domenica, ottobre 04, 2020

Gramsci e l'attuale deriva culturale dell'Occidente

 

                                 

Gramsci e Scruton

 


                        

Da dove parte l’attuale deriva culturale dell’Occidente? Chi, che cosa c’è alla sua radice? Non ci crederete, ma è un italiano. Antonio Gramsci. Ma come? All’origine di tutto questo colossale sommovimento il piccolo (di statura) intellettuale sardo-torinese, che trascorse buona parte della vita adulta nelle prigioni fasciste? Ebbene sì: almeno per il filosofo inglese Roger Scruton non ci sono dubbi. L’attuale disorientamento della nostra cultura sarebbe l’esito – certamente preterintenzionale – della teoria gramsciana della necessità di sostituire all’egemonia della classe borghese una egemonia culturale di matrice proletaria, e del connesso ruolo intrinsecamente rivoluzionario attribuito agli intellettuali

Prima, però, una doverosa premessa metodologica e qualche cenno sull’autore di questa ipotesi interpretativa.

 

Premessa 

 In questo e nel prossimo post, il mio intento è di presentare ai lettori l’interpretazione che di Gramsci dà Scruton, dal suo punto di vista e in relazione al suo tema. Dato il carattere prevalentemente divulgativo di questo blog, e i limiti imposti dal ‘genere’, esula da questo lavoro una disamina critica sulla correttezza di tale interpretazione, come quella sulla collocazione storica di questo o quel concetto gramsciano nell’ambito della trattatistica d’ispirazione marxista (come, p. es., il rapporto del concetto di egemonia con la sua ascendenza leninista). Lascio la discussione di tali punti ai lettori e agli specialisti. Chi vuole può, eventualmente, prendere le mosse da Eugenio Garin (Intervista sull’intellettuale, del lontano 1997) che, nel concetto gramsciano di egemonia, vede una conversione alla conquista del potere per via di “persuasione”, la rinuncia alla violenza; e, in tal senso, considera i Quaderni del carcere «il maggior monumento alla critica dello stalinismo che sia nato all’interno del pensiero comunista». Un punto, questo, sottolineato dallo stesso Scruton.

Per quanto mi riguarda, mi ritengo soddisfatto se la mia trattazione risulterà chiara al lettore e fedele alla lettera del testo scrutoniano.

  

Roger Scruton

 Sir Roger Scruton, venuto a mancare proprio quest’anno (12 gennaio 2020), è un filosofo o, forse meglio, un poligrafo inglese. Di lui ho già scritto qualche tempo fa (v. Scruton 1) in relazione alla musica e al valore del silenzio. Qui basterà qualche cenno sulla sua posizione politica.

Scruton si definisce un conservatore… Un momento: ai più schizzinosi tra i “progressisti” mi permetto di suggerire di considerare – prima di storcere la bocca – l’esatto significato che il termine assume in relazione al nostro soggetto. Il quale ha più volte chiarito e ribadito che conservatore è, per lui, chi è convinto che la nostra civiltà ha elaborato valori e istituzioni che vale la pena di conservare. Chi è convinto che distruggere ciò che esiste – magari difettoso – è molto facile, mentre ben più difficile risulta costruire qualcosa di alternativo altrettanto valido e duraturo. Un conservatorismo – come già scrivevo nel post citato «che non disdegnerebbe il motto di Edmund Burke, scrittore politico del Settecento, che nella “propensione a conservare” e nella “capacità di migliorare” vedeva le qualità costitutive del perfetto uomo di Stato».

Coerentemente, nel panorama della politica inglese, si è sempre dichiarato favorevole ai Tories. Ma i suoi rapporti con quel Partito sono stati non di rado conflittuali (Vedi, p. es., lo scorso anno, le dimissioni da un incarico pubblico, svolto a esclusivo titolo onorifico, imposte dal Partito in seguito a un articolo calunnioso che su di lui aveva pubblicato un giovane socialista rampante, poi clamorosamente smentito). In ogni caso, le sue idee politiche possono – e devono – essere discusse, ma – a mio avviso – è indiscutibile che in lui sullo spirito di parte ha sempre fatto aggio il filosofo, il ricercatore, strenuo difensore della Verità e dei Valori in cui profondamente credeva.

