domenica, settembre 01, 2019

Hypatia, melodramma di R. Caetani. 1. La studiosa alessandrina.



 
giovane ragazza con stilo poggiato alle labbra
Così mi piace immaginare Ipazia giovinetta,
come questa ragazza da un affresco pompeiano (I sec. d.C.)
in atteggiamento riflessivo
prima di scrivere sul suo “quadernetto” nuovo di tavolette cerate
(lat. pugillares, gr. pìnakes o déltoi)



[È, questo, il primo di una breve serie di post dedicati al melodramma di Roffredo Caetani sulla fine di Ipazia, studiosa alessandrina del IV-V sec. d.C. Partiremo dalla figura storica della protagonista (I), per passare alle circostanze e responsabilità della sua tragica fine (II), e proseguire con l’esame del libretto e della musica dell’“azione drammatica” caetaniana (III e IV). Le immagini riportate a illustrazione dell'articolo non sono ritratti d'Ipazia – ne precedono la nascita di ben tre secoli! –  ma esemplificano (almeno le prime tre) la condizione delle donne nel mondo greco-romano in fatto di istruzione: non pari all'uomo, ma certo molto meno ignoranti di quanto certuni amano fantasticare.]
    

1. La “mia” Ipazia

La conobbi nei miei studi universitari di letteratura greca. La reincontrai negli studi di letteratura greco-cristiana, in relazione alle vere o presunte responsabilità del focoso vescovo Cirillo di Alessandria nella sua tragica fine. E da allora fu per me una delle figure femminili più affascinanti della tarda antichità.

A rendermela cara non furono le poche righe a lei dedicate dalle storie letterarie (poco o nulla ci resta dei suoi numerosi scritti, a parte la revisione del III libro del paterno Commento all’Almagesto), quanto il resoconto della sua uccisione e, più ancora, le poche lettere a lei indirizzate da Sinesio di Cirene. Naturalmente una donna così affascinante sul piano intellettuale e morale mi compiacqui di figurarmela bella. E fui lieto di trovarne conferma nelle cosiddette fonti.
«Viveva in castità, pur essendo talmente bella e di bell’aspetto, che uno dei suoi giovani frequentatori si innamorò perdutamente di lei» leggiamo nella Suda.
Vero è che la Suda è un lessico bizantino, compilato verso la fine del x sec., sulla base di documenti non sempre attendibili. E che lo sbrigativo e poco elegante espediente con cui Ipazia avrebbe “guarito” dall’insana passione lo spasimante “giovinetto” appannò un po’ l’immagine idealizzata che me n’ero fatta. Ma l’accenno all’eccezionalità della sua bellezza lo ritenni, allora, testimonianza inconfutabile. Del resto, poiché nessuna fonte afferma il contrario, possiamo ben continuare a immaginarcela bella, a gusto di ciascuno. Permettetemi, però, di aggiungere che, a rendermela ancora più fascinosa, è proprio il fatto che le fonti più attendibili attribuiscono la stima e l’affetto, di cui la circondarono quanti la conobbero, esclusivamente alle sue doti spirituali e morali, senza far cenno del suo aspetto fisico.    
Poi passai ad altri studi e altre occupazioni. E l’immagine dell’affascinante studiosa alessandrina regredì in un angolino semibuio della mia coscienza. Né valsero a trarla fuori le sparse notizie di più o meno recenti strumentalizzazioni della sua persona. L’interesse fu invece prontamente risvegliato dall’“azione lirica” a lei dedicata da Roffredo Caetani. L’immagine dell’amabile pensatrice alessandrina mi si ripresentò prepotente e m’indusse a orientare i miei studi verso questo a me ignoto e generalmente misconosciuto compositore.  

Ma torniamo a Ipazia, o Hypatia (pronuncia “Ipàzia”) secondo la trascrizione fedele al latino in voga ai primi del Novecento. Tranquilli: non vi annoierò con sottili disquisizioni erudite. Non mi curerò – almeno per il momento – nemmeno di confutare e raddrizzare le distorsioni perpetrate ai suoi danni da “studi” viziati da pregiudizi anticlericali e, ultimamente, soprattutto femministi. Vi presenterò la “mia” Ipazia, come la conobbi e l’amai basandomi esclusivamente su un’onesta lettura delle fonti.   

