lunedì, luglio 31, 2017

Fontanelli Francesco, Tra Strauss e Malipiero.

   Recensione a

Fontanelli Francesco, "Tra Strauss e Malipiero. Persistenza ‘mitica’ di Arlecchino nel teatro musicale primonovecentesco"

in Busoni Arlecchino e il futurismo, atti del Convegno, Empoli 13-14 marzo 2016, (v. Busoni Arlecchino e il futurismo), pp.19-59.

Arlecchino in rosso mesce vino ad Arlecchino in turchese

Arlecchino mesce da bere ad Arlecchino nel giardino di Montegufoni, di Gino Severini

(per gentile concessione della Gestione del Castello di Montegufoni (FI)
che ospita l’affresco)

Fontanelli segue le varie metamorfosi simboliche via via subite dalla maschera bergamasca in alcune opere primonovecentesche.

Si parte da Ariadne auf Naxos di Richard Strauss. Le maschere italiane dànno agio all’autore di aggirare lo scoglio di Wagner, stemperando la tragedia di “Arianna abbandonata” nella temperie “giocosa, sentimentale, umana” propria della fascinosa Commedia dell’arte. Simbolo di questo fascino è, nella seconda versione dell’opera, Zerbinetta, che con la sua grazia civettuola riconcilia alla vita lo sdegnoso Compositore, già pronto a darsi la morte piuttosto che accondiscendere alle volgari richieste di un ricco mecenate. Ma portatore del messaggio è lui, Arlecchino, che persuade Arianna alla serena accettazione della vita com’è, con la sua inevitabile mescolanza di gioie e dolori. Ed Arlecchino-Strauss sembra tendere la mano allo  Schumnann dall’epigrafe ai Davidsbündlertänze: “Da sempre, in ogni tempo, gioia e dolore si mescolano; siate sereni nella gioia e affrontate con coraggio il dolore”. (Insegnamento, peraltro, antico almeno quanto Omero – aggiungiamo noi – che già lo proponeva, per bocca di Achille, nella parabola dei due orci posti nella reggia di Giove). Tale “risemantizzazione romantica” della maschera di Arlecchino, a giudizio di Fontanelli, influisce sulla struttura dell’opera, precisandone il significato e chiarendo le ragioni  dell’altrimenti inspiegabile scelta di sostituire, nel finale della seconda versione, il duetto di Bacco e Arianna alla festosa danza delle maschere, l’opera seria al “frizzante, terrestre mondo della commedia dell’arte”. “E se quel sublime duetto fosse la vera vittoria di Arlecchino, uno dei suoi più riusciti camuffamenti simbolici?”. Per Fontanelli non ci sono dubbi. E, se non proprio prove, ne fornisci convincenti indizi, attraverso spunti di analisi musicale non meno che testuale.

Il nostro eroe riappare, poi, in ben due opere di Riccardo Pick-Mangiagalli.
Nella commedia mimico-sinfonica Il “Carillon” magico (1915), Pick mette in scena un Arlecchino burlone che, per farsi beffe dell’ingenuo Pierrot, evoca un mondo fiabesco, illusorio, ma “più bello di quello degli uomini”.  Uno “spettacolo lieve”, non immemore del Falstaff verdiano, col quale il critico esibisce precisi riscontri. Più frizzante, caustico, sicuro di sé, più vicino al busoniano esponente esemplare di autenticità e libertà di spirito, l’Arlecchino confezionatogli da Boito in Basi e bote (1918-20), per il teatro di marionette. Qui, come già alla fine della commedia di Busoni, Arlecchino  celebra il proprio trionfo di maschera ribelle ad ogni legame, e trascina tutte le altre in una corale celebrazione  della Commedia dell’arte “nella sua accezione più genuina e vernacolare”. 

Marionette e burattini seduti a teatro

Un angolo dell'esposizione temporanea "Marionette e burattini" al Teatrino delle Orsoline
( Cividale del Friuli, città natale di Vittorio Podrecca)

 Una scena simile, forse addirittura più affollata, aveva presentato Mascagni nelle Maschere; a cui, a mio parere, andrebbe riconosciuto almeno il merito di primogenitura, se è vero che la sua creazione anticipa di un decennio l’Ariadne straussiana e di quasi un ventennio i baci e le botte di Pick-Mangiagalli. Fontanelli va giù pesante, contrapponendo la leggerezza e spigliatezza della musica di Pick alla gonfiezza retorica di Mascagni. Vero è che, pur non disconoscendo la responsabilità del musicista, lo studioso chiama in causa principalmente il librettista. L’ “enfasi declamatoria” della musica, a suo giudizio, è dovuta al “tentativo di idealizzare una materia farsesca percepita come prosaica e inautentica”. E tocca proprio ad Arlecchino svelare l’ideologia sottostante al lavoro di Illica e Mascagni: la Commedia “ambisce a sussumere la realtà caduca e apparente nella sfera ‘metafisica’ dell’autenticità, dell’universalità”.