 

George Eaton immortala (via Twitter) il suo entusiasmo, 

il suo momento di gloria per essere riuscito, con le sue calunniose insinuazioni, 

a provocare le forzate dimissioni di Scruton dall’incarico di consigliere governativo per l’architettura


 Di Gramsci Scruton si occupa – dedicando all’argomento un capitolo di una quarantina di pagine – nel libro provocatoriamente intitolato Fools, Frauds and Firebrands (che, con qualche libertà, potremmo tradurre Imbecilli, Impostori e Incendiari, così da spostare sulla I la triplice allitterazione nell’originale assegnata alla F). Si tratta del rifacimento (London, Bloomsbury, 2015) di un precedente volume da lui pubblicato trent’anni prima col più anodino titolo Thinkers of the New Left (Pensatori della nuova Sinistra) – ripreso come sottotitolo nella recente riedizione – che gli aveva fruttato l’emarginazione accademica e la sostanziale espulsione da tutte le Università del Regno. Emarginazione di cui ebbe molto a soffrire, ma che seppe trasformare in un trampolino di lancio per la costruzione di una propria autonoma personalità culturale che finì con l’imporsi, fino alla consacrazione ufficiale sancita dal Regio Decreto che lo iscrive all’albo dei cavalieri, con connesso diritto all’appellativo “sir” premesso al nome. 

 

Attualità delle tesi gramsciane

Ma – chiederete – perché uno scrittore così alieno, starei per dire così allergico alla sinistra, si interessa a un intellettuale comunista, a un uomo politico italiano, appartenente, cioè, a una nazione, a una cultura, cara al filosofo inglese ma che gran parte degli Italiani, segnatamente gli intellettuali ‘progressisti’, considerano, negli atteggiamenti prima ancora che nelle parole e negli scritti, assolutamente marginale e (immancabilmente!) provinciale?

L’importanza di Gramsci per noi, oggi – risponde Scruton – «poggia sul suo risoluto tentativo di spostare l’opera della rivoluzione dalle vie e dalle fabbriche nel dominio dall’alta cultura. Ridisegnò il programma della sinistra come una rivoluzione culturale, una rivoluzione che poteva essere compiuta senza violenza, e il cui sito sarebbero stati le università, i teatri, le sale di lettura e le scuole, dove gli intellettuali trovano il loro pubblico precipuo. L’opera della rivoluzione doveva, d’ora in poi, comprendere un attacco al vecchio curriculum, e alle opere d’arte, alla letteratura e alla critica ad esso pertinenti. Doveva essere opera di sovversione culturale, capace di mettere a nudo le reti di potere, le strutture di dominio che stanno nascoste alla base dell’alta cultura e della nostra civiltà, con lo scopo di liberare le voci da essa soffocate. E tale è stato poi sempre il nuovo curriculum negli studi umanistici» (corsivi miei).

 

Il trionfo di Gramsci

A certificare il trionfo di Gramsci nella cultura in voga in Europa nel II dopoguerra bastino un paio di citazioni di esponenti di quella stagione.

«Gramsci era uno straordinario filosofo, forse un genio, probabilmente il più originale pensatore comunista del XX sec. nell’Europa occidentale» scrive Eric Hobsbawm. «Se eccettuiamo i grandi protagonisti della rivoluzione Sovietica, non c’è personalità nella storia del movimento operaio la cui persona e opera abbiano suscitato interesse più grande di quelle di Gramsci» gli fa eco Norberto Bobbio. «Chi ha realmente tentato di approfondire le indagini di Marx ed Engels? Mi viene in mente solo Gramsci», confessa Louis Althusser.

Il mondo accademico si è prontamente adeguato. Gramsci è stato fatto oggetto di mille e mille corsi universitari, «come teorico politico, rivoluzionario, critico della cultura e filosofo». Risultato, questo, di un «vasto movimento di simpatia, una sorta di fame di guida morale e intellettuale, che ha selezionato Gramsci come proprio oggetto, che si è stretto appassionatamente a lui nel corso degli ultimi decenni del XX sec., e che solo ora comincia a svanire».

 

Ragioni della sua popolarità

A che cosa è dovuta, propriamente, tutta questa simpatia per un intellettuale e uomo politico italiano, noto, in vita, quasi soltanto in Italia (se si escludono, ovviamente, i vertici delle organizzazioni internazionali del movimento operaio)? A giudizio di Scruton, al concorrere di diverse ragioni che cercheremo di sintetizzare.

 

a)      L’archetipo dell’eroe rivoluzionario

Lo scrittore inglese premette che, per i marxisti, l’eroe rivoluzionario dev’essere sì risoluto uomo d’azione, ma è altrettanto indispensabile che sia un uomo di cultura, un intellettuale. Si spiega così, a suo giudizio, la ricorrente pratica agiografica di esaltare i leader del marxismo come dotati di intelligenza superiore. (Ne sarebbero esempi, oltre a Marx ed Engels, Lenin, Stalin, Mao, Ho Ci Minh, Che Guevara…). Pratica, questa, che garantisce due risultati: sul piano strettamente politico, la sinistra è presentata come riscatto, in una battaglia mortale della verità e della purezza d’intenti contro l’errore e la corruzione; sul piano culturale, dà fondamento teorico all’attacco e alla conquista delle istituzioni culturali.