2. La studiosa

pittura pompeiana: donna con tavolette per scrivere
O come questa “liceale”
(sempre da Pompei)
anche lei molto giudiziosa:
riflettere, prima di scrivere!
Nata ad Alessandria verso il 360/370, ebbe dal padre (il celebre astronomo e matematico Teone) il nome beneaugurante di Ipazia (gr. πατία, pron. Hypatìa), che è quanto dire “eccelsa”, “sublime”. E, una volta tanto, l’orgoglio paterno non fu sconfessato dalla realtà. La figliola non solo assimilò e sviluppò gli studi paterni, ma da quelli passò alla filosofia, abbracciando – sembra – il neoplatonismo, ma senza trascurare i grandi classici. Sapeva passare con grande naturalezza da disquisizioni di argomento astronomico o matematico a spiegazioni di passi platonici o aristotelici, fino alle teorie filosofiche più recenti, suscitando nei giovani entusiasmo e, in qualche caso, ardente passione amorosa che lei seppe spegnere – stando al lessico Suda – se non con eleganza, certo con efficacia risolutiva. Questa studiosa io ve la presenterò come appare riflessa nell’affetto dell’unico, tra quelli che ne hanno tramandato il ricordo, che l’avesse conosciuta di persona.  



3. L’amica di Sinesio di Cirene

Raffinato cultore di lettere, più che di filosofia, Sinesio nacque a Cirene (Libia) verso il 370. Si accostò al cristianesimo timidamente e tra molte remore. Tuttavia, forse anche in seguito alla fama che si era guadagnato per aver saputo strappare all’imperatore Arcadio sgravi fiscali per la sua patria, nel 409-410 il popolo della città libica di Tolemaide lo volle vescovo. Colto di sorpresa, Sinesio cercò di esimersi, spiegando con franchezza i motivi che ne avrebbero dovuto sconsigliare l’elezione: lui poteva bensì aderire alla sostanza della dottrina e morale cristiana, ma non se la sentiva di condividerne tutti i dogmi (per esempio, la resurrezione dei morti) né l’ascetismo dominante negli ambienti ecclesiastici o, più propriamente, monastici. Ma non servì a nulla: il popolo lo volle vescovo, e a lui non restò che accostarsi ai sacramenti, dal battesimo (neanche quello aveva!) all’ordinazione sacerdotale, alla consacrazione episcopale. Accettato l’incarico, agì con l’onestà e l’energia che lo caratterizzavano: risanò l’amministrazione ecclesiastica e si oppose validamente a un’incursione di barbari. Purtroppo il suo governo durò poco: morì dopo soli tre anni, distrutto dal dolore per la morte prematura dei suoi tre figli, scomparsi nel giro di un anno o poco più.

pittura pompeiana: giovane donna immersa nella lettura
O come questa giovane donna
 (ancora da Pompei),
colta in una pausa di meditazione
nel corso di una lettura impegnativa.
Il futuro vescovo conobbe Ipazia, forse più anziana di lui di qualche anno, ad Alessandria; ne seguì gli insegnamenti e concepì per lei un’ammirazione spinta fino alla devozione.

Più che trentenne (nel 404) non sa decidersi a pubblicare due inediti senza la sua preventiva approvazione.  È convinto, Sinesio, che il primo gli sia stato ispirato addirittura da Dio (l’altro dalla cattiveria dei critici), ma si rimette interamente alla sua decisione. Giudizio inappellabile – dice –; tanto più che, per parafrasare Aristotele, la sa più amante della verità che dell’amico (lett. n. 154) .

E se anche fosse vero che i morti, nell’aldilà, dimenticano ogni cosa”, le scrive, riecheggiando Omero, in una lettera dell’anno seguente (n. 124), “io, invece, anche lì mi ricorderò della mia cara Ipazia”. Non può staccarsi dalla sua patria, martoriata da un’invasione barbarica – aggiunge –; ma se un giorno, avendone l’agio, si rassegnerà a farlo, sarà solo per amore di lei.

Nel 413, poi – dunque poco prima della morte – le scrive per raccomandarle due parenti, vittime di un’ingiustizia (n. 81). Ho sempre detestato l’ingiustizia, dice; e per questo, per correggerne le storture, sono stato sempre pronto a spendere quel credito che mi ero guadagnato presso i potenti, tanto che tu eri solita chiamarmi “il bene degli altri”. Altro tempo. Ora mi sento abbandonato da tutti, a meno che non possa fare qualcosa tu, che godi di quel potere che ti auguro di conservare per sempre, utilizzandolo per il meglio. (Allusione, qui, al forte ascendente di cui Ipazia godeva verso il governatore dell’Egitto; quell’ascendente che, appunto, sta per esserle fatale!).

