domenica, settembre 16, 2018

La Medusa di Barilli. 1: la trama





Voglio celebrare a modo mio un anniversario un po’ particolare (infatti passato inosservato): quello della prima esecuzione di Medusa di Bruno Barilli (1880-1952), andata in scena a Bergamo ottant’anni fa, precisamente il 12 settembre 1938. Lo farò a tappe, passando dalla presentazione e riassunto all’analisi del libretto e, in fine, alla musica.

Vita teatrale della Medusa di Barilli

Si trattò di una prima molto particolare: Medusa, infatti, “nasceva alle scene” alla considerevole età di quasi trent’anni. Vita peraltro stentata e presto finita. Ma andiamo con ordine.
L’opera, iniziata forse nel 1907, era già completa nel 1910, in pieno trionfo del cosiddetto verismo musicale, da cui – come si vedrà – intendeva prendere le distanze. Rimase però nel cassetto per quasi tre decenni. E non per incuria o insoddisfazione dell’autore. Il povero Barilli credette sempre fermamente nel valore della sua opera, e cercò di farla eseguire. Riuscì anche a far pubblicare alcune pagine della partitura (“Sia lode a te”, dal primo atto; “Rimango”, dal II) già nel 1914; nel 1917, poi, l’intero spartito (canto e pianoforte) fu stampato dal Mignani, un modesto editore fiorentino. Ma nessun teatro, nessun editore importante gli dette ascolto. In fine, nel 1938, quando ormai non ci credeva più nemmeno lui, il miracolo – diciamo così – della rappresentazione teatrale; peraltro in un sito marginale (Bergamo), in quel “Teatro delle novità” che per un’opera composta quasi trent’anni prima doveva suonare francamente ironico. Il successo non mancò, ma nemmeno i dubbi e le riserve.
La vita teatrale dell’opera, del resto, fu breve. Ripresa poco più di un anno dopo al San Carlo di Napoli, sparì definitivamente dalle scene, almeno finora. Con la sola, parziale eccezione di un’edizione radiofonica (26 luglio 1952), forse tardivo riconoscimento all’autore scomparso pochi mesi prima. Dopo di che la povera Medusa sprofonda in un oblìo totale, ignorata persino da due repertori abbastanza recenti: la nuova edizione del Dizionario dell’opera lirica, Mondadori 1991, curata da Michele Porzio, e la coeva edizione italiana (Dizionario enciclopedico dell’opera lirica) dell’oxoniense Concise Oxford Dictionary of Opera.
Eppure, a mio modesto avviso, la Medusa non merita affatto il dimenticatoio. Vediamo, dunque, di conoscerla da vicino, partendo dall’elemento più debole e problematico, il libretto.

L’autore del libretto
è Ottone Schanzer (Vienna 1877 – Roma 1956), austriaco di nascita ma italiano per formazione e sentimenti. Laureatosi in legge all'Università di Roma, acquistò una certa notorietà come poeta e librettista, nonché critico musicale. Grande ammiratore dei “nostri” compositori del XVI-XVIII sec., “più grandi, Dio mi perdoni, degli stessi Numi Germani della Musica” (lettera del 1943 a Giovanni Tebaldini), non disdegnò di tradurre dal tedesco parecchi libretti d’opera e di scriverne in proprio per musicisti italiani, principalmente per Alberto Gasco.  

Riassunto

L’azione a Negroponte, sul finire del XV secolo”, avverte l’autore. Cioè in Eubea, nella II metà del XV sec., in ogni caso prima del 1470, anno in cui “Negroponte” cade in mano ai Turchi.

Atto I

Magnifico “palagio del Podestà Veniero”, (rappresentante della Serenissima), splendidamente affacciato sul mare. Ci abita il Podestà (baritono) con i suoi familiari: i figli Stefan (baritono) e Troilo (tenore) – con le loro mogli Orestella (contralto) e Aglauris (soprano) – e Orso (basso), scapolone impenitente. Una famiglia patriarcale, armoniosa, tranquilla. “È un chiaro mattino d’aprile”, e l’intero gruppetto è lì, sull’ampia terrazza, intento a contemplare la vasta distesa marina, donde giungono misteriose voci che riudremo poi varie volte nei momenti salienti dell’opera. Affascinati da tanta bellezza, i due giovani ne traggono occasione per complimenti galanti alle rispettive consorti.
Ma ecco, lontano, sul mare, un vascello fila velocissimo verso la riva, e, in men che non si dica, approda proprio lì sotto, a due passi. Ne scende una signora, che sale al “palagio” accompagnata da “portatori negri recanti urne d’ebano”. È Medusa (mezzosoprano), misteriosa forestiera, protagonista dell’opera.

Su questo personaggio ritornerò nell’analisi del libretto, oggetto di un post successivo. Ma qui ritengo opportuno anticiparne poche righe, necessarie all’intelligenza del dramma.

Medusa, dall'Artemision di Corfù
Medusa, il personaggio mitico da cui prende nome la protagonista,
qui in una delle più antiche rappresentazioni: quella del tempio di Artemide a Corfù
(585 a.C. circa)
Notare, sopra il grazioso gonnellino, l’eleganza del nodo della cintura di serpenti
(veri e vivi, come quelli che le spuntano dalla chioma ben curata!)

Il nome della protagonista non è casuale. E’ un nome evocativo, carico di connotazioni e suggestioni accumulate nel corso della storia letteraria e artistica. Medusa è un personaggio del mito greco. È la più nota – e la più spaventevole – delle tre Gòrgoni, fanciulle alate, con folta capigliatura infestata di serpenti, e avvezze a portare una cintura dello stesso nobile materiale vivente; capaci di pietrificare chiunque le guardasse (non so se per il magnetismo dello sguardo – come generalmente si crede – o non piuttosto per lo spavento!). Medusa fu poi uccisa da Perseo con uno stratagemma, e la sua testa fu scelta da Atena come terrificante insegna al centro dello scudo. Ma torniamo al libretto.