Pulcinella, di Gino Severini

(per gentile concessione della 
Gestione del Castello di Montegufoni (FI)
che ospita l’affresco
Nella Morte delle maschere – primo pannello dell’Orfeide di Gianfrancesco Malipiero (1918-22) – riecco le maschere. Prigioniere di un “impresario-becchino”, rievocano la vita felice del tempo che fu col ricorso a strofette desuete, frutto di un’accorta contraffazione malipieriana della quale il critico svela, per la prima volta, gli originali. Un personaggio misterioso, armato di scudiscio e vestito di rosso (l’autore ne individua il prototipo nella Morte Rossa dell’omonimo racconto di Poe) le rinchiude “come balocchi fuori uso” in un armadio. Unico a riuscire nel tentativo di evasione è, manco a dirlo, Arlecchino, eroe della sopravvivenza o, meglio, della “riviviscenza” (Gavazzeni). E nel Finto Arlecchino (1925) sarà ancora la celebre maschera bergamasca ad apparire come “strumento obbligato per combattere la pochezza di un mondo di apparenze e accedere all’autenticità” (ritorno a Mascagni?). E, personaggio sempre redivivo, riapparirà nel tardo Bonaventura guardia di notte (1967). In risposta a una riformulazione aggiornata dell’antico enigma (“Qual è la creatura che ride ed  entro di sé piange, che è devota a Dio e al demonio, che canta dolcemente dominando i suoi furori?”), Edipo, il mitico solutore, evocato in compagnia di una decina di maschere, si limiterà ad additare Arlecchino e Pulcinella. “Vuoi dire l’uomo”  interpreta Bonaventura; e subito dà la sua entusiastica approvazione. In questo epilogo – conclude Fontanelli – “troviamo l’estrema rifrazione del suo mito: attingendo il ‘valore simbolico’ forse più compiuto e la forma più moderna della sua persistenza, [Arlecchino] diventa paradigma perfetto dell’arte come possibilità di rappresentazione totale dell’umano”.

martedì, giugno 13, 2017

Critica e pubblico (Manon Lescaut: “Pazzo son”)






Breve riflessione sul conflitto tra pubblico e critica, suggerita da un episodio risalente al tempo dell’inaugurazione del nuovo Teatro Regio di Torino (1973), egregiamente gestita dal Maestro Fulvio Vernizzi.
Quello del conflitto tra critica e pubblico è un problema vivo e ricorrente, specialmente in ambito musicale. Presumere di poter affrontare seriamente, nello spazio appropriato a un post, un tema di tale complessità sarebbe certo temerario. Ma non sarà considerata presuntuosa – almeno spero – l’idea di proporre un modestissimo spunto di riflessione, incentrato su un passo della Manon Lescaut pucciniana ("Pazzo son… Guardate"), e legato a un ricordo personale. Un episodio di molti anni fa, in sé e per sé di scarsa o nessuna importanza, ma che per me, allora molto giovane, fu significativo e non privo di qualche insegnamento. 
 
la platea del Regio di Torino
La platea del Regio di Torino in una bella foto di Fabrizia Rovasenda 
(si noti la forma a conchiglia bivalve e l'originale illuminazione a bacchette pensili)
Ebbi la ventura di assistere, nel lontano aprile 1973, all’inaugurazione del nuovo Teatro Regio di Torino. Non proprio alla serata inaugurale, sì alle opere liriche programmate per l’evento: I Vespri siciliani, Werther, Manon Lescaut
il Maestro Fulvio Vernizzi
Il Maestro Fulvio Vernizzi 
(part. della copertina del volume a lui dedicato da G. Satragni)