Ciò premesso, appare chiaro che, «per la romantica generazione dei baby-boomers», Gramsci, l’intellettuale di salute cagionevole, avversario intelligente e irriducibile del fascismo e vittima di esso, era un “simbolo perfetto”, «l’archetipo dell’eroe rivoluzionario, messo a tacere durante la vita», e pronto a riemergere “come puro spirito” negli scritti che aveva lasciato.

Questo aspetto è reso ancora più importante dal fatto che il ‘persecutore dell’eroe’ è presentato come l’antitesi dell’ideologia marxista. Una contrapposizione destinata a lunga durata e a impreveduti sviluppi, e frutto proprio del pensiero gramsciano, che applica alla specifica opposizione italiana ‘comunismo vs fascismo’ la secca dicotomia già posta da Lenin («L’unica scelta è: o ideologia borghese o ideologia socialista; altra via non c’è»), e che Scruton sintetizza in un eloquente «devi volere quello che diciamo noi, altrimenti sei fascista!». Una semplificazione probabilmente un po’ troppo brutale riferita a Gramsci, ma perfetta se applicata a certi sedicenti ‘movimenti antifascisti’ del panorama politico attuale.

Ma c’è di più.

 

b)      La filosofia della prassi e il ruolo degli intellettuali

 L’idea dell’eroe rivoluzionario – scrive Scruton – per i marxisti è stata sempre un problema. Anzi, uno dei più interessanti paradossi del marxismo sarebbe proprio questo: essere riuscito a combinare «una teoria della storia che nega l’efficacia della leadership con una pratica rivoluzionaria il cui successo è dipeso interamente dalla leadership». 

La dottrina marxista, specialmente nella versione del “materialismo volgare” di Bucharin, presenta infatti, a questo riguardo, problemi molto gravi.

Se lo sviluppo della “sovrastruttura” è inestricabilmente legato all’evoluzione dei modi di produzione, quale spazio resta per l’azione politica? D’altra parte, se la base si muove ineluttabilmente in risposta all’evoluzione delle forze di produzione, come può un sistema sociale sopravvivere al momento in cui entra in conflitto con lo sviluppo economico?

Gramsci nei suoi scritti affronta risolutamente questi problemi, risolvendoli con la sua peculiare filosofia della prassi.

Il fatto è – rispondeva il filosofo italiano – che il dominio di classe è più complesso di quanto potrebbe sembrare. Nel mondo capitalistico, la classe borghese detiene il potere non soltanto grazie al possesso dei mezzi di produzione, ma anche perché è riuscita a costruire una egemonia all’interno della società civile e dello Stato, riservando a se stessa i compiti di governo e le posizioni-chiave in tutte le istituzioni. Religione, istruzione, comunicazioni, insomma l’intera società civile è sotto il controllo borghese. Tale egemonia garantisce a questa classe un duplice vantaggio. Da un lato rende possibile un’azione politica ‘concertata’, volta al controllo degli effetti di una crisi economica, in modo da garantire la sopravvivenza di un ordine sociale funzionale al proprio potere. Dall’altro pone nelle mani di una classe dominante gli strumenti di istruzione e indottrinamento, con cui propagare la fede nella sua legittimazione.

Questa convinzione implica, a giudizio di Scruton, nientemeno che la falsificazione della teoria marxista della storia, che spiega ogni evoluzione storica come prodotto di cambiamenti nell’infrastruttura economica; il riconoscimento che «l’evoluzione storica è risultato di volontà politica» (come sostenuto dagli storici ‘borghesi) «non meno che risultato di processi ‘materiali’».

Gramsci “vela” il carattere rivoluzionario di questo suo assunto ricorrendo al gergo marxista e parlando di «relazione ‘dialettica’ tra sovrastruttura e base». Ma la sostanza è quella. Ad ogni modo, «il rifiuto gramsciano del determinismo marxista è fondamentale per la sua filosofia della prassi. Lo mette in condizione di fare ciò che il marxismo classico non può: riabilitare la sfera politica».

In questa nuova visione la politica deve porsi come compito primario quello di smantellare la ‘sovrastruttura’, creata dal regime borghese, attraverso quella che in seguito sarà chiamata “una lunga marcia attraverso le istituzioni”. Compito, questo, che non può essere svolto dal basso, dalla mitica classe operaia. Per un esito positivo è indispensabile l’attiva collaborazione di chi detiene il sapere. Spetta agli intellettuali il ruolo di guida, a condizione che rinuncino alla figura tradizionale dell’intellettuale sganciato dalle masse, per assumere il ruolo di intellettuale organico, cioè organicamente legato al partito della classe operaia, inserito a pieno titolo nel blocco storico di operai e contadini. Spetta invece al Partito Comunista (il “moderno principe”) il compito di cementare questo blocco, indicare gli obiettivi supremi e armonizzare la lotta per raggiungerli, coniugando «il corretto pensiero con la forza bruta».