Medusa in terracotta colorata, da Siracusa
Medusa  dal tempio d’Atena a  Siracusa (ora nel locale Museo regionale P. Orsi)
terracotta colorata del I quarto del VI sec a.C. ( non colorate le integrazioni moderne)  
Il cavallino che tiene con tanto amore è la sua creaturina:
 lo splendido cavallo alato Pègaso (capricci della Natura!)

Accolta con simpatia, Medusa offre gioielli e vesti, e narra una sua improbabile storia: “Ne l’Oriente s’aprì / di mia vita il fiore; / e l’infanzia passai / tra mille ignoti incanti / dove alto il sol fiammeggia, / dove ampio in fra i palmizii  / trascorre il pio Giordan”. Vita idilliaca, troncata – dice – dal Simùm, l’ardente vento del deserto.
Si risveglia “dal letargo” sulla riva del mare (come dal Giordano fosse arrivata, in letargo, sulle rive del Mediterraneo, distanti almeno una cinquantina di km, non ve lo posso dire… perché l’interessata non lo spiega!). Che è che non è, ecco apparire un provvidenziale vascello, “guidato da un cupo nocchier” che la invita a bordo. Ed eccomi qui – dice. “Doman lungi m’addurrà il cieco destino”. Non sia mai! – protesta il Podestà. Questa è una casa accogliente, “quest’è de’ pellegrini il fido asilo”, e tu resterai qui! A nulla valgono strani segni premonitori: l’immediato, misterioso fascino esercitato sui giovani, inquietanti particolari dell’autopresentazione (“fan nido i serpi nelle mie chiome”!), le maniere ciarlatanesche con cui offre i suoi doni, il grido lancinante di Aglauris appena toccata la sciarpa offertale in dono…  Salvestro Veniero, capofamiglia e Podestà di Venezia, è talmente accogliente e solidale che il buon Papa Francesco lo farebbe santo senza processo!n sia mai!"  a bordo.pparire un provvidenziale vascello,  storiae. accogliente che Papa Francesca l'
E tu (sei) l’aulente fiore che pel mio sogno di giovinezza il gaio april fiorì” aveva detto alla consorte – pochi minuti prima – Stefan, questo improbabile precursore di D’Annunzio. Macché! “Sempre te sognai negli abissi del tempo!” dice ora a Medusa, appena rimasti soli. E, più di Orestella, troverà “aulenti” le terribili chiome di Medusa. Invano lei lo ammonisce: “Deh, pensa alla sposa tua”! Ammaliato dall’ “angelico suon di sua voce”, dall’“ardor dei suoi sguardi”, il giovane vuole assolutamente baciarne “le mani liliali, le nere chiome”, dovesse pur col suo sangue “scontare il peccato mortale”. È il primo dei tre fratelli a cader vittima del fascino mortale della misteriosa forestiera. E, incurante del’enigmatico avvertimento di lei (“Me vincere vuoi tu? Non sai ch’io mi sia? Sono la voluttà!”) passa alle vie di fatto, tentando d’abbracciarla. Suscitando, così, lo sgomento di Troilo e il furore malamente represso di Orso, entrambi gelosi e  intenti a spiarlo.


Atto II

Qualche tempo dopo. La situazione è precipitata. Disperate, Aglauris ed Orestella implorano il suocero di scacciare la straniera. “Oscura il nostro ciel da quel dì che costei dolore e pianto in questo asil portò”. Ma non vedi, o padre – aggiunge Aglauris – che “come ombre muti vanno i tuoi figli per deserte stanze”, accecati dalla concupiscenza per Medusa?
No! Il vecchio Podestà è irremovibile. “Giammai negar vorrò l’asilo che in questo dì Venezia per opra mia le offrì” (“in questo dì”? ma non glielo aveva offerto il giorno del suo arrivo?). “È questa mia casa – aggiunge con solenne gravità – al par d’un tempio sacra!” (Lo vedete? Santo subito!).
Troilo rivela a Orso di aver visto Stefan baciare ardentemente Medusa. “S’ei l’osa ancor, l’ucciderò, gli strapperò la preda” reagisce istintivamente Orso. Ma, sgomento, deve registrare che anche il buon Troilo, sia pure con mille scrupoli e ripentimenti, aspira alla medesima conquista.
Riecco Stefan e Medusa. Il loro colloquio sembra una ripresa e continuazione di quello interrotto nell’atto primo, ma in realtà dobbiamo presupporre che esso giunga dopo altri incontri e l’ardente bacio spiato da Troilo. I due intrecciano ora un duetto d’amore; quel duetto che suscitò l’entusiasmo del pubblico e, per il testo, l’ira del critico Franco Abbiati: “solo Barilli saprebbe dirne tutto il male che penso”!
A me la bianca mano tua, deh!, porgi che il ciel dischiude… Io vo’ baciarla, Medusa. Baciarla e poi morire. Medusa tenta (o finge) di resistere, tra l’altro con una molto ragionevole osservazione: “Baciar mi vuoi? La brama accender vuoi, la folle brama che il tuo cuor possiede?”. Ma l’amante non vuol sentire ragioni. “Ricorda ch’io ti debbo avere… La bocca tua, Medusa, la debbo… la vo’ baciar”. E basta che l’amata lo sfiori coi capelli (non dimenticate che sono i capelli di Medusa: fan nido i serpi nelle mie chiome”!), e – nonostante l’istintivo, esterrefatto balzo all’indietro – quasi cade in deliquio: “Oh! Che aulenti chiome hai tu! O follia dei miei sensi!... Indicibile gioia!...”. E Medusa, ormai sicura della conquista, si passa anche lo sfizio della beffa: “Se vuoi, tienlo pur” concede, porgendogli con un sorriso crudele il prezioso suo fazzoletto” (da testa, evidentemente). Ma non senza ammonirlo (onestà, o suprema perversione?): “Mortifero è l’aroma (quello che rende aulenti le nere chiome!) che trassi da lugubre fior”. Peggio: “Magia penetrante;… nel gelo dell’avello ancor dovrà seguirti”. (Così non potrà dire di non essere stato avvertito!). E, visto che il ragazzo insiste: “Vien. Vien. Vien! Sono tua, cuore ardente!”. E, forse nel timore di non essere stata abbastanza chiara: “Vien sul mio seno fremente, Stefan. Ti sazia alfin del corpo mio nivale”. L’immagine preziosa trova immediata eco nello spasimante, ma con una non innocente variante: “Saziar mi vo’ sul corpo tuo nivale”.  Qual despota qui giunta io son, qui rimango” – può concludere, fiera di se stessa, la trionfatrice.
A notte scenderò nel parco in riva al mar. Tu verrai, t’attenderò laggiù”. Ma ormai è l’imbrunire (“La notte vien”); non può non scapparci l’anticipo d’un bacio. Più d’un bacio. “Le labbra, le labbra tue come ardon, Stefan; ancor un bacio io vo’!”. “Egli la bacia con estasi appassionata sulla bocca; d’un tratto essa si libera dal suo amplesso e scompare nell’attigua stanza tenebrosa”. Come mai?
Evidentemente Medusa ha osservato, o intuito, una presenza estranea. Orso, infatti, balza fuori dal nascondiglio e, con tre pugnalate alla schiena, attua la feroce promessa.
Ai lamenti disperati di Orestella, accorsa al grido lacerante del marito morente, s’intreccia il coro beffardo dei soldati avvinazzati: “O Rossana! Se ti vuoi confessar tu le calze non mostrar….
Intanto giunge Troilo. Allarmato ma ignaro, chiede a Medusa di Stefan. “È morto per me; l’uccise il fratel” risponde tranquilla la donna. E senza perdere altro tempo: “L’ardor ti vo’ donare del mio cuore” e “lo trascina dolcemente nei suoi appartamenti”. Il coro reintona divertito il suo ritornello: “O Rossana, vuoi far penitenza o no?”…