Inaugurazione svoltasi tra mille difficoltà. Per fortuna il Direttore artistico, il Maestro Fulvio Vernizzi, in carica da meno di quattro mesi, si prodigò senza risparmio, superandole tutte ottimamente (pensate: dovette persino assumere su di sé, si può dire all’ultimo momento, la direzione dei Vespri, in sostituzione del titolare – il celeberrimo Vittorio Gui! – colto da grave malore durante una delle ultime prove). Tra le tante iniziative, il solerte Maestro Vernizzi aveva messo in programma anche una serie di conferenze propedeutiche alle tre opere. Fu appunto in una di esse – se la memoria non m'inganna – che accadde il… fattaccio. 
Eravamo nel Piccolo, una sala minore, ma comunque capace di quasi quattrocento posti a sedere. Non mi pare fosse piena, ma per per la presentazione di un'opera (sia pure  della notorietà della Manon Lescaut) il pubblico era francamente numeroso. Il relatore aveva avuto l’accortezza di arricchire e vivacizzare il suo intervento con la proposta di brani esemplificativi preregistrati. Giunto all’illustrazione del III atto, ritenne opportuno avanzare serie riserve sulla qualità artistica della notissima romanza conclusiva (“No! pazzo son”), snobbando apertamente la “bocca buona” dei pubblici di mezzo mondo. E, a conferma, avviò la riproduzione del passo, ascoltato dal pubblico in religioso silenzio. Ma quando il povero Des Grieux ebbe concluso la sua disperata implorazione rompendo in irrefrenabili singhiozzi, tutta la sala esplose in un’ovazione strepitosa, come nemmeno a un’esecuzione dal vivo. L’incauto critico, quando finalmente ebbe la possibilità di riprendere la parola, dovette profondersi in miracoli di equilibrismo, nel non facile tentativo di ripristinare un minimo d’intesa col proprio uditorio.

 
Il tenore Francesco Anile

Il tenore Francesco Anile:
forse la più recente reincarnazione del cavalier Des Grieux
 Io ora, ad esser sincero, non ricordo esattamente né il merito né le argomentazioni di quelle critiche. Col senno di poi, inclinerei a credere che non fossero affatto infondate. C’è, in questa romanza, qualche tocco un po’ troppo enfatico; c’è, nell’implorazione di Des Grieux, qualche accento non propriamente virile, diciamo pure non particolarmente dignitoso (ma non aveva già riconosciuto, lo sventurato ‘cavaliere’, che quella passione fatale lo forzava a scendere “la scala dell’infamia”?); momenti negativi accentuati da interpreti propensi a pigiare sul pedale del patetico, e a coronare il tutto con l’immancabile salva di singhiozzi. Quanto più… realistica, questa, o – più esattamente – virtuosistica, tanto



meno sopportabile! (E – per tornare un attimo al punto di partenza – ricorderò che uno dei meriti precipui dell’attività artistica del Maestro Vernizzi fu proprio quello di esigere dagli interpreti la fedeltà all’autore, senza eccessive concessioni al virtuosismo esibizionistico di certi cantanti). 
 
boccascena originale del nuovo Teatro Regio di Torino
il boccascena originale (ora modificato per ragioni acustiche) stondato sul modello degli schermi televisivi dell'epoca
È anche vero, però, che la musica di Puccini, fin dall’apparire del tema ai violoncelli (doppiati da clarinetto basso, fagotti e contrabbasso) è così trascinante (oh, quella quarta ascendente su “Guardate”, che spinge all’acme la teatralità della parola e della scena, così enfatica ma così coinvolgente per chi non ha paura di… lasciarsi andare!), la musica di Puccini – dicevo – è così travolgente da far dimenticare l’enfasi, e le giuste convenienze borghesi, e la togata gravitas romana. E il critico, giustamente severo nel riprovare l’arbitraria amplificazione di interpreti troppo inclini a ‘titillare’, a solleticare “gli orecchi di quelli che meno intendono che cosa sia cantare con affetto” (vedi post dell’undici agosto 2016), forse dovrebbe per un attimo metter da parte anche lui la sua sapienza tecnica e la sua umana saggezza… E nulla vieta di recuperarle appena svaniti gli effetti dell’incantesimo del mago lucchese.

martedì, giugno 06, 2017

Busoni, Arlecchino e il futurismo



Busoni Arlecchino e il futurismo


ritratto di Ferruccio Busoni
Ferruccio Busoni nel 1911 (dal volume degli Atti)
 
Recensione (ultima modifica: 30 agosto 2017) del volume BUSONI / Arlecchino e il futurismo, Atti del Convegno dedicato all’argomento. 
Prendendo avvio dall’Arlecchino del musicista Ferruccio Busoni, gli articoli diramano in varie direzioni: dalle maschere della Commedia dell’arte, al loro multiforme riaffacciarsi nel teatro musicale novecentesco (Mascagni, Strauss, Pick-Mangiagalli, Wolf-Ferrari, Malipiero, Casella…), ai rapporti di Busoni con altri musicisti (Liszt, Pfizner, Sibelius…).
Argomenti specialistici? Be’, le maschere della Commedia dell’arte fanno parte del patrimonio comune di una persona mediamente colta; e i musicisti coinvolti non sono nomi tanto peregrini: Busoni, per dire, certo meno noto del popolarissimo Mascagni, è tuttavia da annoverare tra i grandi della musica mondiale del suo tempo, pietra miliare nello sviluppo della musica novecentesca… Tuttavia – devo ammetterlo – questo post un po' particolare lo è; gli argomenti trattati (e la maniera di affrontarli) sono specialistici. Che fare? Ai miei amici meno avvezzi a queste tematiche non posso che promettere (promessa formale, solenne!) che terrò la mano quanto più leggera possibile, (sperando di non tradire il pensiero degli autori). Anche per questo, più che di recensione, dovrei parlare di semplice segnalazione: dato il numero degli interventi, e l'ampiezza e varietà degli argomenti, una vera recensione avrebbe dilatato a dismisura un post già troppo lungo.