Nello stesso anno, persi, nel giro di una dozzina di mesi, i suoi tre figli, separato, per effetto dell’ordinazione episcopale, dalla moglie – di cui peraltro non fa cenno –  cade in uno stato di profonda prostrazione: si sente solo, abbandonato da tutti, persino da quella cerchia di amici alessandrini che ha sempre nel cuore, e dai quali ha atteso inutilmente un qualche riscontro scritto... Ma soprattutto – le scrive – mi affligge la lontananza “della tua anima veramente divinaς θειοτάτης σου ψυχς), che sola speravo mi rimanesse fedele, più forte degli assalti del destino e di una malasorte di là dall’umano” (n. 10). Ci si è chiesti se l’atteggiamento di Ipazia qui lamentato non sia da connettere alla sua elezione al soglio episcopale. L’immagine che i pochi documenti ci hanno trasmesso di lei mi fanno propendere per una risposta negativa: forse Ipazia non era informata del suo stato, forse la depressione fa scambiare a lui per abbandono quello che è solo un ritardo... Vero è, però, che non abbiamo elementi decisivi. A me, comunque, interessa di più quella sublimazione della persona nell’“anima”, che lui – forse platonicamente più che cristianamente – definisce “divina”; anzi, nel caso di Ipazia, θειοτάτη, “divinissima”! Tale è la profonda ammirazione che ha per lei.

E infine, nell’ultima lettera che le invia (n. 16) – sempre nel fatale 413 – nell’augurarle dal più profondo del cuore quella salute che a lui manca, la chiama “madre e sorella e maestra, e per tutto questo mia benefattrice”, e insomma – aggiunge – tu sei per me “quanto di più prezioso vi è di nome e di fatto”. La prega poi – evidentemente consapevole che si tratta di un addio – di salutare quei fortunati che fanno parte della sua cerchia di amici e seguaci, a cominciare dal padre e dal fratello. E se – dice – al gruppo si è aggiunto qualcuno di tuo gradimento, “salutalo come il più caro dei miei amici, e digli che lo ringrazio del fatto che abbia saputo riuscirti gradito”.

Lascio da parte un paio di lettere meno interessanti. Ma non la n. 5, indirizzata non a lei ma al fratello del mittente. Proprio per questo mi è più cara; perché un eventuale sospetto di piaggeria, fuor di luogo nelle altre lettere, qui risulterebbe assurdo.  È dell’ottobre del 407. Sinesio non è ancora vescovo, e non ha ancora sperimentato la sovrumana crudeltà del destino.  È un tranquillo signore di campagna – ma non ignaro di un centro cosmopolita come Alessandria – colto, amante delle lettere, della sapienza e dell’arte.  “Salutami l’adorabile filosofa, prediletta da Dio (θεοφιλεστάτην)” – scrive al fratello – “e la fortunata schiera che può godere della sua voce divina”… Ho voluto sottolineare quel “prediletta da Dio”, perché non può non far pensare alla sua tragica fine e renderla più dolorosa e assurda, e più detestabile il fanatismo di chi, in nome di Dio, la uccise e ne fece strazio. Ma di questo parleremo in un prossimo post. 

4. Salutata dai suoi ammiratori

Qui voglio concludere con un passo del già accennato lemma a lei dedicato dalla Suda. «Ora un giorno avvenne che Cirillo, a capo della setta religiosa avversaria, passando accanto alla casa di Ipazia, vide davanti alla porta una gran ressa confusa di uomini e di cavalli: alcuni si avvicinavano, altri si allontanavano, altri sostavano. E avendo chiesto che cosa fosse quell’assembramento e a che si riferisse tutto quel chiasso davanti alla casa, gli fu risposto dai seguaci che quella era l’abitazione della filosofa Ipazia, e che quella gente era lì appunto per salutarla». Nel seguito del passo, l’autore si lascia andare ad arbitrarie illazioni (ne riparleremo in altra occasione) circa le ragioni e le conseguenze di una vera o presunta reazione rabbiosa di Cirillo. L’inattendibilità delle illazioni non comporta, però, il rifiuto della scena descritta come contesto della rabbia episcopale. Anzi, è probabile che proprio la spettacolarità della scena, e l’amore generale alla studiosa alessandrina che essa testimoniava, abbiano indotto il malevolo autore a prestare a Cirillo una buona dose della propria bassezza morale. 

mosaico pompeiano con ritratto di donna
Ed eccola
(sempre ‘prefigurata’ in un mosaico pompeiano)
mentre ascolta (con quanta pazienza!)
la sconclusionata esposizione d’un seguace
messo in difficoltà non sai se dalla propria impreparazione
o dal fascino dell’inegnante.

Comunque stiano le cose, a me Ipazia piace ricordarla così: assediata in casa da una ressa di ammiratori, là convenuti anche da lontano (a cavallo!) per vederla, ascoltarla, salutarla… E non è una diva dello spettacolo (ce n’erano anche allora!), non è un divo dello sport (ce n’erano anche allora!)… È una filosofa: una donna amante della sapienza



Riconoscimento:

  1. gli originali delle immagini riprodotte sono proprietà del Museo nazionale di Napoli.
  2. la numerazione delle lettere (che non segue l’ordine cronologico!) è ripresa dall’edizione “Les belles lettres” curata da Antonio Garzya.
 