Atto III

L’atto si apre a scena vuota, coi disperati richiami dall’interno del vecchio Veniero, all'oscuro dell’accaduto ma reso inquieto dall’assenza del figlio a tavola. “Stefan, Stefan! Dove sei, figliuol mio?”. Passa per la scena sorretto da Aglauris e ne esce, per nulla tranquillizzato dalla bugia pietosa della nuora.
Entra in scena Troilo, seguito da Medusa. E mentre ancora risuonano gli strazianti richiami del vecchio, inizia tra i due un duetto che uno, istintivamente, mette mano al telefonino per chiamare d’urgenza il Telefono Azzurro. Medusa mette in atto, nei confronti di Troilo, una vera e propria strategia di corruzione di minorenne (non sempre l’età anagrafica corrisponde all’età psicologica!). E se ne vanta pure: “Conosco tutte l’arti che gl’ignari corrompono”, dirà tra poco, quando l’opera di seduzione avrà raggiunto il suo scopo! Ma andiamo con ordine.
Troilo tenta di resistere, lamentando l’uccisione del fratello. “Fanciul, deh, obliamo i  morti; e a me ti dona” ordina Medusa E poiché quello si mostra preoccupato anche dei lamenti della donna “che un tempo amai!”, dagli ordini passa alla seduzione vera e propria. “La bella fronte posa sul seno mio, nei profondi miei occhi or tutto oblia!”. Come resistere? Ode i lamenti di Aglauris…, ma alla voce suadente di Medusa gli pare di udir “canti dal ciel discesi in su la terra”. Medusa schiude a lui “le porte del piacer, che il varco danno a mondi ignoti al cor!” Troilo non può che rassegnarsi al suo destino: “Oh, t’amerò in eterno! (...) Io debbo amarti, Medusa”. Deve, capite? Anche lui, come già Stefan, deve.
Medusa ha vinto ancora. “Inebria il bacio mio come il tosco infernal…”, si complimenta con se stessa. E: “Vinto tu sei, per sempre mio sei tu ormai”. Ma non le basta: vuole esasperarne il desiderio col minaccioso ritornello che ripete dal momento dell’arrivo: “Lungi diman trarrammi il cieco destino!”. E, alla prevista, disperata reazione, “Taci tu, folle bimbo: vieni qui sul mio sen!”. E, a quel contatto, il folle bimbo rivive, nientemeno, la mistica esperienza d’Isotta, sperimenta la voluttà del disfarsi nel Tutto. “Debbo io (…) dolcemente in vapori / dissiparmi?”, chiedeva la giovane irlandese. “Nell’ondeggiante oceano / nell’armonia sonora, / del respiro del mondo / nell’alitante Tutto…” – si rispondeva – “naufragare, / affondare… / inconsapevolmente… / suprema letizia!” (trad. G. Manacorda). Il nostro folle bimbo è, naturalmente, più sbrigativo: “In te già mi dissolvo… Medusa!”. Una “dissoluzione” che Orso, apparso a una finestra, gli augura (e gli prepara) a modo suo. E che il Coro gli contrappunta con le sue beffarde ammonizioni: “O Rossana, è Pasqua, tu le calze non mostrar! Praticare tu dovrai la virtù!”.
A interrompere l’estasi vale piuttosto l’arrivo di Aglauris, la sposa tradita. Anche qui viene in mente il capolavoro wagneriano. Ricordate la conclusione del I atto del Tristano? L’arrivo della nave in Cornovaglia è salutato da un infernale chiasso di festose acclamazioni e assordanti squilli di tromba. Tristano e Isotta, persi nell’estasi amorosa, non si accorgono di nulla. Il buon Kurwenal tenta di richiamare alla realtà il suo signore: “S’appressa Re Marco”. “Chi s’appressa?”. “Il Re”. E Tristano: “Quale Re?”. Così Troilo. Guarda con la fissità ebete d’un ubriaco la sposa che implora pietà e tenta di farlo tornare alla tragica realtà (il cadavere del fratello è ancora lì, a pochi passi). “Chi sei tu?” le chiede stralunato, aggiungendo sgomento alla disperazione. “Oh, Dio! Non mi conosci? O Dio, qual furia avvinse la chiara anima tua?”. E con tutta la forza della disperazione grida: “Io sono Aglauris! (…) la fida donna tua che amasti un dì (…) O mio Troilo!”...
Ma se Troilo è perduto in qualche suo arcano mondo d’amore, è ben presente, e con i piedi ben piantati sulla terra, la nefasta ospite, stizzita dell’inopportuno arrivo dell’intrusa.  Che vuol questa demente?” chiede brutalmente. E: “Via! (…) Non t’ode più, non t’ama più!” le grida spietata. “Tu piangi invano… Tutto è mio il sangue di costui”! E alla violenta reazione dell’infelice risponde a stilettate. “Aglauris cade senza grido presso la soglia di una porta”.  
La stessa disumana freddezza permette a Medusa di notare per tempo l’effetto della folle gelosia di Orso. “Fuggiam, fuggiam. La casa è in preda al fuoco!” grida a quello stordito dell’amante. Che può fare, il folle bimbo, se non aggrapparsi alle gonnelle della “mamma”? Ma lei si divincola, e fugge. Appena in tempo, ché il soffitto crolla. E Troilo, già quasi sepolto, “Medusa, dove sei?” invoca. E poi, le sue estreme parole: “Oh ardente letto di morte!”. Tragicocomico, involontario doppiosenso.
Medusa corre al vascello, mentre Orso tenta di sbarrarle la fuga. “No! Non dei fuggir da qui; devi esser mia!” (Quando si dice l’ossessione!). “Seguimi!” gli intima lei, slanciandosi sul vascello. “Sei mio! – afferma la presunta preda. “Per sempre perduto!”. E l’orchestra lo sancisce con un pieno accordo di tonica (si bemolle maggiore).