casa natale di Busoni

Casa natale di Busoni a Empoli, nella moderna Piazza della Vittoria,
piuttosto diversa dal ‘Campaccio’, “piazzale vastissimo e non lastricato”
come la descrive il musicista, venuto al mondo “in una delle casupole che lo circondano”
Ah, dimenticavo. Il convegno si è tenuto a Empoli, città natale di Busoni (1866-1924), il 13-14 marzo dell’anno scorso, organizzato, col patrocinio del Comune, dal Centro studi musicali “Ferruccio Busoni” egregiamente diretto dal Maestro Marco Vincenzi, con la preziosa collaborazione di Stefano Donati, segretario ‘factotum’. Gli Atti sono stati pubblicati (a cura di Giovanni Guanti) da LoGisma ed., 2016, (n. 71 di “Civiltà musicale”).
Ne do notizia tanto più volentieri in quanto a quel Convegno ho avuto il piacere di partecipare, beninteso in veste di semplice uditore, disciplinato scolaro.



Il contributo del curatore, Giovanni Guanti, (“Ridateci gli Arlecchini”, pp. 7-18) inquadra l’Arlecchino busoniano in una panoramica delle varie epifanie della maschera bergamasca in opere d’arte di varia natura. Ne emerge un personaggio che, forte della sua “intatta umanità” di maschera, e privilegiando le pulsioni “biofile” su quelle “tanatofile”, leva alta la voce a spezzare la “spirale del silenzio” che grava su concezioni etico-politiche  mortifere, imposte da uomini assetati di potere e passivamente assorbite da masse acquiescenti. L’Arlecchino di Busoni “ci apostrofa nel più urtante dei modi ma per svegliarci”.

Alcuni interventi sono strettamente connessi a esibizioni che hanno allietato l’incontro. Così Enrico Bonavera, allievo ‘di bottega’ di Ferruccio Soleri, ci offre una chiave di lettura della sua esibizione mimica ispirata al Rondò arlecchinesco di Busoni. Quirino Principe (“Tagliando a strisce la volta celeste, ovvero: divieni ciò che sei”) riporta una “selezione di passi tratti dagli scritti di Busoni, letti da Enrico Bonavera e alternati a composizioni del musicista empolese interpretate dal pianista Alessandro Marangoni”.

Giorgio Sangiorgi (“Maschere e burattini nel cinema muto o da poco sonorizzato”, 113-130) propone una filmografia di “maschere e burattini” dal 1905 al 1940. Piero Mioli, dal canto suo (“La messa in scena bolognese dell’Arlecchino di Busoni con la regia di Lucio Dalla”, 93-102) indica, nella regia del cantautore, “una doppia parodia, ora simpatica e ora graffiante, più spesso agrodolce, ancipite, ambigua, nonostante tutto tutta novecentesca”; e conclude con una rapida rassegna delle poche (e poco benevole) recensioni dello spettacolo.

Altri studiosi esplorano le varie reincarnazioni di Arlecchino in musica.
Così Francesco Fontanelli (“Tra Strauss e Malipiero. Persistenza ‘mitica’ di Arlecchino nel teatro musicale primonovecentesco”, pp.19-59) segue le varie metamorfosi simboliche via via subite dalla maschera bergamasca in alcune opere novecentesche. (vedi Fontanelli

Su un terreno analogo si muove la ricerca di Maria Cristina Riffero (“Le metamorfosi di Arlecchino. Esempi attraverso le creazioni di alcuni musicisti italiani del primo Novecento”, pp. 131-156) (vedi Riffero).



Giovanna Cermelli (“Romanticismo, tardo-romanticismo e maschere italiane”, pp. 103-112) ricerca nella cultura romantica tedesca le radici dalla Nuova commedia dell’arte busonianana (vedi Cermelli)


Con gli interventi di Silvano Salvadori ("Prosecuzione e fine dell'Arlecchineide: si riapra il sipario!", pp. 61-74; vedi Salvadori) e Monica Zefferi (“La prima traduzione italiana della seconda parte dell’Arlecchineïde di Ferruccio Busoni. Un libretto (quasi) sconosciuto”, pp. 75-92; vedi Zefferi) il discorso si focalizza su un’opera pensata come prosecuzione dell’Arlecchino e rimasta incompiuta.