sabato, agosto 24, 2019

La Candidata, operetta di Forzano e Leoncavallo



scena di cancan
Le nostre gonne / come bandiere / sventoleremo
(Inno femminista)



Cento anni fa moriva a Montecatini Terme il musicista Ruggero Leoncavallo.  È l’autore con cui, a suo tempo, ho avviato l’avventura di questo blog. (Forse qualcuno dei miei primissimi lettori ricorderà i tre articoli  dedicati appunto al Mameli di Leoncavallo e allo strano caso di Montale che di quest’opera (mai ascoltata!) scrisse la sua prima, fortunata
‘recensione’ musicale. Chi poi non li avesse letti, e gli venisse in mente di farsene un’idea – potrebbe trovarli in Montale1Montale2Montale3). 
Lasciar trascorrere questa ricorrenza senza dedicargli almeno una parola di ricordo mi sembrerebbe peccato d’ingratitudine. D’altra parte, però, è anche vero che questo valente ma sfortunato musicista, anche per morire ha scelto il momento meno indicato: il 9 agosto, ragazzi, a meno di una settimana dal ferragosto! Pensate al caldo soffocante di questi giorni: salvo malaugurati impedimenti, vi siete tutti dileguati, fuggiti chi al mare chi ai monti in cerca di un po’ di refrigerio e del meritato riposo. Con quale faccia potrei – rebus sic stantibus – venirvi a chiedere di dedicare anche solo qualche dozzina di minuti a opere impegnative, e magari d’argomento tragico? Meglio ripiegare sulla leggerezza dell’operetta.

Sorella minore dell’opera lirica

L’operetta – lo sapete ma ve lo ricordo – è un genere di teatro musicale di carattere leggero, basato su argomenti comico-sentimentali.  È caratterizzata da un linguaggio semplice e brillante, che alterna dialoghi recitati a danze e brani cantati in coro o da soli: arie, assoli, duetti, terzetti ecc. Insomma, una sorella minore della più paludata opera lirica, e persino della ridanciana opera buffa. Un genere un po’ snobbato dai musicofili di palato più esigente, ma non inadatto a noi e al clima torrido di questi giorni.
Ruggero Leoncavallo, comunque, non lo disdegnò. Vi ricorse, anzi, abbastanza spesso: un po’ per ragioni economiche (incombe anche sugli artisti la necessità di sbarcare il lunario!), un po’ per nostalgia dei suoi inizi parigini, quando viveva mantenendosi quasi esclusivamente componendo canzoni e suonando nei caffè-concerto.

Operetta, dunque. No, non aspettatevi l’ennesima riproposizione della Reginetta delle rose, la sua operetta più fortunata, apprezzata anche da Montale (Montale3). Vi presenterò La Candidata, meno nota e forse più stimolante. 

Lo so: proporre oggi un testo che mette in burletta gli inizi del  femminismo può apparire autentica provocazione. Che vi devo dire: se volete prenderla così, le mie spalle sono pronte per la lapidazione. Ma – sia chiaro – solo a lettura terminata. E… solo chi è immune da peccato potrà scagliare la prima pietra!

La Candidata: circostanze della composizione
ballerina di cancan cade dal cielo tra le braccia dell'uomo
La galanteria è una virtù, ma…

La Candidata fu composta tra la fine del 1914 e i primi del 1915, in un periodo di gravi difficoltà economiche, tanto che il musicista dovette vendere la villa che si era costruito in Svizzera, e darsi da fare per trovare il denaro necessario alla sopravvivenza propria e della signora Berthe, sua adorata consorte. Il ricorso all’operetta, meno impegnativa e di più immediato successo, gli sembrò la scelta più appropriata. A maggior ragione dopo l’esito trionfale della Reginetta, e la disponibilità di Giovacchino Forzano a fornirgli anche il nuovo libretto. 

La Candidata: riassunto

La trama proietta gli spettatori della belle époque in un futuro lontano quanto misterioso, il mitico 1990, fortunata epoca – si supponeva – di democrazia pienamente attuata.

L’atto primo, quadro primo, ci trasporta nell’immaginaria città di Noincy. Un’orchestra di sole donne, ovviamente diretta da una donna, sta facendo le prove dell’«Inno femminista», da cantare in onore della candidata delle donne, attesa in città tra qualche ora. Le istruzioni alle esecutrici da parte della direttrice (militante – altrettanto ovviamente – delle tendenze musicali più rivoluzionarie) ci dànno già un assaggio, una degustatio direbbero i Latini, di quanto seguirà. Oggi – spiega madame ‘la chef’ – la musica va intesa in senso simbolico: ciò che conta veramente è «quello che non si sente»! Anche se poi gli esempi non sembrano particolarmente calzanti. Come quando raccomanda che alla parola mariti l’entrata dei corni sia immediata, risoluta, stentorea!

la moglie lo reclama
… qualcuna, dimenticata nell’ombra,
vede; e non apprezza…


La situazione, e l’umore di fondo della commedia, poi, sono chiaramente impostati nel Duettino seguente. Sono in scena Eleonora, una delle principali attiviste, e il suo segretario Pevedan.

