non mi resta che affidarmi agli spettatori e ai critici che assistettero alla prima (presentata contemporaneamente a Roma e a Torino la sera del 6 febbraio 1915).

Gli spettatori – che sono, non dimentichiamolo, i destinatari privilegiati di ogni lavoro teatrale – non ebbero dubbi: le accoglienze furono, in entrambi i teatri, “calorosissime”. A Roma, dove erano presenti i due autori, addirittura trionfali.

I critici, come spesso accade, sono meno concordi.
Molto lusinghiera la recensione di Mario Corsi sulla «Tribuna», che nel lavoro del duo Forzano/Leoncavallo vede l’avvio di un’operetta italiana, finalmente affrancata dal predominio del lamentoso modello viennese, una “musica piacevole, facile e fresca”. Apprezza i numerosi spunti parodistici del compositore, non solo nell’«Inno femminista», dove l’allusione all’«Inno dei lavoratori» era pressoché inevitabile per il musicista non meno che per il librettista. Corsi rileva anche spassosi accenni parodistici  alla marcia trionfale dell’Aida (nel finale dell’atto I) e alla musica russa (Canzone del principe russo, poco dopo l’inizio dell’atto II).
«Limpida e ispirata la vena del maestro sgorga nel “valzer dei sette veli”» (tema assai languido e voluttuoso, seguito da una seconda parte brillante).

Più sfumata – o, meglio,  contrastata – la recensione dell’anonimo critico della «Stampa» di Torino.
Parte con una sconsolata dichiarazione di resa: «il pubblico rise, mostrò di divertirsi, applaudì. La critica è disarmata. In un’operetta, pubblico che ride, vittoria completa». Eppure… Eppure il critico non vuole darsi per vinto. Sì, è vero… insomma il pubblico si è divertito… Ha mostrato di apprezzare la musica di Leoncavallo «per la spontaneità, per ciò che è in essa di facilmente afferrabile, per la sincerità con cui essa è scritta, per qualche spunto melodico veramente bello, per l’arte indiscutibile del compositore nel saper bene comporre e quadrare la scena» E il critico, invece? Sì, per dire la verità anche il critico ha riso, si è divertito, ma solo qua e là, solo un poco; certo, la musica è anche «briosetta e talora persino soffusa di un certo piacevole umorismo»… Ah! Ma allora, cos’è che non va? Be’, c’è che si tratta di “forme note”…. Insomma: “ Che ci ha detto il Leoncavallo che non sapessimo?”

Il fatto è che il pubblico (e soprattutto il pubblico dell’operetta) va a teatro non necessariamente per imparare cose nuove! Ci va anche per divertirsi; e se tale divertimento non scade nella volgarità, se non va a scapito del buon gusto estetico, che cosa c’è di male? L’eleganza mozartiana, la profondità beethoveniana si situano a ben altro livello, ci mancherebbe. Ma la vita ha bisogno anche di momenti più rilassati. «La musica corre. Corre l’azione»… Appunto! E questo, in certi casi, può bastare.


Antifemminismo?
ballerina irresistibile attrazione
Le nostre gonne 
come bandiere /solleveremo!
E a quella vista
ognun si deve curvar!
(Inno femminista)

Eh be’, sì, certo – direte; ma però…  È che qui ci si burla di nobili ideali…
Eh via! La satira di Forzano (Leoncavallo si limita ad assecondarla), questa satira all’acqua di rose, può offendere, forse, le frange del femminismo estremo americano, misandre più che femministe, non certo le donne che orgogliosamente si battono per la parità dei diritti. Semmai il libretto di Forzano lascia perplessi sotto un altro punto di vista, quello più squisitamente politico della democrazia e dei diritti dei lavoratori. Certo, ad uccidere l’inno al  sol dell’avvenire  non è stata la parodia di Forzano e Leoncavallo, come mostrava di credere Mario Corsi. Quell’inno è stato cantato con fede e passione fino a qualche decennio fa. Ad ucciderlo, almeno per ora, è stata la svolta politica seguìta al crollo del muro di Berlino, proprio in prossimità di quel fatidico 1990 in cui Forzano ambienta la sua rivoluzione femminista. Più insidiosa, invece, la messa in burletta degli ideali democratici, evidente nell’«inno dei galoppini»; il quale, agli occhi di perfezionisti e antidemocratici di varia origine e natura, trova facile conferma negli immancabili esempi di corruzione!  
Del resto, per tornare alle presunte offese al femminismo, da che mondo e mondo la “guerra” tra i sessi è soggetto di burla, proprio perché insensata, stante l’insopprimibile  complementarità di uomo e donna. Basterebbe ricordare il vecchio Aristofane (vecchio di duemilaquattrocento anni!). Chi ha qualche conoscenza di letteratura greca avrà sentito parlare di commedie come Le ecclesiazuse (cioè le “donne riunite in assemblea”, col nobile intento di sostituire l’insoddisfacente governo degli uomini): grande soddisfazione generale all’inizio, ma poi alle prese con i problemi sorti dalla concreta applicazione del comunismo integrale, ispirato a un principio di esatta equità; problemi particolarmente spinosi e inestricabili nella difficilissima gestione della condivisione dei maschi e del diritto di prelazione sancito dalla legge a favore di brutte e vecchie! O l’indimenticabile Lisistrata, dove la serietà e nobiltà dell’assunto (costringere gli uomini a porre fine all’interminabile Guerra del Peloponneso) non  impediscono gli esilaranti espedienti per aggirare lo sciopero dell’amore (contro i mariti guerrafondai) da parte di congiurate incapaci di resistere alla prolungata privazione di quello che amano non meno dei loro uomini!