Chi vuole farsi un’idea precisa delle circostanze biografiche che stanno dietro il pessimismo beffardo dell’Arlecchino e, più ancora, dietro quello apocalittico dell’Arlecchineide, non ha che da leggere il saggio denso e ben documentato di Laureto Rodoni (“Implicazioni biografiche nell’elaborazione letteraria e musicale di Arlecchino”, pp. 173-190; vedi Rodoni).

 In territori più sereni, e a relazioni più tranquille, ci riportano gli articoli di Marco Vincenzi (“Faust e Arlecchino ovvero Liszt e Busoni: intersezioni nella vita, nel repertorio e nelle composizioni per pianoforte”, p. 197-205; vedi Vincenzi) e di Ferruccio Tammaro ("Busoni e Sibelius: un’amicizia complementare”, pp. 207-218; vedi Tammaro)


Alla seconda parte del titolo del Convegno (… “e il futurismo”) dedica la propria ricerca la studiosa tedesca Martina Weindel (vedi Weindel).

Pianoforte di Busoni

pianoforte esposto nel Museo allestito nella sua casa:
sembra che il Maestro solesse esercitarsi su questo strumento
ogni volta che tornava nella cittadina natale




giovedì, febbraio 02, 2017

Non sarebbe il caso di spegnere la musica?


Non si allarmino i miei quattro lettori. Non sono un talebano e non sto proponendo di bandire dalle nostre case, e dalla nostra vita, la musica, questa peccaminosa adescatrice. Al contrario. È proprio l’amore per la musica che mi spinge ad affrontare l’argomento odierno, quello delle conseguenze negative della pervasiva presenza della musica un po’ dappertutto: centri commerciali, locali pubblici, ristoranti, negozi, parcheggi, alberghi… Musica spesso di infima qualità (Muzak!), e, in ogni caso, musica non richiesta, alla cui fastidiosa ingerenza non troviamo scampo. E notate che non è solo un problema di gusto, di fastidio personale. Pensate, per esempio, alla condizione di una commessa forzatamente esposta, per otto ore al giorno, al bombardamento di musica rock a tutto volume. Alla lunga, molto probabilmente, svilupperà problemi di ipoacusia. Da subito, e senza incertezze, possiamo dire che al termine della giornata di lavoro non può non uscire rintronata. A meno che non impari a non ascoltare. (E confesso che quella d’imparare a non ascoltare, o meglio ad abituare l’orecchio a un ascolto selettivo, è l’unica strategia difensiva individuale che sono riuscito a elaborare).

campagna inglese

“Il silenzio è diverso dall’assenza di rumore. È qualcosa di positivo che viene dal didentro”, dice Scruton nel film documentario da cui è tratto questo fotogramma (At home in Scrutopia, con Alicja Glescinska). È vero, ma l’ambiente aiuta!



È un soggetto su cui rifletto da tempo. Se mi decido a parlarne ora è per via di un recente intervento, proprio su questo tema, del filosofo inglese Roger Scruton su Radio 4 della BBC. Scruton  affronta  il problema con sinteticità e completezza esemplari – e con la chiarezza che distingue un po’ tutti i suoi interventi – soffermandosi principalmente sui danni per l’orecchio e la sensibilità musicale. Ne risulta un testo utilissimo a stimolare la riflessione: anzitutto di quanti, a vario titolo e livello, si occupano di educazione musicale; ma anche, più in generale, di tutti quelli che amano la musica (e anche di quelli che non sanno di amarla!). Penso, quindi, di far cosa gradita presentandone la traduzione, non senza premettere qualche riga sull’autore (che ringrazio per la cortese autorizzazione). Se poi tutto questo invoglierà qualcuno a ricercarne in Internet la registrazione originale, sarà ancora meglio.