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Tale il non eccelso il libretto, di cui completerò l’analisi (con l’indicazione del contesto letterario di riferimento) nel prossimo post. Ma la musica…, quella è un’altra cosa! E ne parleremo in seguito.



domenica, luglio 08, 2018

Newspeak, o neolingua, nella lotta politica attuale



Governanti e condottieri allergici alla morale non hanno avuto bisogno di attendere la codificazione di Machiavelli per applicarne i princìpi. Così, da tempo immemorabile, chi è interessato alla manipolazione delle coscienze fa ricorso alla manipolazione linguistica. (Anche se oggi questo strumento risulta ampiamente surclassato dall’uso truffaldino delle immagini – disegni, foto, video – variamente manipolate: contraffatte, decontestualizzate, reinterpretate…). E quindi non è detto che gli espedienti cui accenneremo siano direttamente riconducibili agli ‘insegnamenti’ di Orwell. È vero invece che lo scrittore inglese ci aiuta a identificarli.

Partiamo dalla fine: la riscrittura dei classici

Ricorderete che il post precedente si concludeva con un accenno alla manipolazione dei classici, tradotti in neolingua. Vorrei ripartire proprio da qui. O, più precisamente, dalla reinterpretazione delle opere teatrali, in particolare delle opere in musica, oggi bersaglio privilegiato di registi e scenografi indifferenti ai valori musicali, ma ben attenti al successo e al denaro. Per brevità mi limito a un solo esempio tra tanti, scegliendolo tra quelli più recenti.
Probabilmente tutti conoscono la trama della Carmen di Bizet, ambientata nella Spagna ottocentesca. Nel dubbio, ecco qui un riassunto telegrafico.
Don Josè, brigadiere dei dragoni, soccombe al fascino e alle seduzioni di Carmen, una zingara… Ups, eccomi caduto nel politicamente scorretto: dovevo dire “rom”. E se era “sinti”? In fondo, io mica li distinguo. Facciamo così: in luogo del proibito "zingara" userò il corrispondente vocabolo spagnolo. Mi consentite di chiamarla “gitana” senza accusarmi di razzismo? Grazie, la chiamerò così. Don Josè – dicevo – soccombe alle seduzioni di Carmen, una gitana arrestata per rissa con uso di coltello. La lascia scappare e, per amore, da gendarme si fa contrabbandiere e bandito, pur tormentato da continui soprassalti di rimorso. Ma quella che per lui è passione fatale, per Carmen è un capriccio passeggero, presto sostituito dall’amore per Escamillo, il torero in auge al momento. A nulla valgono le suppliche dell’amante tradito. Carmen, gelosa della sua libertà, gli risponde in maniera sprezzante e – com’è nel suo carattere – provocatoria. Accecato dalla gelosia, don Josè mette mano al coltello. Un omicidio passionale in piena regola, da qualche tempo ridefinito “femminicidio”, nella speranza (fondata?) che un mutamento di vocabolo contribuisca a risolvere questa tragedia sociale. Quale migliore occasione per una riscrittura politicamente corretta?

don José disperato, con ai piedi Carmen uccisa e a fianco una donna allibita dalla scena
don José uccide Carmen (partic.)
(dal blog di Monica Cadoria)