E poi, diciamo la verità: in questa commedia ad essere messe in burletta non sono soltanto le donne. Le quali, anzi, ne risultano in certo qual modo giustificate (la legittima difesa è riconosciuta dalla legge!). Ditemi voi come altro potrebbero reagire donne che avessero a compagni di vita uomini come i mariti dell’ottetto, maschi che avessero a modello ideale il desessuato Pevedan!

Ciò che è messo giustamente in ridicolo è la pretesa di esorcizzare attitudini e sentimenti che fanno parte della natura umana e di ogni sana compagine sociale. Per cui – oggi più che mai! – vale la pena ripetere con l’eroina:

No, pregiudizi no, non son
le vecchie e sante verità!
Pregiudizio non è la mia fierezza,
il mio candor, la mia onestà!

Né lo è l’amore, quello vero!

Se voi non siete d’accordo, allora fate bene a lapidarmi. Ma… – ricordate – solo chi è senza peccato!


la ballerina ci saluta
Aurora ci saluta:
salvo è il settimo velo!
e salvo il sesto… e il quinto…e il quarto…



Appendice

Inno femminista

Guerra guerra, sterminio sterminio,
Contro chi ci contende il terren!

Orsù compagne,
orsù care sorelle,
marciam, marciam, marciamo
in fitta schiera.

Venite! Sotto
la nostra bandiera
risplende il solleone
dell’avvenir.

Il gran riscatto,
riscatto della gonna
sarà l’opra di donna
di donna, di donna!

O noi vivrem
vivrem da padrone
oppur faremo l’uomo
con arte crepar!
Sì, sì, crepar!

Le nostre gonne,
come bandiere,
sventoleremo
ai rai del sole!

Come bandiere
solleveremo!
E a quella vista
ognun si deve curvar!

Su fate largo
passan le donne,
non più strumento
di vili ebbrezze!

Non più profumi
non più carezze
ma con la tessera
e la scheda
in man!

E senza ambagi
pensiamo ai suffragi
L’ostracismo! L’ostracismo
agli avversari
del femminismo!

Curvi contriti
tutti i mariti
a terra giù!

Guerra guerra, vittoria vittoria!
Guerra guerra, furore furor!



Riconoscimenti
Le immagini sono tratte da fotogrammi di French Cancan di Jean Renoir (1954), opportunamente scelti e ritagliati per adattarli a commento umoristico dell'argomento.

mercoledì, luglio 03, 2019

Humanitas 3 - L’opposizione democratica e catoniana




ruderi di acquedotto romano
Inferiori ai Greci sul piano estetico
i Romani li superarono sul piano pratico-ingegneristico
come nella costruzione di imponenti acquedotti

La penetrazione della cultura e della mentalità greca a Roma (Humanitas 2) incontrò – si è già accennato – una tenace opposizione, sia sul piano delle idee che su quello giuridico.

Di seguito esamineremo le ragioni sociali, ideali e politiche che, largamente diffuse, avevano trovato un interprete particolarmente severo in Catone. Prima, però, accenneremo a qualche episodio di ricorso a strumenti giuridici come estrema risorsa per arginare quella propagazione che, benché lenta e limitata agli ambienti controllati da poche famiglie aristocratiche, appariva, agli occhi dei tradizionalisti, singolarmente insidiosa e foriera di pericoli futuri.
Anche in quei tempi, infatti, come spesso accade, dove non bastavano le proteste verbali, i mugugni, i moniti allarmistici, i tradizionalisti ricorrevano all’autorità dello Stato. A più riprese furono banditi da Roma filosofi e retori greci: nel 173, nel 161, e, infine, nel 155 a.C.