 
ritratto di Sir Roger Scruton

Sir Roger Scruton (dal sito www.roger-scruton.com)
Sir Roger Scruton è un filosofo e scrittore poliedrico. Al suo attivo ha già una quarantina di volumi e innumerevoli contributi minori. Affronta spesso argomenti scottanti di politica e di costume, esprimendo punti di vista ispirati a un conservatorismo che non disdegnerebbe il motto di Edmund Burke, scrittore politico del Settecento, che nella “propensione a conservare” e nella “capacità di migliorare” vedeva le qualità costitutive del perfetto uomo di Stato (“A disposition to preserve, and an ability to improve, taken together, would be my standard of a statesman”: “una sintesi di propensione a conservare e capacità di migliorare costituirebbe, per me, l’uomo di Stato ideale”!). Punti di vista talvolta condivisibili, altre volte discutibili, ma sempre stimolanti. Almeno per chi ricerca la verità senza condizionamenti preconcetti.
Ma il campo filosofico in cui Scruton si muove da vero specialista è quello dell’estetica. E qui la sua posizione sembra a me largamente condivisibile. Specialmente per quanto attiene alla musica, un ambito in cui Sir Roger può vantare anche un’esperienza diretta in veste di compositore  (pezzi per pianoforte, lieder – alcuni su testi di Garcia Lorca –, un paio di opere liriche…), anche se lui tende a minimizzare, proclamandosi niente più che un “amateur”, qualcuno che si siede davanti a un pianoforte “per puro divertimento personale”. La sua presa di posizione sul nostro argomento è dunque dettata da amore nutrito di competenza. Non ci resta che ascoltarlo. E... magari discuterlo.


Perché è ora di spegnere la musica

Oggigiorno quasi in ogni spazio pubblico gli orecchi sono presi d’assalto dal suono della musica pop. Nei centri commerciali, nei locali pubblici, nei ristoranti, alberghi, ascensori il rumore di fondo non è la conversazione umana, ma la musica rovesciata nell’aria da diffusori – di solito diffusori invisibili e inaccessibili, che non possono essere ‘puniti’ per la loro invadenza. Certi locali si caratterizzano con una sigla musicale loro propria – folk, jazz o brani di musical di Broadway. Ma, nella maggior parte dei casi, la musica prevalente è di una banalità stupefacente: in realtà, c’è per non esserci. È solo un sottofondo a un’attività volta al consumo, un avvolgente nulla sul quale noi scarabocchiamo i graffiti dei nostri desideri. Le forme peggiori di questa musica – dal nome commerciale nota a volte come Muzak – sono prodotte senza l’intervento di musicisti, trattandosi di pezzi tratti da un repertorio di effetti standard e montati al computer.
Il sottofondo sonoro della vita moderna è dunque di giorno in giorno meno umano. Il ritmo, che è il suono della vita, è stato largamente sostituito da impulsi elettrici, prodotti da una macchina programmata a ripetersi all’infinito, e a far penetrare le sue rimbombanti note di basso direttamente nelle ossa della vittima. Intere zone di spazio pubblico nella nostra società sono ora presidiate da questo suono, che esaspera alla follia chiunque abbia un minimo di sensibilità musicale, e garantisce che per molti di noi una capatina in un pub o un pasto al ristorante hanno perso il loro significato accessorio. Non sono più incontri sociali, ma esperimenti di resistenza: non si fa che gridare l’uno all’altro al di sopra di quel rumore infernale.
Ci sono due ragioni che spiegano perché questa musica vacua ha invaso ogni spazio pubblico. Una è il grande cambiamento apportato all’orecchio umano dalla produzione di massa del suono. L’altra è la mancanza di leggi volte a proteggerci dal risultato. Per i nostri antenati la musica era qualcosa che uno si metteva a sedere per ascoltarla, o farla da se stesso. Era un evento rituale, al quale si partecipava, passivamente come ascoltatore o attivamente come esecutore. In entrambi i casi si dava e si riceveva vita, condividendo qualcosa di grande importanza sociale.
Con l’avvento del grammofono, della radio e ora dell’iPod, la musica non è più qualcosa che dobbiate fare da voi stessi, o che dobbiate mettervi a sedere per ascoltarla. Vi segue dovunque andiate, l’accendete come sottofondo. Non è propriamente ascoltata, quanto sentita sbadatamente. Le melodie banali e i ritmi meccanici, le armonie prefabbricate riciclate canzone dopo canzone: queste cose significano l’eclisse dell’orecchio musicale. Per molte persone la musica non è più  un linguaggio formato dai nostri sentimenti più profondi, non è più un rifugio dalla pacchianeria e frenesia della vita d’ogni giorno, non è più un’arte in cui idee avvincenti sono seguite fino alle loro lontane conclusioni. È soltanto un tappeto sonoro destinato ad abbassare pensiero e sentimento al suo livello, per scongiurare l’eventualità che qualcosa di serio venga detto o avvertito.
E non c’è alcuna legge che vi si opponga. A voi è giustamente impedito di inquinare col fumo l’aria di un ristorante, ma niente impedisce al proprietario di infliggere ai clienti questo ben peggiore inquinamento; un inquinamento che avvelena non il corpo, ma l’anima. Naturalmente, voi potete ben chiedere di spegnere la musica. Ma vi troverete di fronte sguardi stupefatti, persino ostili. Che razza di sciroccato è questo tipo, che vuole imporre a tutti il proprio volere? Chi è lui per imporre il livello del rumore? Questa è la comune reazione. La musica di sottofondo è la condizione normale. Non al silenzio si ritorna quando si smette di parlare, ma al vacuo baccano della scatola da musica. Il silenzio deve essere escluso ad ogni costo, giacché vi fa aprire gli occhi sul vuoto che si profila inquietante al margine della vita moderna, minacciando di mettervi di fronte alla spaventosa verità che non avete proprio niente da dire. D’altra parte, se noi conoscessimo il silenzio per quello che era una volta, la docile materia a cui la vera musica dà forma, non ci spaventerebbe affatto.
Io penso che non dovremmo sottovalutare la tirannia esercitata sul cervello umano dalla musica pop. L’implacabile ripetizione, ad ogni momento del giorno e della notte, di banalità musicali porta alla dipendenza. Ed ha un effetto deleterio sulla conversazione. Ho l’impressione che la crescente incapacità di esprimersi dei giovani, la loro inettitudine a completare le frasi, a trovare locuzioni ed immagini espressive, o a dire una qualunque cosa senza ricorrere all’ausilio della parola “come”, abbia qualcosa da vedere col fatto che i loro orecchi sono costantemente imbottiti di bambagia. Nelle loro teste girano e rigirano le progressioni armoniche, le parole vuote e i frammenti immiseriti d’un motivetto orecchiabile, e la scatola cranica gli scoppia ad ogni inizio di battuta.
L’inquinamento della musica pop ha, sul gusto per la musica, un effetto paragonabile a quello della pornografia in ambito sessuale. Tutto ciò che è bello, speciale e pieno d’amore è sostituito da un meccanismo implacabile. Proprio come il pornodipendente perde la capacità di un autentico amore sessuale, così il popdipendente perde la capacità di una genuina esperienza musicale. Il magico incontro con il quartetto beethoveniano, la suite bachiana, la sinfonia di brahmsiana, nel quale tutto il vostro essere è afferrato da idee melodiche e armoniche e condotto in un viaggio attraverso l’immaginario spazio musicale – questa esperienza che giace nel cuore della nostra civiltà ed è un’incomparabile fonte di gioia e consolazione per tutti quelli che la conoscono – non è più una risorsa universale. È diventata una stravaganza privata, qualcosa cui resta aggrappato un gruppo decrescente di vecchietti, ma che molti giovani considerano irrilevante. Giovani orecchi via via più numerosi risultano incapaci di raggiungere questo mondo incantato, e quindi ci rinunciano. La perdita è loro, ma voi non potete farglielo capire, non più di quanto possiate spiegare la bellezza dei colori a chi sia nato cieco.  