   

Torino 1920: occupazione delle fabbriche

 È, probabilmente, il momento più entusiasmante

nella vita politica di Antonio Gramsci



Obiezioni irrisolte

A giudizio dello scrittore inglese, le tesi gramsciane prestano il fianco a gravi obiezioni. Gramsci – p. es. – non si pone il problema dei conflitti sociali che fatalmente sorgono, anche in una società organizzata secondo i dettami del comunismo, stante la natura umana che è quella che è. In altri termini, non si pone il ‘problema dell’opposizione’. E questo perché – è sempre l’opinione di Scruton – l’ideologia comunista condivide con quella fascista un sovrano disprezzo per l’opposizione. I marxisti sono convinti che i conflitti sociali siano il frutto di rapporti di produzione conflittuali, e quindi sarebbero destinati a dissolversi con l’instaurazione di una società socialista. In realtà, ribatte Scruton, la conflittualità tra individui e tra gruppi è, più semplicemente, un dato della natura umana. Stando così le cose, la convinzione di poterla rimuovere equivale a «coltivare una speranza inumana, e incamminarsi verso azioni inumane».

Ma obiezioni gravi si presentano anche dal punto di vista interno al marxismo. Tanto per cominciare: gli intellettuali non sono una vera ‘classe sociale’, se è vero che questa si definisce solo in termini economici. E poi: perché mai ‘le masse’ dovrebbero accettare tranquillamente il ruolo assegnato al Partito – significativamente definito “moderno principe” – con l’enorme concentrazione di potere nelle mani di una ristretta élite? E perché dovrebbero accettare il ruolo predominante attribuito agli intellettuali organici al Partito? Perché dovrebbero trovare preferibile «essere dominate da una élite intellettuale piuttosto che da una egemonia di onesti borghesi?».

Scruton riconosce che Gramsci qua e là nei Quaderni del Carcere affronta problemi di questa natura, ma forse non ebbe il tempo e il modo di prospettare soluzioni convincenti.

Tuttavia la realtà profonda – anche alla luce degli scritti precedenti – appare a Scruton un’altra. Il dato fondamentale è, a suo giudizio, che nella elaborazione intellettuale gramsciana ebbe molta parte la contemporanea, traumatica esperienza del fascismo.

 

 Fascismo e Comunismo

La fortuna del movimento fascista aveva posto sotto gli occhi dell’esponente comunista fatti estranei all’ideologia marxista, eppure incontrovertibili. P. es.: a) «esistono intellettuali attivamente anticomunisti» (v. Mussolini e collaboratori); b) «esistono molti non-intellettuali disposti a farsi guidare da loro». Come spiegare questi fatti? E – domanda ancora più importante – come ha fatto Mussolini a conquistare il potere? 

Ed ecco qualche risultato dell’inesausta ricerca gramsciana.

a)    L’invenzione di una nuova classe sociale

Premesso che le masse (operai e contadini) non possono – per definizione – essere fasciste, il fascismo non può non avere fondamento borghese. D’altra parte stava sotto i suoi occhi il fatto che la massima parte dei sostenitori di Musolini erano tutt’altro che borghesi nel vero senso della parola. Gramsci deve dunque correggere il tiro. Si inventa, così, una nuova classe sociale: i fascisti italiani sono «lo strato più basso della borghesia»; insomma, «movimenti come quello fascista sono movimenti della classe piccolo-borghese» (corsivo mio). Ed ecco trovata una comoda ‘scappatoia’ – dice Scruton – destinata a largo impiego, ampiamente abusata anche, p. es., da chi vuole immunizzare il proletariato tedesco da eventuali accuse di compromissione con gli orrori del nazismo.

b)    Una società frammentata

L’analisi dei modi dell’ascesa del fascismo, e della sua capillare diffusione nella società italiana dell’epoca, avrebbe portato Gramsci a un’altra importante scoperta: la società «è composta di mille piccole istituzioni, mille associazioni, mille modelli di comunicazione e risposta». Il segreto della politica – aveva dimostrato Mussolini – stava nel «penetrare all’interno di ciascuna di queste entità, e – salvaguardando il potere egemonico in esse contenuto – imporvi la ferrea disciplina di una leadership di partito».

 

Una conclusione paradossale

Quest’ultima ‘scoperta’ gramsciana porta lo scrittore inglese a una conclusione indubbiamente paradossale.