1. L’opposizione sul piano giuridico

In quell’anno erano giunti a Roma – ambasciatori di Atene per trattare il condono di una multa – tre filosofi, tra cui l’accademico Carneade (sì, quello che confonde le idee al povero don Abbondio: “Carneade! Chi era costui?”). Durante la loro permanenza a Roma i tre non seppero rinunciare a tenere pubbliche conferenze su problematiche filosofiche.
I giovani romani, stupiti ed eccitati da discorsi per loro assolutamente nuovi, accorrevano in massa ad ascoltatore quei personaggi esotici dotati di parlantina brillante e logica tagliente. Ma, tra gli ascoltatori più attenti, non c’erano solo giovani entusiasti. C’era anche chi – come Catone, sospettoso di ogni novità – era lì per verificare che non si facessero discorsi “politicamente scorretti”. 
Se ne facevano, infatti. Carneade un giorno sostenne che la giustizia è una virtù insita nella natura umana, e dunque universalmente valida. Discorso corretto: nessuna obiezione da parte di Catone. Sennonché, il giorno successivo, lo stesso filosofo sostenne, in modo non meno convincente, la relatività della nozione di giustizia. Del resto – aggiungeva quel diabolico greco – se la giustizia fosse un concetto obiettivo e universalmente valido, voi Romani dovreste restituire tutto quello che avete tolto a una miriade di popoli, e tornare a vivere nelle miserabili capanne dei tempi di Romolo!
Superfluo dire che, il giorno dopo, i tre filosofi ricevettero l’ingiunzione di sgombero immediato.



2. Catone il Censore, leader dell’opposizione

tratto della Via Appia

… o nella costruzione di strade.
Qui un solitario tratto della Via Appia
che da Roma giungeva a Brindisi


Catone il Censore… Sempre pronto a ricorrere alle leggi per la difesa della tradizione, egli era riconosciuto leader, campione d’intransigenza, anche nel campo dell’opposizione sul piano delle idee. Ricordate l’atteggiamento di L. Emilio Paolo, il vincitore di Pidna, sul problema dell’educazione? (Humanitas 2) Catone nutriva, circa quelle idee, cordiale disprezzo. Anche lui vuole garantire al proprio figlio Marco un’educazione di prim’ordine. Ma nessun greco dovrà vantarsi d’essere stato l’educatore del figlio di un cittadino romano come Catone! S’improvvisa maestro e provvede personalmente. Anzi, per proteggere il suo ragazzo dal pericoloso influsso dei testi di lettura correnti, non sempre “politicamente corretti”, scrive lui stesso un trattatello di storia romana per ragazzi, in caratteri grandi, su cui il giovane Marco dovrà apprendere contemporaneamente la lettura e la storia. E poiché riconosce che ormai la conoscenza del greco era divenuta indispensabile ad ogni persona colta, lo studia lui stesso per poterlo a sua volta insegnare personalmente a quel povero ragazzo.
Il rifiuto del ricorso a maestri greci, del resto, per lui non è solo questione di dignità. La sua antipatia per i Greci e la loro cultura (che egli, peraltro, conosceva discretamente) giunge a manifestazioni di paranoia.  È seriamente convinto che i Greci abbiano la segreta intenzione di distruggere i Romani!

un tratto della via flaminia in vista del soratte
Un tratto della Via Flaminia
in vista del Soratte (a destra il tracciato moderno).
La Flaminia congiungeva Roma all’Adriatico