Scruton al pianoforte

Al pianoforte (“en amateur”!): fotogramma dal film documentario At home in Scrutopia

 C’è rimedio? Sì, io penso di sì. L’orecchio assuefatto, reso ottuso dalla ripetizione, è sigillato come un mollusco bivalve attorno alle sue stupide perle. Ma potete forzarlo ad aprirsi con gli strumenti musicali. Mettete un giovane in condizione di far musica, e non di ascoltarla soltanto, e subito l’orecchio comincerà a risvegliarsi dal letargo. Insegnando ai bambini a suonare strumenti musicali, li facciamo familiarizzare con le radici della musica nella vita umana.
Il passo successivo consiste nell’introdurre l’idea della valutazione critica. La convinzione che esiste una differenza tra buono e cattivo, significativo e insignificante, profondo e insulso, emozionante e banale – questa convinzione una volta aveva un’importanza fondamentale nell’educazione musicale. Ma si scontra con la correttezza politica. Oggi c’è il mio gusto come c’è il tuo. L’idea che il mio gusto sia migliore del tuo è elitaria, un’offesa all’uguaglianza. Ma se non insegniamo ai bambini a valutare criticamente, a discriminare, a riconoscere la differenza tra musica di valore duraturo e il mero effimero, rinunciamo al compito educativo. La valutazione critica è la precondizione di una fruizione autentica, e il preludio alla comprensione dell’arte in tutte le sue forme.
La buona notizia è che, in cuor loro, le persone sono consapevoli di questo. Tutti quelli che hanno fatto l’esperienza di insegnare ad apprezzare la musica sanno che è così. Il primo passo è far conoscere il bene prezioso del silenzio, in modo che i vostri studenti tengano le orecchie ben aperte all’ascolto del cosmo, e comincino a dimenticare i piaceri non dissimili a quelli delle droghe. Poi suonate loro le cose che amate voi. Dapprima si mostreranno disorientati. Insomma, come può questo vecchiaccio starsene seduto in silenzio per 50 minuti ad ascoltare qualcosa che non ha un ritmo marcato, che non presenta un qualche motivo orecchiabile? Poi passate a discutere le cose che amano loro. Avevano notato, per esempio, che Lady Gaga in “Poker Face” per la maggior parte della melodia resta su una nota sola? È vera melodia, questa? Dopo un po’ si renderanno conto che loro fanno valutazioni da sempre – solo che le facevano sbagliate. Quando al festival di Glastonbury del 2014 apparvero i Metallica, ci fu un momento di presa di coscienza di questo genere: il riconoscimento che questi ragazzi, diversamente da tanti che si erano esibiti là, avevano effettivamente qualcosa da dire. Sì, ci sono differenze anche nel regno del pop.
La fase successiva consiste nel fare agire gli studenti: cantare all’unisono, e poi per parti corali. Ben presto capiranno che la musica non è una coltre per silenziare la comunicazione, ma una forma di comunicazione essa stessa. E gradualmente impareranno a conoscere il posto di questa grande forma d’arte nel mondo che hanno ereditato. La nostra civiltà è stata modellata dalla musica, e la tradizione musicale che abbiamo ereditato merita la nostra approvazione non meno di tutte le altre nostre conquiste nell’arte, nella scienza, nella religione e nella politica. Questa tradizione musicale parla da sé, ma per sentirla bisogna ripulire l’aria dal rumore. 