E infatti, qualche mese fa, a Firenze, un tizio a caccia di “gloria” a costi stracciati, da regista reinventa la storia, offrendo, a spettatori presunti annoiati dalla musica e sessualmente intorpiditi, un intrattenimento a base di scenette più o meno piccanti. Ma il vero colpo di genio si svela nel finale. L’affascinante gitana dismette l’odioso ruolo di vittima della fatale passione amorosa del maschio per assurgere a quello – politicamente corretto – di vindice di tutte le donne offese, di tutte le vittime di “femminicidio”. Così la fosca tragedia della passione fatale qual era in Mérimée (autore del racconto originale), temperata ma non tradita dai librettisti e soprattutto dalla musica immortale di Bizet, si avvia a diventare altra cosa. A farla finire in farsa ci pensa la banalità del destino: alla prima rappresentazione, per ben due volte la vendicatrice preme il grilletto vendicatore, e altrettante volte la pistola di scena risponde con beffarda cilecca. Mentre Don Josè si accascia inspiegabilmente a terra, forse colpito da infarto. Tra i fischi e gli urli dei musicofili traditi, e lentusiastica approvazione del Nardella.

Manipolazione ideologica della lingua italiana

Prima di cominciare questo paragrafo, permettetemi una premessa superflua per i più, necessaria per qualcuno. Sia chiaro che quando segnalerò l’uso a mio modo di vedere strumentale, o addirittura truffaldino, di certe espressioni, mi limito a considerare la natura ideologica di tale l’impiego, mentre lascio assolutamente impregiudicata la plausibilità o meno dell’ideologia che sta dietro. Affrontare seriamente simili problemi richiederebbe trattazioni lunghe e articolate, fuor di luogo in un blog dedicato alla musica e alla letteratura, e ai linguaggi che le esprimono. 
   
Bene. Diciamo, anzitutto, che oggi, in Italia, la prima fonte di espressioni usate per nascondere più che per esprimere è proprio l’inglese in quanto lingua “alta” (espediente cui ricorreva già il vecchio don Abbondio, con il suo latinorum, per confondere le idee al povero Renzo!). È vero che molte persone nobilitano il nostro volgare – inguaribilmente “provinciale” – inzeppandolo di espressioni inglesi (molto spesso storpiate nel significato e/o nella pronuncia) per pura vanità, o per dimostrarsi “non provinciali” (ignari del fatto che la lingua italiana, da loro non sempre ben conosciuta, sia la quarta lingua più studiata al mondo, dopo la koiné inglese, lo spagnolo, e il cinese). Ma i politicanti, oltre che per queste ragioni, lo fanno anche a scopo truffaldino. Un esempio per tutti: l’ineffabile jobs act

Pinocchio ingannato dal Gatto e la Volpe allusivi al Fronte formato dacomunisti e socialisti
Reinterpretazione delle Avventure di Pinocchio, in chiave anticomunista
(copertina di un fumetto del 1948: dal sito pinocchio-e-pinocchiate.blogspot)
 
Un serbatoio analogo è costituito dai cosiddetti linguaggi settoriali (soprattutto quello dell’economia), inesauribile miniera di parole presumibilmente “straniere” alla maggioranza dei cittadini comuni. Ma non disperdiamoci. Passiamo a spigolare qualche esempio tra le locuzioni più comuni (altri ne potrei fare, e tanti e tanti altri verranno in mente a voi!).
Ricordate bellyfeel? Ha il suo bravo corrispondente anche in italiano: è un sintagma avverbiale di formazione molto recente: “di pancia”. Ha lo stesso significato (sottolinea, appunto, l’irrazionalità di un’adesione non mediata dalla ragione), ma con una valenza politica opposta: nella nostra società è un disvalore. Proprio per questo l’uso ideologico che se ne fa è non meno orientato e tendenzioso. Questo è particolarmente evidente in un’altra locuzione, formata con la stessa figura: la “pancia dell’elettorato”. Parlare alla “pancia dell’elettorato” si dice di partiti o uomini politici rivali, per insinuare che essi fanno appello agli istinti, alle pulsioni più basse degli elettori. Derubricando a basso impulso irrazionale quelle che magari sono esigenze fondate e legittime, tradotte in scelte politiche pienamente razionali, benché legittimamente messe in discussione da chi segue un diverso orientamento ideologico. Per non dire di quelli che la usano nel senso di “rivolgersi a un segmento particolare degli elettori”, quelli metaforicamente ascrivibili alla “pancia”; elettori visivamente degradati alla sola funzione digestiva, escretoria. Con l’ovvio sottinteso di riservare arbitrariamente a se stessi, e ai propri seguaci, la funzione nobile di cervello, di “testa pensante”… Con una distinzione ben più cruda di quella del vecchio Menenio Agrippa. 
Garibaldi scaccia De Gasperi
Reinterpretazione del Risorgimento:
Garibaldi scaccia De Gasperi, diffamato come “austriaco”
perché nato in Trentino, al tempo parte dell’Impero austro-ungarico
(illustrazione ripresa dal sito loccidentale.it)
 
C’è poi la vasta categoria della lingua “politicamente corretta”. Non nego l’opportunità della sostituzione di qualche espressione effettivamente discriminatoria, come “negro”, giustamente sostituito con “nero” (mentre trovo ridicolo ed offensivo il tentativo di riverniciatura implicito nella locuzione “di colore”!). Ne rifiuto l’abuso. Prendete la parola “genere”, o addirittura gender, come preferiscono i seguaci di conduttrici e conduttori televisivi. Nell’uso inedito introdotto da movimenti d’opinione postnovecenteschi, essa si è appropriata vari significati tradizionalmente spettanti alla parola “sesso”. Perché? Perché la parola “sesso”, nella sua greve materialità anatomicamente determinata, è meno disponibile ad acconciarsi alle esigenze di chi, in materia, propone visioni largamente innovative. 
 