3. Le ragioni vere dell’opposizione alla penetrazione della cultura ellenica


a) ragioni sociali

Bisogna dire, anzitutto, che il conflitto culturale s’innesta sul contrasto politico e con esso si intreccia. Le famiglie aperte all’ellenizzazione – gli Emili, gli Scipioni ecc. – erano grandi famiglie aristocratiche, con tendenze sempre più chiaramente oligarchiche. Erano loro i più convinti fautori dell’espansionismo imperialistico; sostenuto, peraltro, entusiasticamente dal ceto mercantile e dai publicani, incaricati, questi ultimi, della riscossione dei tributi. Intorno a Catone, principale esponente del cosiddetto partito democratico, si riunivano invece i piccoli e medi proprietari terrieri, gravemente danneggiati dalla concorrenza delle merci importate e del lavoro servile, e in non pochi casi rovinati economicamente dalle lunghe permanenze alle armi in luoghi lontanissimi dai loro poderi, inselvatichiti per l’abbandono.
Erano state proprio le condizioni di questi onesti contadini finiti in miseria a impietosire due aristocratici di animo nobile, i famosi “gioielli” di Cornelia (Humanitas 1), Tiberio Gracco prima, e suo fratello Gaio dopo; cugini, par parte di madre, di Scipione Emiliano (che, oltretutto, aveva sposato la loro sorella, Sempronia, il terzo “gioiello” della sventurata figlia dell’Africano). Tiberio, colpevole del tentativo di varare una riforma agraria, fu ucciso dall’altro suo cugino, Scipione Nasica (133 a.C.). Il tentativo fu rinnovato da Gaio – nonostante le lacrime e gli accorati appelli della madre – circa un decennio dopo. E finì anche lui massacrato, benché avesse preparato le cose in maniera molto più accorta del fratello maggiore, inserendo la proposta in un contesto di riforme piuttosto vasto e  prevedendo anche la possibilità di reazioni violente.

b) ragioni ideali

C’era, anzitutto, una sorta di patriottismo nazionalistico, l’antipatia per usi e costumi di popolazioni straniere, tanto più che esse erano ritenute inferiori dall’orgoglioso contadino romano ‘conquistatore’. C’era, ancora, l’attaccamento alla tradizione e il sospetto verso le novità, tipico della ristretta mentalità contadina e dei Romani in particolare (si pensi ad espressioni come la frequentissima rebus novis studere (letteralmente: “aspirare a cose nuove”), usata sempre con connotazione fortemente negativa, nel senso di “aspirare a rivolgimenti politici”!). Le persone come Catone non concepivano i cambiamenti in meglio, il progresso. Per loro ogni cambiamento era automaticamente un peggioramento, una ‘corruzione’. Le novità provenienti dalla Grecia e dall’Oriente appaiono loro come novità corruttrici del mos maiorum, dei costumi del buon tempo antico, di quei modi di vita che, a loro avviso, avevano consentito l’irresistibile ascesa di Roma, così come i costumi ‘depravati’ che si volevano imitare avevano favorito la rovina dei popoli orientali.

Bisogna riconoscere, del resto, che l’atteggiamento dei tradizionalisti non era dettato da pura miopia. Premesso che i ‘Greci’ di cui si parla sono quelli del II sec. a.C., molto spesso provenienti non dalla Grecia propriamente detta ma dall’Oriente ellenizzato, e non di rado effettivamente corrotto, è facile immaginare che non tutti i Greci che circolavano a Roma avessero la statura morale di un Polibio o di un Panezio (per non parlare dei grandi classici di epoche anteriori!). Né, d’altra parte, si può pensare che tutti i Romani ‘grecizzanti’ avessero la statura morale di uno Scipione Emiliano o di un Lelio. “Molti che tornavano dai paesi forestieri – osserva giustamente Rostagni  – portavano a casa, della cultura greca, non certo la parte migliore. Gli eccessi si traducevano, più che altro, in forme di vita lussuosa, oziosa, corrotta”. Plauto, infatti, conia il verbo pergraecari (letteralm. “vivere alla greca”) per designare un modo di vita dissoluto, privo di inibizioni morali. E possiamo, probabilmente, attribuire a Plauto stesso la costernazione di un suo personaggio del Trinummus, Filtone, amareggiato dalla diffusione di mentalità e modi di vita orientali e, forse ancor più, dal tentativo di armonizzarli col tradizionale mos maiorum, un tentativo riuscito ad alto livello nell’ambito del Circolo degli Scipioni, ma che l’onesto personaggio plautino interpreta come una ipocrita quanto mostruosa mescolanza, destinata a creare confusione nella mente dei giovani, deleteria per il costume del buon tempo antico.
  
arco di augusto, all'altro capo della Via Flaminia
L’arrivo della Flaminia all’Adriatico
era segnato dall’Arco di Augusto (a Rimini).
L’arco trionfale era un’altra specialità dei Romani.
c) ragioni politiche: difesa della democrazia