Le forme tue sì forti e vigorose,
la voce maschia che incantar mi sa,
le dolci labbra un po’ lanugginose [sic],
ti rendono un trionfo di beltà!

canta, struggendosi, Pevedan, con una vocina non sai se di fisicamente castrato o mentalmente evirato.

Speculare la brusca risposta resa dalla voce maschia e risoluta di Eleonora:

L’aspetto tuo timido e pauroso,
la voce chiara che sorrider sa,
e quell’odor sì forte e sì noioso,
interessante, o Pevedan, ti fa.

Sordo ai pressanti inviti a smettere di ricoprirsi di quel profumo nauseabondo, il segretario trova finalmente l’ardire di svelare il vertice delle sue aspirazioni erotiche:

Oh! Amor, non mi lasciar, mi stringi ancora.
Oh! Sentirsi da te sempre cullar,
fammi la ninna nanna e mi ristora
stringimi forte come tu sai far.

Finisce che la povera Eleonora, per mascherare il pestifero profumo dell’innamorato, tira fuori la pipa e… le smancerie del povero Pevedan trapassano in una raffica di eccì eccì…  


moglie e marito
… riecco la moglie! e la felicità
svanisce come sogno!

Il quadro si allarga: poco cambia, nella qualità del rapporto uomo/donna, quando al duetto si sostituirà addirittura un ottetto, con la contrapposizione di quattro mogli tiranniche ad altrettanti mariti vinti e rassegnati.

Ma ecco Aurora, la candidata, colei che sul tetro mondo maschilista sta per far sorgere il “solleone dell’avvenir”. In lei si appuntano le aspirazioni fiduciose di mille e mille donne; è lei l’eletta creatura da cui si attendono nientemeno che “ il riscatto della gonna”. Esultanti evviva si levano al suo apparire, mille “Cretino! Cretino!” insorgono al solo accenno all’ignoto avversario.

Il sole della gloria
per noi risplenderà
alfine la vittoria
il femminismo avrà!


E sulla base di questa certezza, sul bellicoso ritmo del decasillabo (ricordate il manzoniano «S’ode a destra uno squillo di guerra / a sinistra risponde uno squillo!»?) echeggia, terribile, il grido di guerra: «Guerra guerra, sterminio sterminio, / contro chi ci contende il terren!».  È il segnale, e il coro immediatamente attacca il canto di battaglia, l’«Inno femminista» (in Appendice testo integrale), che minaccia, tra l’altro, di far delle gonne altrettante bandiere (l'idea credo sia stata suggerita dalle tipiche figure del cancan, la danza tanto in voga nella Parigi di Leoncavallo). E, di fronte alle gonne alzate a vessillo, che cosa resterà agli uomini se non inchinarsi ammiranti?

quadriglia in corsa
Guerra guerra, sterminio sterminio!
(Inno femminista)

Il Quadro secondo ci trasferisce in camera da letto del Principe Franz, che – apprenderemo più tardi – è il diretto rivale della candidata femminista. Dorme in dolce compagnia, ma a un tratto rompe in un urlo. Che cosa sognavi? chiede Evelina preoccupata. In realtà il sogno era “dolcissimo”. (Sognava d’esser diventato Presidente della Repubblica!). Solo che all’improvviso il bel sogno si era trasformato in incubo premonitore: una donna, uscita dalla folla, lo voleva uccidere, armata di non si sa bene quale arma: forse un revolver, o un fucile, o un cannone, o forse niente più che uno stiletto… Ma più probabilmente era una bottiglia, una bottiglia di sciampagna… Allora ho gridato / allor m’hai svegliato / non più Presidente / ma re dell’amor!

Fattesi due risate, il principe e la sua compagna richiudono gli occhi. Appena qualche istante, ché subito un baccano infernale li risveglia: uomini e donne, guidati dal Prefetto, vengono ad annunciargli d’essere stato insignito della grande onorificenza del “Gran Cordone”, sicuro presagio di trionfo elettorale. Al colmo della festa, ecco un nuovo personaggio: il Pellerossa, messaggero di M.me Sofronia, tenutaria di una casa parigina non proprio di specchiata onestà. 
Porta un fascio di lettere, indirizzate – oltre che al Principe – al Prefetto, al Guardasigilli, al Ministro degli Esteri e, naturalmente, al Presidente del Consiglio dei Ministri, oltre a un buon numero di titolati papaveri. Insomma, una “circolare” in piena regola, osserva Franz. I suddetti signori “clienti” sono tutti invitati, per sabato notte, a un numero assolutamente originale. E, in chiusura, Madame ammonisce che non sono tollerate assenze!