Il modello originale della gramsciana teoria dell’egemonia è nientemeno che il corporativismo fascista! Il fatto è – dice Scruton (e qui davvero si stenta a crederci, anche se i rapporti tra Gramsci e Mussolini non corrispondono esattamente alla vulgata messa in circolazione dal PCI togliattiano) – il fatto è che «la teoria dei Quaderni del Carcere è proprio la teoria del fascismo: cioè di quel potere che aveva prevenuto l’ambizione di Gramsci, realizzandola in altre mani». Anzi, sarebbe stata proprio la più o meno confusa consapevolezza di questa profonda somiglianza tra i due movimenti a spingere Gramsci ad accentuare quella (presunta) polarizzazione tra fascismo e antifascismo (già accennata di sopra) destinata ad essere continuamente riproposta.

 

Un richiamo irresistibile

A dispetto di queste e altre obiezioni che negli scritti di Gramsci non trovano risposta convincente, o non sono nemmeno accennate, il ruolo di vitale importanza, da lui attribuito agli intellettuali per la costruzione dell’egemonia, la sua riscrittura del programma della sinistra come programma di «una rivoluzione culturale» (una rivoluzione – lo abbiamo già visto – «che poteva essere compiuta senza violenza, e il cui sito sarebbero stati le università, i teatri, le sale di lettura e le scuole») doveva fatalmente suscitare un richiamo irresistibile per la categoria. Pensate: la rivoluzione non come fatalità, bensì azione intrapresa da personalità eroiche. E, per rientrare nell’eletta schiera di queste personalità, nemmeno il bisogno di sporcarsi le mani in una fabbrica! «Tu puoi tranquillamente accedere a qualunque comodo ufficio ti è stato offerto, e di lì lavorare per l’abbattimento dell’egemonia borghese, godendone contemporaneamente i frutti». Ah, non averci pensato prima! «Una filosofia come questa è proprio quello che ci voleva per un intellettuale». Ed è la… «naturale filosofia della rivoluzione studentesca»! 

Ovviamente per il povero Gramsci non era stato così, ma… si sa, quelli erano altri tempi.

 

La famiglia di Gramsci:

la moglie Giulia e i figli Delio e Giuliano.

Quest’ultimo, nato a Mosca un paio di mesi prima del suo arresto,

il padre non ebbe mai la fortuna di vederlo.




Postscriptum

Nel prossimo post (Gramsci 2) lasceremo la storia, sia pure recente, per entrare nel vivo dell’attualità. Vedremo l’incredibile metamorfosi che l’istanza gramsciana di una rivoluzione culturale subisce in un Paese (gli USA) dove viene a mancare l’elemento basilare di quella teoria: una classe operaia rivoluzionaria. Ed assisteremo all’accanito tentativo di smantellare i fondamenti stessi della civiltà occidentale.

mercoledì, aprile 29, 2020

Ricordo di Paola Borboni


Paola Borboni trentenne
Paola Borboni
nello splendore dei suoi trent’anni

Non vorrei lasciar passare questo triste mese di aprile senza condividere un ricordo della bravissima attrice Paola Borboni (su di lei vedi anche Nicolaj), scomparsa venticinque anni fa proprio il 9 di questo mese. Un ricordo pieno di ammirazione per il fresco senso dell’umorismo e la vivacità intellettuale a dispetto delletà già molto avanzata.

La vidi recitare a Lubiana in una sera di giugno del lontano 1988. Interpretava il ruolo di Madeleine (con Anna Perino nelle vesti della ragazza) in Savannah Bay, una pièce scritta da Marguerite Duras cinque anni prima, ma della quale, ahimè, non sapevo proprio nulla.
Luogo dell’evento la piccola sala del Mladinsko Gledališče, piuttosto squallida (come da copione, avrei saputo in seguito). Pubblico poco numeroso. Né avrebbe potuto essere diversamente, se si pensa che la recitazione era in italiano e, già di per sé, il testo non è di facile comprensione.

Frammenti di memoria, talvolta ossessivi, sempre incoerenti e pieni di incertezze: episodi ed emozioni vissuti nella vita reale o soltanto nel teatro? Ma teatro e vita reale s’intrecciano e sembrano convergere verso un nodo doloroso, anzi tragico. Lo lascia indovinare anche la scelta delle musiche, in particolare gli accenni deformati ai Pagliacci di Leoncavallo (“Un nido di memorie”…, “E se Arlecchin”…). Azione scenica piuttosto monotona, nonostante misteriosi frastuoni amplificati dalla cassa acustica che ci sta proprio vicina (siamo in terza fila) e che spaventano la mia bambina (che tuttavia resiste eroicamente fino alla fine, sempre attenta, chiedendo di tanto in tanto spiegazioni: perché piange? Perché raccoglie quelle palle e le mette nella cesta? Perché giocano?...).