C’era ancora un altro aspetto, nella mentalità importata dall’Oriente, che non lasciava dormire sonni tranquilli a Catone e ai suoi seguaci. L’attenzione per l’individuo e per le sue qualità, propria della filosofia ellenistica (cfr. in particolare Panezio), la teoria stoica dell’opportunità di un rex iustus (“re giusto”) per il bene degli uomini nell’ambito di un dominio universale, l’esempio dei sovrani ellenistici davano una base teorica alla sensazione dei grandi condottieri, a cominciare da Scipione l’Africano, vincitore di Annibale, di essere titolari di doti, e di meriti nei confronti della patria, del tutto speciali, e di aver diritto, quindi, ad una corrispondente posizione sociale, contro le regole egualitarie della democrazia e contro il costume romano per il quale l’individuo scompariva nella massa dei cittadini. Dava noia, insomma, il protagonismo, diciamo pure il ‘culto della personalità’, estraneo al mos maiorum, ed incoraggiato, invece, dal costume orientale e dalla cultura ellenizzante. Ed in questo la preoccupazione dei tradizionalisti era tutt’altro che infondata. Ennio, p. es., aveva scritto un poemetto intitolato Scipio (Scipione, s'intende l'Africano) in cui il grande condottiero era proclamato degno, lui solo, di essere assunto tra gli dei. E gli esponenti delle grandi famiglie aristocratiche non si peritavano di assumere atteggiamenti poco democratici e non facevano mistero delle loro aspirazioni oligarchiche. Solo che ormai la storia aveva preso quella piega, e Catone aveva un bel contrapporre, alle opere dei Greci e dei loro seguaci come Ennio, piene delle gesta delle grandi personalità, le sue Origines, in cui protagonista della esaltante ascesa di Roma era la massa anonima dei cittadini, ed erano taciuti persino i nomi dei magistrati, designati esclusivamente con la carica loro affidata a servizio del popolo romano. 

Un’opposizione sciocca quanto inutile? Si può, forse, opportunamente rispondere con l’equilibrato giudizio di Rostagni: 
«Vi era qualcosa di ottuso e di retrivo in questa politica catoniana. Tuttavia essa ebbe anche benèfici effetti, perché indubbiamente servì ad eliminare i lati peggiori ed eccessivi della influenza ellenizzante: cioè, richiamando al rispetto verso il mos maiorum, condusse a una forma di equilibrio e di giusta fusione del greco con il romano, che fu soprattutto felice e ricca di successo».


interno del Pantheon (incisione a rame)

Chiudiamo con uno scorcio dell’interno del Pantheon
(incisione a rame, Stanford University)
capolavoro in cui abilità tecnica, rispetto della funzione, ragioni estetiche
risultano splendidamente armonizzati



venerdì, giugno 28, 2019

Humanitas 2 - un nuovo stile di vita


 

generale romano su carro di trionfo trainato da cavalli
Trionfo di Emilio Paolo
in un fastoso dipinto (part.) di Carle Vernet (1758-1836).
La coppa esibita dai portatori fa parte del bottino.
Più significativa sarebbe stata l’esibizione dei molti rotoli di papiro
sottratti alla biblioteca del vinto re macedone

Nel post scorso (humanitas1) abbiamo delineato l’ideale di vita del cittadino romano arcaico, il mos maiorum. In questo ci occuperemo di un nuovo modello d'esistenza, profondamente influenzato dalla cultura greca ma senza rinunciare a un nucleo forte di romanità. Ne seguiremo lo sviluppo dai primi segni, all’elaborazione nell’ambito del Circolo degli Scipioni, alla sua affermazione in tutta la ricchezza di significati, alcuni dei quali oggi attuali più che mai.

Gli inizi

Il passaggio dal mos maiorum all’ideale di humanitas fu lento e contrastato.
Tra i primi innovatori è un esponente della gens Livia, Livio Salinatore (III sec. a.C.), che, tra lo stupore scandalizzato dei tradizionalisti – un cittadino romano riteneva di propria esclusiva pertinenza l’educazione dei figli maschi – affidò l’istruzione dei suoi figli proprio a uno schiavo greco di origine tarantina, quell’Andronìco che, affrancato, ne prese il nome gentilizio, ne imparò la lingua, e dette inizio alla letteratura latina.
Successivamente la palma del filellenismo passò a un’altra importantissima famiglia aristocratica, quella cui apparteneva P. Cornelio Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale. Gli Scipioni, pur senza nulla rinnegare della sostanza del modello di vita romano, promuovono una politica culturale largamente favorevole ad aperture alla cultura greca. Interprete geniale di questa linea politica si rivelò uno scrittore proveniente dall’Italia meridionale e attratto nell’orbita degli Scipioni, Quinto Ennio.
La tendenza filellenica finì per contagiare altri esponenti della cerchia aristocratica romana. L. Emilio Paolo, pur curando in proprio l’educazione dei figli secondo l’ideale del mos maiorum, la arricchisce con contenuti nuovi, affidandoli a una schiera di maestri greci: filosofi, grammatici, retori, scultori, pittori, addestratori di cavalli, maestri di caccia, addestratori di cani... Non solo: vinto a Pidna il re di Macedonia Perseo (168 a.C.), porta a Roma, tra l’altro bottino di guerra, una preda di nuovo genere, la ricchissima biblioteca del re sconfitto, e la mette a disposizione dei propri figli.
Ma la “preda” più preziosa si rivelò Polibio di Megalopoli. Ritenuto tra i responsabili della Lega Achea, ostile ai Romani, era stato portato a Roma (167 a.C.) per esservi processato. Ma il processo non ebbe luogo, e Polibio ben presto si guadagnò la stima e la fiducia del vincitore, tanto da diventarne ospite fisso, ammirato e venerato come maestro dai figli, in particolare dal più giovane, noto in seguito col nome di Publio Cornelio Scipione Emiliano per intervenuta adozione da parte di Scipione, figlio del vincitore vincitore di Annibale. E sarà proprio dal gruppo di giovani aristocratici raccolti intorno all’Emiliano che coagulerà il cosiddetto Circolo degli Scipioni, un sodalizio nel cui ambito saranno definitivamente superati i pregiudizi antiellenici e si darà il via a un particolare tipo di cultura che possiamo a buon diritto definire greco-romana.   .