L’Atto secondo si apre nel salone parigino di Madame Sofronia. La “festa a sorpresa” in realtà è stata organizzata dalle femministe, con l’intento di raccogliere fondi per finanziare la campagna elettorale… a spese dei polli.  
Vi troviamo un certo numero di ‘cavalieri’ (affiancati da donne compiacenti), bisognosi di qualche tirata di oppio per stordirsi un po’ più di quanto lo siano abitualmente.

Ma ecco, alla chetichella, arrivare alcune nostre conoscenze. Ma sì, sono loro: le quattro mogli-padrone dell’inizio; Eleonora, naturalmente, con l’immancabile appendice del segretario Pevedan. Il quale, peraltro, non fa che restare impalato in fondo alla sala (come un figurante di balletto), simbolo vivente del maschio latino.

uomini in cilindro
Al Salone di Madame Sofronia:
giunge il signor Presidente
(signore ‘di molto riguardo’!)
giunge il Guardasigilli,
giunge il signor Prefetto…
Tocca alla candidata il numero principale della serata: la danza dei sette veli, da dismettere progressivamente davanti agli occhi cupidi degli uomini. Aurora è esitante: vorrebbe tirarsi indietro, i sogni d’un tempo (sogni d’amore!), si ripresentano dolci, indimenticabili, implacabili… Ma la causa è la causa: le compagne la spronano, la minacciano… «Pensa! / Rifletti! / Non ricusar! / Non ricusar! Esser eletta /esser felice /o traditrice! o traditrice!»… No, non sarà traditrice.

Giungono i quattro mariti che, a vedere Sofronia, rabbrividiscono. Ma presto ciascuno si rassicura: no, non è quell’arpia di mia moglie!
Rivelano a Sofronia che non vedono l’ora di cogliere le mogli in flagrante e farle deportare (come nella nota scena della Manon pucciniana!). Finora non le hanno mai tradite – dicono; ma ora muoiono dalla voglia di farlo. Per l’appunto – dice Sofronia; qui ne avrete ampia facoltà!
Naturalmente le odiate consorti sono lì, dietro una tenda. Tra giochi di luce, si mostrano e non si mostrano, tanto che gli uomini si devono convincere di soffrire di allucinazioni e, in conclusione, il Prefetto, arrivato nel frattempo con gli altri invitati, ne ordina le reclusione in manicomio.

Il momento fatale è giunto. Il coro delle donne dà inizio al Valzer dei sette veli. Appare Aurora, avvolta dalla stupefatta ammirazione degli uomini presenti.  Riluttante, ma rassegnata. La causa è la causa… E dunque sia! Comincia il rito: via il primo velo (per la causa!), via il secondo velo, via il terzo… Al cadere d’ogni pezzo, cresce il brusio d’ammirazione maschile. Cade anche il sesto… “Stop! Fermi tutti!” grida il Principe Franz sopraffatto dal fascino. “Ecco qui un assegno in bianco!”. Il settimo velo cadrà in esclusiva: quelle forme appena intraviste solo lui potrà ammirarle senza veli! Le donne sono al colmo della felicità. Ma Aurora è più imbarazzata che mai. Rimasta sola con Franz, deve riconoscere la sua sconfitta: «No, pregiudizi no, non son / le vecchie e sante verità! »

Franz dapprima pensa sia una tecnica di raffinata seduzione per acuire il desiderio, ma poi deve rendersi conto che la donna è sincera, che il suo imbarazzo è autentico. Sospetta un imbroglio, e vuol vederci chiaro. Ottenuta la promessa del segreto, Aurora confessa: «Io sono in questa orrenda situazione critica…» / «Perché? Per qual ragione?» / «Per ragione politica!».
Segue rivelazione del nome – con divertito, reciproco riconoscimento – e la saggia conclusione:

Il femminismo può portar
a tali strane situazion;
se la politica può disunir
due candidati, può unir
l’amor!


L’atto terzo si apre, in una sala dell’Hotel di Noincy, con l’autopresentazione del Coro:

La lotta elettorale
costituisce il nostro carnevale!
È la stagione lieta
nella quale fiorisce la moneta!
Noi siamo i veri alfier degli ideali,
noi siamo i galoppini elettorali!

E, via via ulteriormente specificando, giungono alla naturale conclusione:

Le idee non discutiamo!
Per chi ci dà di più noi lavoriamo!

Giungono il Prefetto e il Presidente del Consiglio. Giungono i mariti, che si prostrano davanti al Presidente per pregarlo d’una grazia: essere rispediti in manicomio, da cui erano stati liberati, pur di sfuggire alle grinfie delle mogli. Il Presidente reagisce seccato, vorrebbe cacciarli via, ma non c’è verso. Ma basta l’annuncio dell’arrivo delle signore mogli... e i mariti spariscono in un batter di ciglia.