Controreinterpretazione del Risorgimento:
Garibaldi ammonisce gli elettori
denunciando l’indebita appropriazione della sua immagine
da parte del Fronte popolare
(dal sito flickriver)

 Oppure, per entrare nel campo più proprio delle blanket words, delle “parole-coperta”, pensate all’uso del suffissoide –fobia, estrapolato dall’ambito della patologia neurologica di sua pertinenza (agorafobia, claustrofobia ecc.), per formare parole come xenofobia, omofobia, addirittura islamofobia, composti chiaramente intesi a degradare a malattia psichiatrica un’opinione politica sgradita, così da liberarsi del noioso impiccio di confutarla con argomentazioni razionali! Pensate alla parola “razzista”, passata – in bocca a molte persone – dal significato proprio di “aderente a un’ideologia di presunta superiorità di una ‘razza’ umana sull’altra (con conseguente difesa della sua ‘purezza’)” a ingiuria pressoché onnicomprensiva. O pensate all’uso del neologismo “buonista” per condannare sbrigativamente un atteggiamento senza darsi la pena di provarne l’inadeguatezza. Riflettete all’uso ingiurioso di parole come fascista, che propriamente designa un preciso movimento storico e un ben determinato corpus di dottrine politiche. E “populista”? Che significa “populista”? Staccatosi dalla designazione storica (populismo russo del XIX sec.), oggi dovrebbe avere assunto il significato estensivo di aderente a un movimento “che tende genericamente all’elevazione delle classi più povere” (Diz. Garzanti); e non si vede che cosa, questa tendenza, abbia di intrinsecamente negativo fino fargli assumere, nei casi estremi, il significato di “qualcuno che si diverte a vedere affogare i bambini”. Mentre, sull’altro versante, non manca chi usa, come ingiuria sanguinosa, la qualifica di “comunista”: uno che i bambini non vuole farli affogare, perché preferisce mangiarseli!  Eh via! Lasciamo queste scempiaggini a chi non è capace d’altro. Torniamo a un uso razionale della lingua! Combattiamo le battaglie per le nostre idee con argomenti razionali. Probabilmente ci capiterà di smussarne le punte più aspre; in qualche caso ci potrebbe persino capitare – come effetto dello sforzo raziocinativo – di doverle addirittura cambiare. Con vantaggio della nostra coscienza. E di quanti ci circondano.



 La fine di Syme

Ah, a momenti me ne dimenticavo. E Syme? Si dissolse veramente come vapore, secondo le previsioni di Winston?
Ebbene sì. Ne dà il ferale annuncio George Orwell in persona, all’inizio del cap. V (cfr. post sulla lingua del GF); sempre il V (destino?), ma della Parte II, questa volta. Un bel giorno Syme non si presenta al lavoro. Soltanto quelli già parecchio avanti nell’arte di non pensare si posero qualche domanda. Il giorno dopo, nemmeno loro. Il terzo giorno Winston andò a dare un’occhiata alla lista del Comitato Scacchi a cui Syme era iscritto. La lista era lì, uguale a quella di sempre, ma invano l’occhio avrebbe cercato il nome di Syme. Nessuno, del resto, avrebbe mai ammesso di aver conosciuto un certo Syme, filologo, in servizio al Miniver. In nessun documento, in tutto il Superstato di Oceania, si sarebbe trovato il suo nome. Syme non era mai esistito!   

sabato, giugno 30, 2018

La lingua del Grande Fratello. II






Obiettivi, struttura morfosintattica e lessico della neolingua


Propaganda  politica contro la Brexit (da "Unherd")

Come promesso nel post precedente, in questo articolo mi propongo di chiarire gli obiettivi della neolingua, la sua struttura morfosintattica, la consistenza e qualità del lessico.

Orwell e l’importanza politica della lingua

Il rapporto della lingua con il pensiero in generale, e conseguentemente con l’atteggiamento politico, stava molto a cuore a Orwell. Più o meno nello stesso periodo di redazione del romanzo dedicò ad esso studi di carattere scientifico. Nel 1946, per esempio, pubblicò un saggio ancor oggi molto studiato nelle Università, nonostante alcuni suoi suggerimenti appaiano discutibili. Si tratta di Politics and the English Language. In esso l’autore mette in guardia dal linguaggio dei politici, e mostra come lo svilimento della lingua – l’imprecisione e la sciatteria linguistica – favorisca il conformismo e l’adesione acritica all’ideologia corrente. 
Dedica un “saggio” anche alla lingua d’Oceania (“I princìpi della neolingua”) e, per non intralciare la narrazione, lo colloca in “appendice” al romanzo. Ce ne serviremo ampiamente per la presente esposizione.

Finalità della neolingua

Come mai tanto lavoro, tanto impegno per “riformare” la lingua?
L’obiettivo della Neolingua è di restringere l’estensione del pensiero” – spiega Syme, il filologo appassionato di impiccagioni. E ancora: “Ogni anno meno parole, e l’ampiezza della coscienza sempre un po’ più angusta”. Più chiaro di così… Ma questo è solo un obiettivo intermedio, funzionale a una finalità superiore: l’ortodossia, resa perfetta dall’inaridimento della capacità stessa di pensare. “Alla fine noi renderemo letteralmente impossibile il reato di pensiero, perché non ci saranno parole con cui esprimerlo”.
Esagerazione? Facciamo un’ipotesi. Voi, pur educati nell’Ingsoc e nella neolingua (“La Neolingua è l’Ingsoc e l’Ingsoc è la Neolingua”!), voi, a dispetto di quell’infame sistema educativo, conservate bastante intelligenza per capire che gli incessanti encomi della bontà del Grande Fratello sono infondati. E quindi, sulla base del linguaggio disponibile, arrivate a formulare, a vostro rischio e pericolo, un giudizio di questo genere: “Il Grande Fratello è imbuono”. Senza la possibilità di specificare, di argomentare con precisione il vostro pensiero, dall’apparenza inevitabilmente stravagante (è in contrasto col modo di pensare ufficiale, condiviso dalla maggioranza!), il vostro giudizio sarà considerato – nel più fortunato dei casi – appunto una stravaganza, un’assurdità detta per ridere. Quella che per voi doveva essere una critica al governo del G.F., avrà la stessa efficacia politica del vecchio detto “Piove, governo ladro!”
È per questo che “la Rivoluzione sarà completa quando la lingua sarà perfetta”, come recita la trionfale conclusione del filologo asservito al Partito. E la lingua sarà perfetta quando l’attività pensante sarà sostituita dall’automatismo tanto caro alla pigrizia mentale.