Il Circolo degli Scipioni


Parlare di ‘circolo’ in questo caso è, probabilmente, un po’ esagerato e anacronistico. Cicerone, che quel sodalizio idealizza circa un secolo dopo, si riferisce ad esso mediante il vocabolo grex (letteralmente ‘gregge’), parola spesso usata metaforicamente per significare ‘schiera’, ‘gruppo’, ‘compagnia’, ‘gruppo di amici’. Il ‘Circolo degli Scipioni’, dunque, altro non è che un sodalizio di amici che condividevano un nucleo di idee e di atteggiamenti mentali e pratici, e che aveva nell’Emiliano la personalità di maggiore prestigio sociale e politico se non propriamente culturale.

L’importanza culturale del Circolo degli Scipioni sta nel fatto che assunse “una posizione di punta nel promuovere l’assimilazione da parte dei Romani di certi aspetti fondamentali della cultura greca e nel porre così le basi di un originale amalgama tra le due civiltà” (B. Gentili). Nell’ambito di esso furono elaborati idee e valori destinati a ulteriori sviluppi e, in parte, a entrare nel patrimonio della nostra cultura. Idee e valori che possiamo schematizzare come segue:
1.      la giustificazione teoretica dell’imperialismo romano e l’individuazione di una ‘missione universale di Roma’;
2.      una nuova concezione dell’uomo, della sua dignità, dei suoi valori, che possiamo sintetizzare nel concetto di humanitas.

La giustificazione teoretica dell’imperialismo romano si deve principalmente a Polibio e al filosofo stoico Panezio. L’uno e l’altro lo fanno con profonda convinzione, in base a ragioni nient’affatto spregevoli, anche se in tempi moderni non manca chi ne ha fatto uso strumentale, provocando un discredito non sempre giustificato. In ogni caso, esso è marginale rispetto al nostro tema e, per amore di brevità, dobbiamo lasciarlo da parte.


tre pannelli marmorei figurati: flautista nuda seduta, personaggio femminile emergente, donna velata intenta a bruciar profumi

Il riconoscimento della grandezza della cultura greca da parte dei Romani

accrebbe il prestigio dei Greci, ma ebbe per loro anche conseguenze sgradevoli, 
prima fra tutte il saccheggio di splendide opere d’arte.

Ne fece le spese, tra gli altri, Locri Epizefirii, che sorgeva nei pressi dell’odierna Locri, in provincia di RC.

Provengono quasi certamente dal tempio di Marasà (Locri) i tre pezzi costituenti il  cosiddetto Trono Ludovisi

oggi al Palazzo Altemps di Roma.

Qui li  ho riaccostati in piano in una specie di “sviluppo geometrico”:

immaginare le due facce laterali richiuse a 90° verso l’interno, la sin. verso destra e viceversa.