Paola Borboni in Così è (1986)
Paola Borboni
in Così è (se vi pare) – 1986
Il testo sembra scelto su misura per la Borboni, questa vecchietta ultraottantenne ancora in forma. Difetta ormai di memoria e di sensibilità uditiva: una voce misteriosa suggerisce a voce abbastanza alta (dai nostri posti si sente distintamente) e talvolta l’anziana attrice porge l’orecchio verso il punto dove sa che è nascosto il suggeritore (gesto evidentissimo) in attesa del soccorso. Qualcuno dietro di me ride, ma forse senza malignità. Del resto, alle volte viene persino il dubbio che anche queste vere o presunte difficoltà dell’interprete facciano parte del gioco scenico.

Alla fine comunque il pubblico applaude a lungo, come se volesse moltiplicarsi e colmare anche i posti vuoti. Un signore (il direttore del teatro?) legge in sloveno un indirizzo di saluto. Vasilka Stanovnik, in veste di interprete, comincia a tradurre ma la Borboni le tronca la parola in bocca (“Ho capito tutto, sa?”). Il pubblico applaude. (“Del resto – aggiunge – saranno state parole gentili”). Il signore continua, conferendole un diploma d’onore con iscrizione in latino di cui fornisce la traduzione slovena. “Posso tradurre?”, domanda Vasilka. “Sì sì, traduca, ché ora la faccenda è un po’ più complicata”. Alla fine ringrazia, e aggiunge: “Gliel’ha detto a questi signori del pubblico quanti anni ho? Io ho ottantotto anni e mezzo. E ho cominciato a fare teatro a 16 anni, 73 anni fa. Vedo tra di voi molti giovani. Beh, se siete rimasti seduti siete stati molto gentili. Sono contenta e vi ringrazio”. Poi manda attraverso il pubblico un saluto al sindaco di Lubiana, sorpresa che sia una donna. “Io non sono mai stata femminista. Ma sono contenta quando sento di una donna che occupa posti importanti. Noi donne forse siamo un tantino schiave, ma non per debolezza; per amore dell’uomo!”.
 
Paola Borboni sedicenne
Paola Borboni
all’inizio della lunghissima carriera d’attrice

martedì, marzo 24, 2020

DANTE E IL PUSILLANIME



Dante in un dipinto della Cappella della Maddalena nel Bargello di Firenze
Dante
chiuso nel suo elegante ‘lucco’ rosso.
Firenze, Bargello, Cappella della Maddalena.
Oggi si tende ad attribuirlo, invece che a Giotto, a qualche suo discepolo.
Ma è quasi certo che il cartone preparatorio fosse di Giotto,
che aveva conosciuto Dante, se non prima, almeno al tempo dei suoi lavori a Padova.



Tra le non molte iniziative culturali recenti degne di nota è certamente la decisione di consacrare una giornata (25 marzo) alla celebrazione annuale della “nostra maggior Musa”, di cui l’anno prossimo ricorre il settimo centenario della morte. Purtroppo la celebrazione inaugurale non parte sotto buoni auspici. Quest’anno, infatti, la data prescelta cade nel bel mezzo dell’epidemia.  Tuttavia, a dispetto del coronavirus, voglio festeggiare a mio modo l’Alighieri presentandovi un brano della sua opera.  
Non è tratto dalla Divina Commedia (a qualcuno potrebbe parere scontato o difficile!), bensì da un’opera relativamente minore, e per giunta incompiuta (proprio per il sovrapporsi di un progetto ben altrimenti ampio e profondo – la Divina Commedia – che finirà per assorbire anche il progetto precedente).  È tratto dal I libro del Convivio, ed è un passo in cui viene abbozzato il profilo del pusillanime. Lo so, è un vocabolo quasi scomparso dalla lingua corrente. Eppure è molto espressivo, e le considerazioni svolte da Dante più di sette secoli fa mi sembrano straordinariamente attuali. Non ci credete? Vediamo.

Anzitutto, trattandosi di un vocabolo poco conosciuto, un po’ di etimologia.
Deriva dal latino pusillanimis (ma anche pusillanimus, da cui il dantesco “pusillanimo”), composto di pusillus e animus. L’aggettivo pusillus significa “piccino”, “piccolino”, e, in accezione figurata, “ristretto”, “angusto”, “meschino”, “gretto” e simili. Accostatelo ad animus (“animo”, “anima”, “mente”, “sentimenti”…) e avrete il significato di “pusillanime”.