Fonetica e morfosintassi della neolingua

La base dell’immaginaria neolingua di Oceania è, naturalmente, l’inglese corrente al  tempo dell’Autore; quello che in neolingua viene denominato Oldspeak, “paleolingua”. Le modifiche “politicamente corrette” mirano a un drastico impoverimento di quella lingua inglese che, rispetto a lingue come l’italiano, per esempio, presenta strutture grammaticali già molto semplificate. In neolingua qualunque elemento lessicale può essere adoperato indifferentemente come verbo, sostantivo, aggettivo o avverbio. Brevità, elementarità, assoluta regolarità ne caratterizzano morfologia e sintassi. Eccezioni sono ammesse solo per ragioni foniche. All’eufonia è attribuita la massima importanza. Essa, infatti, con la facilità di una pronuncia fluida e senza inciampi, coopera potentemente all’obiettivo di un’articolazione linguistica automatica, puramente meccanica, con esclusione, quanto più completa possibile, delle funzioni superiori proprie del pensiero.  Parole invariabilmente di due o tre sillabe, con accenti regolarmente distribuiti sui due elementi costitutivi, favoriscono uno stile borbottante, allo stesso tempo staccato e monotono. Uno stile definito “duckspeak”, “schiamazzare come papere”. Definizione non molto lusinghiera – direte voi. Ma in “Oceania” non era così. Il massimo complimento cui potesse aspirare un oratore politico era la definizione di doubleplusgood duckspeaker (“bispiubbuono schiamazzatore”). Insomma, l’obiettivo ideale era – si chiarisce nell’Appendice – un parlare emergente direttamente dalla laringe, senza alcun intervento del cervello.

Il lessico

Al raggiungimento del risultato finale il contributo più importante è dato dalla riforma del lessico, sottoposto a un minuzioso lavoro di riduzione e ripulitura.
La “semplificazione” mira a ridurre la disponibilità complessiva di rappresentazioni mentali, di germi di pensiero: nozioni, distinzioni, sfumature… Insomma, l’eliminazione di tutto quanto, per via di associazione o altro, possa stimolare una qualche attività cerebrale autonoma, suscettibile d’intaccare il piatto conformismo, l’irriflessa adesione a all’INGSOC, al Pensiero unico del Superstato.
Si opera per gradi.
Prima di tutto si mette mano alla scure, e si disbosca il lessico della paleolingua di tutto quanto non risulti strettamente necessario a una vita pratica elementare e allo striminzito tessuto ideale dell’INGSOC. I vocaboli sopravvissuti vengono poi mondati, ripuliti di tutte le implicazioni politiche non ortodosse, di elementi accessori e valenze connotative sospette, in modo che il contenuto mentale da esso risvegliato sia ridotto “to the bone”, “all’osso”; al nudo nòcciolo del significato di base, “rigidamente determinato”. Prendete l’aggettivo free (“libero”): una parola pericolosa, per le inevitabili implicazioni (“libertà politica, libertà di pensiero” ecc.). Sono appunto queste associazioni mentali, queste  “escrescenze” che vanno resecate. Free sarà ancora libero di esistere, ma solo nel significato elementare di “sgombro”, “esente”: cane libero da pulci, campo libero da erbacce…

Il contenuto dell’undicesima edizione del Vocabolario di Neolingua

Al termine di questo lavoro, le parole autorizzate a entrare nell’undicesima edizione del mitico Vocabolario di Neolingua, di Syme et alii, risulteranno distribuite in tre classi:

Vocabolario A: vocaboli indispensabili ad esprimere i bisogni e gli oggetti d’uso di una vita al limite della miseria qual è quella del Superstato d’Oceania.

Vocabolario C: “lessico scientifico”: liste di vocaboli, rigidamente distinte secondo gli ambiti disciplinari, depurati da connotazioni accessorie, ad uso esclusivo degli specialisti.