Secondo gli esperti la figura centrale dovrebbe rappresentare Afrodite nell’atto di sorgere dal mare, mentre le figure laterali rappresenterebbero l’Amore sacro e l’Amore profano.
Humanitas

Più complessa e feconda la nozione di humanitas, che implica una nuova visione dell’uomo e dei rapporti umani.

a) humanitas = philanthropìa, cioè solidarietà verso gli uomini, comprensione, mitezza, affabilità…

All’inizio, probabilmente, tale vocabolo designa semplicemente un modo di sentire l’uomo e i rapporti umani estraneo alla tradizionale mentalità latina, ‘importato’ dalla Grecia. Più precisamente si tratta di quel particolare atteggiamento dell’uomo verso i propri simili – fatto di solidarietà, di umana comprensione, cortesia, amabilità, mitezza – elaborato nell’ambito della raffinata società ateniese del IV sec. a.C., e che ritroviamo nei personaggi di Menandro, commediografo ateniese che tanta influenza ebbe sul commediografo latino Terenzio. Una testimonianza di come uomini di cultura greca cercassero di diffondere tra i Romani questi sentimenti, per loro nuovi, ci è offerta da Polibio. In un passo autobiografico delle sue Storie egli ricorda che, nei primi tempi della sua forzata permanenza a Roma, l’Emiliano, allora diciottenne, lamentò l’impressione di essere un po’ trascurato da lui e aggiunse: “Evidentemente anche tu pensi di me ciò che pensano gli altri miei concittadini: tutti, a quanto sento dire, mi ritengono troppo pigro e tranquillo (…) Dicono inoltre che la mia famiglia non ha bisogno di siffatti rappresentanti, ma di uomini attivi ed energici, e ciò mi addolora molto”.  E Polibio, tra l’altro, risponde: “Mi compiaccio di sentire da te che ti ritieni più mite di quanto non si convenga ai discendenti della tua famiglia: è segno di magnanimità” (trad. di C. Schick).
Ecco, dunque, una nuova virtù, destinata ad essere acquisita nella successiva mentalità romana: la greca megalopsychìa, la magnanimitas, la ‘grandezza d’animo’ di colui che sa essere mite e generoso con i propri simili. Cito un solo esempio letterario: nella commedia di Terenzio Il punitore di sé stesso troviamo un personaggio che, impietosito dell’atteggiamento autopunitivo del suo vicino, gliene chiede le ragioni. Alla rude risposta di badare ai fatti propri, il buon Cremete risponde: “Homo sum; humani nil a me alienum puto” (“Sono un uomo, e perciò ritengo che nulla di ciò che è umano mi sia estraneo”; cioè: “ciò che è un problema per i miei simili lo è anche per me”!).    
La commedia di Terenzio (da certi malevoli considerato niente più che un prestanome dello stesso Emiliano, suo amico e protettore) testimonia che siffatti sentimenti e atteggiamenti, invisi ai tradizionalisti, erano ben apprezzati nella cerchia scipionica.
   

b) nobiltà e fratellanza degli esseri umani accomunati dal logos

statua marmorea rappresentante Apollo

Quando le spoliazioni non furono più sufficienti
a soddisfare la dilagante passione per le opere greche
si dovette ricorrere alle copie,
come nel caso dell’Apollo del Belvedere (Musei Vaticani),
reso celebre dall’interpretazione di Winckelmann,
splendida copia romana di un originale in bronzo di Leocare
risalente alla metà del IV sec. a.C.
Il sentimento di ‘magnanimità’ nel senso di umana solidarietà verso i propri simili, troverà sistemazione e giustificazione teoretica nel filosofo Panezio.
Seguace e riformatore della scuola stoica, Panezio abbandona il rigorismo morale ascetico e individualistico della prima Stoà. In luogo dell’astratto, e per certi aspetti disumano, modello del “sapiente” orgogliosamente chiuso nella propria virtus, il riformatore addita un nuovo paradigma: quello di un uomo che tende alla virtù in mezzo ad altri uomini, pronto alla comprensione e alla filantropia. L’uomo, sostiene Panezio, è una creatura privilegiata che – grazie al dono della ragione (logos: “parola”, “ragione”) – si stacca nettamente da tutti gli altri esseri viventi e presenta una certa parentela con la divinità. Questo privilegio, o diciamo meglio questa dignità, impone all’uomo di vivere responsabilmente la propria vita, in maniera degna della sua parentela col divino. Vivere degnamente vuol dire seguire la natura, in particolare ciò che è peculiare della natura umana, e cioè il logos, la ragione. Ed è proprio la ragione ad imporci di riconoscere in ogni uomo un nostro simile, partecipe, insieme con noi, del logos divino. Questo riconoscimento impone un atteggiamento di solidarietà (la greca philantropìa, appunto), una sorta di fratellanza umana, e il dovere di impegnarsi nella vita sociale e politica a vantaggio dei nostri simili.
A scanso di equivoci, mi sia consentita su questo argomento un’ultima annotazione, una parentesi. Gli stessi corifei dell’atteggiamento ellenizzante trovarono modo di contemperare il nobile ideale di philanthropiafratellanza, con quelle che a loro apparivano dure quanto inevitabili necessità politiche e militari. E se il campione dei tradizionalisti, Catone, si rivelerà il più acerrimo nemico di Cartagine col suo implacabile ritornello delenda Carthago (“bisogna distruggere Cartagine!”), a dare esecuzione a quella sua ossessione sarà, nel 146 a.C., il principale esponente del partito avversario. Sì, proprio quel ragazzo che i suoi confratelli di consorteria aristocratica giudicavano troppo mite, e perciò degenere rappresentante della sua nobile famiglia.