Li malvagi uomini d’Italia


All’inizio del Convivio, Dante discute, con la sottigliezza di chi si era formato alla filosofia “scolastica” (quella di Tommaso d’Aquino, per intenderci), le ragioni che lo hanno spinto a scegliere, per il suo trattato, il volgare invece dell’usuale lingua latina. Tra le varie ragioni richiamate, due sembrano oggi più interessanti. La prima è di ordine, diciamo così, politico-morale, di democrazia: dare la possibilità di leggerlo – data la grande importanza dei temi trattati: amore e virtù – anche a chi non ha avuto la possibilità e l’agio di familiarizzare con la lingua latina. La seconda è di natura sentimentale: “lo naturale amore de la propria loquela”, cioè della propria lingua materna; “l’amore ch’io porto al mio volgare”. Un “amore perfettissimo”, il suo, che, come qualunque amore autentico, comporta anche la difesa della cosa amata contro i detrattori.
Ed eccoci al tema, affrontato nel cap. XI del I Trattato.


A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d'Italia, che commendano [lodano] lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni [ragioni]. La prima è la cechitade di discrezione [mancanza di discernimento, incapacità di formarsi una fondata opinione personale]; la seconda, maliziata escusazione [scusa inventata ad arte per giustificare le proprie deficienze]; la terza, cupidità di vanagloria; la quarta, argomento d'invidia; la quinta e ultima, viltà d'animo, cioè pusillanimità.

Trascuriamo le prime quattro retadi [“reità”, cioè colpe] e soffermiamoci sull’ultima, anche se la terza, la cupidigia di vanagloria, si accompagna, non di rado, a quella che qui ci interessa maggiormente.

La quinta e ultima setta [setta: “gruppo di persone associate da un comune modo di pensare, per lo più acritico”] si muove da viltà d’animo. Sempre lo magnanimo si magnifica in suo cuore, e così lo pusillanimo, per contrario, sempre si tiene meno che non è.  E perché magnificare e parvificare [contrario di “magnificare”, dunque “rendere, fare piccolo”] sempre hanno rispetto ad alcuna cosa, per comparazione a la quale si fa lo magnanimo grande e lo pusillanimo piccolo, avviene che ’l magnanimo sempre fa minori li altri che non sono, e lo pusillanimo sempre maggiori.  E però che con quella misura che l’uomo misura sé medesimo, misura le sue cose, che sono quasi parte di sé medesimo, avviene che al magnanimo le sue cose sempre paiono migliori che non sono, e l’altrui men buone: lo pusillanimo sempre le sue cose crede valere poco, e l’altrui assai.  Onde molti per questa viltade dispregiano lo proprio volgare, e l’altrui pregiano: e tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi [“vili”] d’Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, s’è vile in alcuna [cosa], non è se non in quanto elli suona ne la bocca meretrice di questi adulteri [tali in quanto amano la lingua altrui trascurando la propria]; a lo cui condutto vanno [“alla cui guida si affidano”]  li ciechi de li quali ne la prima cagione feci menzione.
Tale la situazione in Italia settecento e passa anni fa.

E oggi?

Ora, pensate al modo di esprimersi di tantissimi nostri concittadini – specialmente quelli che si piccano di politica – nei programmi televisivi, sui giornali, nei cosiddetti social, e persino nella comune conversazione; pensate agli innumerevoli anglismi di cui infiorettano il loro misero italiano, e chiedetevene le ragioni.
Se lasciamo da parte il ricorso all’inglese per ragioni strumentali, truffaldine, a imitazione del latinorum di don Abbondio (su tale uso v. post sulla neolingua orwelliana), sono convinto che  molti di voi richiameranno, al primo posto, quella che Dante classifica come terza, la cupidità di vanagloria, la futile ricerca di “gloria” (o, meglio, “gloriuzza”), la sciocca ostentazione di una presunta superiorità.  E certo, almeno in parte, è così (e il “richiamo del gregge”, poi, completa l’opera). Del resto, quanto la “superiorità” di questi tali sia, appunto, presunta, molto spesso è evidente già nelle storpiature o nelle forzature di pronunzia, e a volte dal significato forzosamente attribuito alla parola straniera, non di rado improprio, o addirittura inedito, rispetto a quello autentico della lingua originale.