Riappaiono Aurora e Franz. Confermano il reciproco amore con un abbraccio e salutano gli elettori:

Ti salutiamo, caro elettor!
Fuggiamo insiem! Sconfitti siam!
Vinsero solo i nostri cuor.
Viva l’amor, viva l’amor!

Con grave costernazione e disapprovazione del Coro:

Della politica reietti son.
Morte all’amor! Morte all’amor!

Al pubblico – e a voi – la scelta tra le due contrapposte posizioni di Viva e Morte!




La musica e il successo teatrale

Il libretto di Forzano, per la massima parte in versi, considerato nel suo genere è un ottimo libretto: ben costruito (anche se qua e là si eliminerebbe volentieri qualche lungaggine), con una versificazione in genere ritmicamente corretta e scorrevole. E i critici dell’epoca gli riconoscono non pochi meriti per la riuscita complessiva dell’operetta. 

E la musica?
Confesso. Di questa operetta io non ho sentito nemmeno una nota. Ho bensì potuto dare una fuggevole occhiata, nel religioso silenzio della Nazionale di Firenze, a qualche pagina dello spartito per canto e pianoforte. Insufficiente, in ogni caso, ad autorizzare una valutazione complessiva in chiave personale. Né, d’altra parte, ho le doti (e l’ardire!) che consentirono a Montale di scrivere (sul mai ascoltato Mameli) una recensione che, a suo dire, ebbe l’entusiastica approvazione dell’autore. Non mi resta che affidarmi agli spettatori e ai critici che assistettero alla prima (presentata contemporaneamente a Roma e a Torino la sera del 6 febbraio 1915).

Gli spettatori – che sono, non dimentichiamolo, i destinatari privilegiati di ogni lavoro teatrale – non ebbero dubbi: le accoglienze furono, in entrambi i teatri, “calorosissime”. A Roma, dove erano presenti i due autori, addirittura trionfali.

I critici, come spesso accade, sono meno concordi.
Molto lusinghiera la recensione di Mario Corsi sulla «Tribuna», che nel lavoro del duo Forzano/Leoncavallo vede l’avvio di un’operetta italiana, finalmente affrancata dal predominio del lamentoso modello viennese, una “musica piacevole, facile e fresca”. Apprezza i numerosi spunti parodistici del compositore, non solo nell’«Inno femminista», dove l’allusione all’«Inno dei lavoratori» era pressoché inevitabile per il musicista non meno che per il librettista. Corsi rileva anche spassosi accenni parodistici  alla marcia trionfale dell’Aida (nel finale dell’atto I) e alla musica russa (Canzone del principe russo, poco dopo l’inizio dell’atto II).
«Limpida e ispirata la vena del maestro sgorga nel “valzer dei sette veli”» (tema assai languido e voluttuoso, seguito da una seconda parte brillante).

Più sfumata – o, meglio,  contrastata – la recensione dell’anonimo critico della «Stampa» di Torino.
Parte con una sconsolata dichiarazione di resa: «il pubblico rise, mostrò di divertirsi, applaudì. La critica è disarmata. In un’operetta, pubblico che ride, vittoria completa». Eppure… Eppure il critico non vuole darsi per vinto. Sì, è vero… insomma il pubblico si è divertito… Ha mostrato di apprezzare la musica di Leoncavallo «per la spontaneità, per ciò che è in essa di facilmente afferrabile, per la sincerità con cui essa è scritta, per qualche spunto melodico veramente bello, per l’arte indiscutibile del compositore nel saper bene comporre e quadrare la scena» E il critico, invece? Sì, per dire la verità anche il critico ha riso, si è divertito, ma solo qua e là, solo un poco; certo, la musica è anche «briosetta e talora persino soffusa di un certo piacevole umorismo»… Ah! Ma allora, cos’è che non va? Be’, c’è che si tratta di “forme note”…. Insomma: “ Che ci ha detto il Leoncavallo che non sapessimo?”

Il fatto è che il pubblico (e soprattutto il pubblico dell’operetta) va a teatro non necessariamente per imparare cose nuove! Ci va anche per divertirsi; e se tale divertimento non scade nella volgarità, se non va a scapito del buon gusto estetico, che cosa c’è di male? L’eleganza mozartiana, la profondità beethoveniana si situano a ben altro livello, ci mancherebbe. Ma la vita ha bisogno anche di momenti più rilassati. «La musica corre. Corre l’azione»… Appunto! E questo, in certi casi, può bastare.