c) humanitas = paideia, cioè cultura, civiltà…

Il dovere morale di impegno politico, così caro ai sostenitori del mos maiorum, trovava dunque nella filosofia greca non solo cittadinanza, ma addirittura giustificazione teoretica, quale dovere, inerente alla natura umana, di rendersi utile ai propri simili.
Tuttavia – aggiunge Panezio, ed è forse questa la parte più originale del suo pensiero – ogni individuo è dotato, oltre che della ragione, comune a tutti gli uomini (e alla divinità!), anche di una propria personalità, fatta di propensioni, attitudini e così via. Seguire la natura significa, pertanto, seguire anche le istanze della propria specifica personalità, almeno nella misura in cui questa non si oppone ai doveri primari dettati dalla ragione.
La virtus paneziana, in altre parole, tende a uno sviluppo armonico della personalità umana in tutte le sue facoltà. Questo vuol dire che è legittimo, e anzi doveroso, coltivare, accanto alle virtù diciamo così civiche (in sostanza, per un romano, le qualità connesse con la vita politica e militare, oltre che con la cura del patrimonio) anche gli aspetti della personalità più privati. È la legittimazione dell’otium, della vita privata: secondo questa prospettiva, anche il cittadino appartenente alla classe dirigente potrà dedicarsi alla cura dei propri interessi spirituali privati.  Potrà, p. es., coltivare la poesia, gli studi letterari e filosofici, senza doversene vergognare. Al contrario, tale attività è posta tra le più nobili, perché investe direttamente quella parte di noi, lo spirito, che è più tipicamente umana; quella che ci distingue dagli animali e ci rivela compartecipi dell’essenza divina.   È il riconoscimento del valore autonomo della cultura come arricchimento dello spirito, come otium, indipendentemente dal negotium (che è, appunto, il contrario dell’otium, e sintetizza gli impegni politici ed economici).
 Questo riconoscimento era davvero rivoluzionario per la tradizionale mentalità della classe dirigente romana, e non fu accettato senza gravi difficoltà e, almeno in un primo momento, come interesse consentito accanto a quello primario dell’attività politico-militare e non come sostitutivo di questo. Ma intanto il sasso era lanciato, e presto troveremo, proprio tra gli amici dell’Emiliano, un esponente della classe dirigente – Lucilio – che, per la prima volta nella storia di Roma, rinuncia alla prospettiva di una brillante carriera politica e militare per dedicarsi, accanto alla cura del patrimonio, esclusivamente alla letteratura.


statua femminile di marmo

O come nel caso dell’Afrodite Cnidia,
copia romana (da Prassitele), bella ma…
quasi interamente ‘rifatta’
(testa, gambe e braccia si debbono al ‘restauratore’ secentesco
Ippolito Buzzi (Roma, Palazzo Altemps)
Proprio questo significato di humanitas – approssimativamente corrispondente al greco paidéia – sarà posto al centro dell’attenzione da Petrarca e seguaci, elaboratori di quel complesso di idee all’origine della civiltà moderna (sono proprio loro a elaborare la nozione di “medioevo” – “medio” tra gli antichi e i moderni – da cui intendono prendere le distanze!), quel movimento culturale noto, non a caso, col nome di ‘umanesimo’ (attraverso la nozione di humanae litterae, cioè “cultura letteraria e filosofica”), nel senso ideale prima ancora che storico.

Dall’altro lato, dall’assunzione di humanitas nel significato generico di ‘civiltà’, ‘vita civile’, in opposizione a ‘rozzezza’, ‘ignoranza’, ‘vita primitiva’, la parola finirà col significare – già nel I sec. a.C. – semplicemente le comodità, gli agi, resi possibili dalla ‘civiltà’.

Tutta questa evoluzione – si è già detto – si svolse non senza aspri contrasti con i “tradizionalisti”. I quali – va riconosciuto – avevano le loro buone ragioni, tutt’altro che irrilevanti o spregevoli. Ragioni peraltro così complesse che devo rinviarne la presentazione a un prossimo post.