Ma, in genere, questa cupidità di vanagloria è espressione di un atteggiamento psicologico più profondo, e – ciò che più conta – più pernicioso, che è appunto quella pusillanimità di cui parla l’Alighieri.  È più pernicioso perché spesso questa disistima di sé e delle proprie cose travalica l’ambito linguistico, per sfociare in una sorta di nazionalismo alla rovescia, di razzismo (o autorazzismo) nazionale. Noi Italiani, secondo questi nostri connazionali, siamo congenitamente inferiori, segnatamente rispetto ai Tedeschi, ma anche rispetto a molti altri. Pensate: una parte della nostra classe dirigente (alcuni sono ancora viventi e, purtroppo, ancora attivi in politica) ha giustificato le progressive cessioni di sovranità proprio in questo modo. Noi Italiani – dicevano (e dicono!) – siamo incapaci di autogoverno (e dire che a governare c’erano proprio loro!) e dunque, per evitare di far danni, abbiamo bisogno del vincolo esterno, abbiamo bisogno che altri – segnatamente Tedeschi e Francesi – ci tengano a freno… Un’argomentazione, questa, alla quale bisognerebbe rispondere – come si diceva in altri tempi – non con le parole ma “con le coltella!”. E perciò, lasciamo stare il coltello, e tronchiamola qui. Non prima, però, di aver notato, ancora una volta, l’attualità di Dante. Se in qualche cosa la lingua italiana è vile – diceva – è proprio nel fatto di risuonare ne la bocca meretrice di questi adulteri. Lo stesso accade oggi: se qualche ragione si può trovare di una presunta inferiorità del popolo italiano rispetto ad altri popoli,  essa sta proprio in questo: nel fatto di dover annoverare tra i propri concittadini questi detrattori, questi signori che dalla inettitudine (o disonestà) propria argomentano l’inettitudine (o disonestà) di un intero popolo.

cimabue, Madonna in trono
La Madonna in trono (La Maestà)
di Cimabue
chissà quante volte ammirata da Dante in Santa Trinita
(“Il nome del bel fior che sempre invoco / e mane e sera”…)


Dante provinciale?

Prima di concludere vorrei prevenire un’eventuale obiezione: l’accusa di provincialismo nei confronti di Dante.

Un’accusa del genere proverebbe solo l’ignoranza di chi s’arrischiasse a muoverla. Tale non era, Dante, né sul piano politico né su quello culturale e linguistico. Amava svisceratamente la sua ingrata Firenze, ma amava l’Italia, tutta l’Italia, “giardino de lo imperio”, da “Turbia” al “Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna” (tranquilli, amici francesi; state sereni, amici croati: non sto facendo rivendicazioni territoriali, sto soltanto tracciando i confini dell’Italia fisica come li conosceva Dante!); dalle Alpi a “quel corno d’Ausonia che s’imborga / di Bari, di Gaeta e di Catona”, alla Sicilia, alla Sardegna… Politicamente disunita, ma spiritualmente una. Eppure, per ragioni politico-religiose, ama e sostiene Arrigo VII di Lussemburgo nel suo generoso tentativo di restaurare, anche in Italia, l’autorità imperiale. (Attenzione: Dante lo appoggia, con ogni mezzo, non perché ritenesse inferiori gli Italiani, ma perché era convinto che solo un monarca universale – di tutto padrone e di nulla bisognoso – potesse rimediare agli egoismi individuali e particolari connaturati in tutti gli uomini!).
E tale non era sul piano linguistico e culturale: nella sua opera si mostra bene informato sulla situazione politica di tutti gli Stati d'Europa dell'epoca; studiò e apprezzò tutte le parlate italiane con cui, direttamente o indirettamente, venne in contatto; conobbe sicuramente la letteratura e probabilmente la lingua francese (langue d’oil); conobbe certamente la poesia e la lingua provenzale (langue d’oc). Quest’ultima – oggi ridotta al rango di dialetto! – conobbe talmente bene da far parlare nel suo idioma, sul finire del XXVI del Purgatorio, il più illustre campione del trobar clus provenzale (trobar clus: “poetare chiuso, volutamente difficile”): Tan m’abellis vostre cortes deman, / qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire: / Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan”… (“Tanto mi piace la vostra cortese domanda, che a voi né posso né voglio nascondermi: Io sono Arnaut, che piango e vado cantando…”). Né fu seguace o promotore di un purismo rigido, alla maniera del Puoti o dell’Arlìa. Ma le parole straniere usava, convenientemente adattandole, quando lo riteneva necessario, per ragioni di proprietà semantica o di convenienza estetica. Come, per limitarmi al primo esempio che mi viene in mente, la parola preziosa “dolzore” (adattamento del provenzale dolzor = dolcezza) nel XXX del Paradiso: “Noi siamo usciti fore / del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: / luce intellettual piena d’amore, / amor di vero ben pien di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore”. E con questa splendida progressione poetico-musicale che descrive l’Empireo – a millemila miglia dalle beghe di “quest’aiuola che ci fa tanto feroci” – vi saluto, dandovi appuntamento al prossimo post.  

scorcio dell'interno del Battistero di Firenze

Uno scorcio del Battistero di Firenze
“il suo bel San Giovanni”
rimpianto, incessante anelito degli anni d’esilio.