Antifemminismo?
ballerina irresistibile attrazione
Le nostre gonne 
come bandiere /solleveremo!
E a quella vista
ognun si deve curvar!
(Inno femminista)

Eh be’, sì, certo – direte; ma però…  È che qui ci si burla di nobili ideali…
Eh via! La satira di Forzano (Leoncavallo si limita ad assecondarla), questa satira all’acqua di rose, può offendere, forse, le frange del femminismo estremo americano, misandre più che femministe, non certo le donne che orgogliosamente si battono per la parità dei diritti. Semmai il libretto di Forzano lascia perplessi sotto un altro punto di vista, quello più squisitamente politico della democrazia e dei diritti dei lavoratori. Certo, ad uccidere l’inno al  sol dell’avvenire  non è stata la parodia di Forzano e Leoncavallo, come mostrava di credere Mario Corsi. Quell’inno è stato cantato con fede e passione fino a qualche decennio fa. Ad ucciderlo, almeno per ora, è stata la svolta politica seguìta al crollo del muro di Berlino, proprio in prossimità di quel fatidico 1990 in cui Forzano ambienta la sua rivoluzione femminista. Più insidiosa, invece, la messa in burletta degli ideali democratici, evidente nell’«inno dei galoppini»; il quale, agli occhi di perfezionisti e antidemocratici di varia origine e natura, trova facile conferma negli immancabili esempi di corruzione!  
Del resto, per tornare alle presunte offese al femminismo, da che mondo e mondo la “guerra” tra i sessi è soggetto di burla, proprio perché insensata, stante l’insopprimibile  complementarità di uomo e donna. Basterebbe ricordare il vecchio Aristofane (vecchio di duemilaquattrocento anni!). Chi ha qualche conoscenza di letteratura greca avrà sentito parlare di commedie come Le ecclesiazuse (cioè le “donne riunite in assemblea”, col nobile intento di sostituire l’insoddisfacente governo degli uomini): grande soddisfazione generale all’inizio, ma poi alle prese con i problemi sorti dalla concreta applicazione del comunismo integrale, ispirato a un principio di esatta equità; problemi particolarmente spinosi e inestricabili nella difficilissima gestione della condivisione dei maschi e del diritto di prelazione sancito dalla legge a favore di brutte e vecchie! O l’indimenticabile Lisistrata, dove la serietà e nobiltà dell’assunto (costringere gli uomini a porre fine all’interminabile Guerra del Peloponneso) non  impediscono gli esilaranti espedienti per aggirare lo sciopero dell’amore (contro i mariti guerrafondai) da parte di congiurate incapaci di resistere alla prolungata privazione di quello che amano non meno dei loro uomini!

E poi, diciamo la verità: in questa commedia ad essere messe in burletta non sono soltanto le donne. Le quali, anzi, ne risultano in certo qual modo giustificate (la legittima difesa è riconosciuta dalla legge!). Ditemi voi come altro potrebbero reagire donne che avessero a compagni di vita uomini come i mariti dell’ottetto, maschi che avessero a modello ideale il desessuato Pevedan!

Ciò che è messo giustamente in ridicolo è la pretesa di esorcizzare attitudini e sentimenti che fanno parte della natura umana e di ogni sana compagine sociale. Per cui – oggi più che mai! – vale la pena ripetere con l’eroina:

No, pregiudizi no, non son
le vecchie e sante verità!
Pregiudizio non è la mia fierezza,
il mio candor, la mia onestà!

Né lo è l’amore, quello vero!

Se voi non siete d’accordo, allora fate bene a lapidarmi. Ma… – ricordate – solo chi è senza peccato!


la ballerina ci saluta
Aurora ci saluta:
salvo è il settimo velo!
e salvo il sesto… e il quinto…e il quarto…



Appendice

Inno femminista

Guerra guerra, sterminio sterminio,
Contro chi ci contende il terren!

Orsù compagne,
orsù care sorelle,
marciam, marciam, marciamo
in fitta schiera.

Venite! Sotto
la nostra bandiera
risplende il solleone
dell’avvenir.

Il gran riscatto,
riscatto della gonna
sarà l’opra di donna
di donna, di donna!

O noi vivrem
vivrem da padrone
oppur faremo l’uomo
con arte crepar!
Sì, sì, crepar!

Le nostre gonne,
come bandiere,
sventoleremo
ai rai del sole!

Come bandiere
solleveremo!
E a quella vista
ognun si deve curvar!

Su fate largo
passan le donne,
non più strumento
di vili ebbrezze!

Non più profumi
non più carezze
ma con la tessera
e la scheda
in man!

E senza ambagi
pensiamo ai suffragi
L’ostracismo! L’ostracismo
agli avversari
del femminismo!

Curvi contriti
tutti i mariti
a terra giù!

Guerra guerra, vittoria vittoria!
Guerra guerra, furore furor!



Riconoscimenti
Le immagini sono tratte da fotogrammi di French Cancan di Jean Renoir (1954), opportunamente scelti e ritagliati per adattarli a commento umoristico dell'argomento.