Vocabolario B
È quello politicamente più importante e delicato, oggetto delle cure più scrupolose da parte dei compilatori. “Consisteva di vocaboli costruiti specificamente per finalità politiche: vocaboli, cioè, che non solo avevano in ogni caso un’implicazione politica, ma erano intesi a imporre, alla persona che li usava, un atteggiamento mentale desiderabile”.
Qualche esempio ne chiarirà natura e caratteristiche.
Partiamo da un aggettivo emblematico della neolingua: bellyfeel, composto di belly, “pancia”, e della radice verbale feel, “sentire” nel senso di “provare sentimenti”. Designa una dote indispensabile al buon cittadino di Oceania: l’adesione immediata, istintiva, all’ideologia del Partito.
Una categoria particolarmente importante di questo genere di vocaboli è quella delle “blanket words” (letteralmente: “parole-coperta”): espressioni generiche, di significato vago ed esteso. Ogni blanket word assorbe (e quindi fa sparire) tutta una serie di vocaboli esprimenti nozioni più o meno affini, ma distinte, e dunque capaci di attivare una qualche forma di pensiero analitico e valutativo. Prendete, per esempio, le nozioni di onore, giustizia, morale, internazionalismo, uguaglianza, democrazia, scienza, religione… Nessuno dei vecchi che tali vocaboli conoscevano osava più pronunciarli. Chi ne doveva parlare, o doveva tradurli in neolingua, ricorreva invariabilmente alla blanket wordcrimethink” (“idea criminale”). Così le nozioni incentrate sui concetti di “oggettività”, “razionalismo” e simili erano tutte ridotte a un unico vocabolo: oldthink (“paleopensiero”, pensiero antiquato, vecchio, démodé…), con l’immancabile connotazione di fiacchezza, decadenza, morte.  Insomma, conclude Orwell,  “da un membro del Partito si esigeva un modo di vedere analogo a quello dell’antico ebreo che sapeva, senza sapere altro, che tutte le nazioni diverse dalla sua adoravano ‘falsi dèi’”, poco importava se questi fossero tra loro profondamente differenti, come Baal, Osiride, Moloch o Astarot…
In altre parole, la massima cui il cittadino doveva attenersi potrebbe essere formulata più o meno così: tutto quanto non è contemplato nell’ortodossia è vietato, punito con castighi indeterminati ma comunque spaventosi.
Così – per fare un altro esempio – tutto l’ambito della vita sessuale era coperto da due sole parole: goodsex e sexcrime. Goodsex (“sesso sano”) designava l’usuale rapporto tra uomo e donna finalizzato esclusivamente alla procreazione. Questo sapeva il “buon” cittadino; e inoltre che qualunque altra cosa potesse balenargli per la mente in relazione al sesso ricadeva nel sexcrime, nel “delitto sessuale”, sanzionato con pene severissime, a discrezione del giudice (nel Superstato di Oceania naturalmente non esistevano leggi scritte!).

Nel Vocabolario B nessuna parola era neutrale. Era sempre connotata, in senso positivo o negativo. Un gran numero di esse erano “eufemismi”. Appartengono a questa categoria (lo abbiamo visto nel post sul G.F.) parole e locuzioni  “risemantizzate”, dotate di significato nuovo, con procedimenti che svelano gusto per l’antifrasi (piegare un’espressione a significare esattamente l’opposto del suo significato abituale), o, forse meglio, per il sarcasmo beffardo. Ricorderete le fantasiose denominazioni dei Ministeri. E ora provate a indovinare che cosa designava la parola  Joycamp, “campo di gioia”. Sì, proprio quello: il campo di lavori forzati. Meno diffusa la categoria di vocaboli connotati da franchezza brutale. Tale, per esempio, prolefeed, “nutrimento (verrebbe da dire “mangime”) per i prol”, che designava il “nutrimento spirituale” ammannito ai proletari: notizie grossolanamente inventate, intrattenimenti-spazzatura… (no, per favore, non mi fraintendete: non sto parlando della televisione!).
Abbiamo già osservato la predilezione della neolingua per gli incroci abbreviativi. Hanno lo scopo di evitare associazioni non gradite. Orwell esemplifica con un esempio storico: Comintern. L’espressione completa “Internazionale comunista” – argomenta – “richiama un quadro composito di universale fratellanza umana, bandiere rosse, barricate, Carlo Marx e la Comune di Parigi”. Comintern, invece, “suggerisce nient’altro che un’organizzazione compatta e un corpo dottrinale rigidamente determinato. È una parola che si pronuncia quasi senza pensare, mentre “Internazionale comunista” è un’espressione su cui si è costretti a soffermarsi, almeno per un momento”. Astruserie? Mah, pensate all’espressione “Tizio è stato nominato Capo del MIUR”, che fila via liscia come l’olio, senza suscitare idee accessorie. Ora confrontatela con la formula “Tizio è stato nominato Capo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica”, magari scandendo le singole parole. Non viene spontaneo pensare che si tratti di un Ministero da far tremar le vene e i polsi, con immediato impulso a valutare l’adeguatezza della persona insignita di una tale responsabilità?


La letteratura

E la letteratura? I libri, i giornali del passato?
La massima parte spariva dalla circolazione: non era mai esistita. Ragioni di prestigio potevano consigliare, invece, la conservazione dei grandi classici, come Shakespeare, Milton, Swift, Byron… In questo caso si procedeva alla traduzione in neolingua, cioè a una riscrittura, a una “reinterpretazione”, a una di quelle “rivisitazioni” – di cui si compiacciono certi critici, o certi registi teatrali – che del significato originale conservano “il giusto”, come alcuni dicono in Toscana quando vogliono significare “molto poco”
E se qualche brandello di testo fosse sfuggito a distruzione e traduzione? 
Orwell riporta l’esempio – senza peraltro analizzarlo – di un brano della Dichiarazione d’indipendenza americana. Supponete una società in cui siano state spazzate via nozioni di ordine religioso, di uguaglianza socio-politica, di libertà intellettuale e politica, di diritto… E ora pensate a frasi del tipo “tutti gli uomini sono stati creati uguali”: creati?! uguali?! tutti gli uomini uguali?! L’autore doveva essere matto: non è forse vero che ci sono uomini con i capelli biondi e altri con i capelli neri? Alcuni robusti, altri smilzi… Ma come fa, questo scemo, a parlare di uomini “uguali”?! Oppure: “dal loro Creatore sono stati dotati di certi diritti inalienabili”… Creatore?! diritti?! Mah, flatus vocis, vento, espressioni senza senso…

E fermiamoci qui, ché il discorso è già stato troppo lungo. Nel prossimo post (più breve, più breve!) vedremo qualche saggio di newspeak nell’attuale dibattito politico italiano. (E sveleremo l’esito della profezia di Winston su Syme!). A sabato prossimo!