giovedì, dicembre 22, 2016

Per la Notte di Natale




Gli auguri ai miei amici per le prossime feste natalizie vorrei accompagnarli (se fosse nelle mie disponibilità!) col dono di una coppia di gioielli confezionati in epoche diverse: il Concerto grosso op. VI n. 8 di Corelli e il Trittico botticelliano di Respighi. Sono doni che non dovrebbero riuscire sgraditi; perlomeno a quanti si ostinano a vedere, nelle prossime festività, qualcosa che va oltre l’esplosione consumistica e il trionfo del kitsch nelle sue varie forme.

ritratto di Arcangelo Corelli
Arcangelo Corelli (di Jan Frans van Douwen)
Arcangelo Corelli (Fusignano, 1653 – Roma, 1713) è un grande musicista attivo tra la seconda metà del XVII secolo e il primo decennio del XVIII. Romagnolo di nascita, si formò a Bologna e svolse la massima parte della sua attività a Roma, dove poté godere dell’amicizia e protezione di cardinali dotti e potenti quali Benedetto Pamphili e Pietro Ottoboni. Seppe coniugare l’eccezionale talento naturale con un lavoro attento e scrupoloso, con un perfezionismo evidente, tra l’altro, nella severità con cui selezionò, tra le sue molte composizioni, le poche giudicate degne di passare ai posteri attraverso la pagina stampata; e persino nell’ésprit de géometrie con cui distribuì le prescelte in 6 volumi di 12 composizioni ciascuno.
Il VI, pubblicato postumo ma nel rispetto della sua volontà, comprende esclusivamente Concerti grossi. Questo ‘genere’ (esclusivamente strumentale) prevedeva un organico nettamente distinto in due parti: il ‘concertino’ (o ‘soli’) – costituito da due violini e un violoncello – e il ‘concerto grosso’ (o ‘tutti’), costituito da un numero variabile di strumenti ad arco, sempre accompagnati da un ‘basso continuo’, realizzato dal clavicembalo nelle musiche ‘da camera’ e dall’organo nelle ‘musiche da chiesa’. Questa suddivisione consentiva di alternare il ‘concertino’ col ‘tutti’, secondo le esigenze del compositore, ottenendone varietà e dinamismo.
Quello qui proposto è appunto un Concerto grosso ‘da chiesa’, il n. 8 della raccolta, distinto dal sottotitolo “Fatto per la Notte di Natale”.
Il carattere natalizio del concerto è particolarmente evidente nell’ultimo movimento, “Pastorale”. E tuttavia, a modesto parere di chi scrive, sarebbe grave errore limitare il riferimento del sottotitolo al solo movimento conclusivo, trattando il resto come una delle suite di danze tanto care alla musica barocca. Tutto il Concerto, con la sua alternanza di momenti gioiosi ad altri più meditativi e inclini alla tenerezza, va inteso immerso nell’atmosfera natalizia.
Il primo movimento (Vivace) è brevissimo (solo otto battute) ed ha evidente carattere introduttivo. A mio giudizio, risente del coevo melodramma, un genere attentamente evitato dal compositore romagnolo ma a lui, certo, non ignoto. Gli accordi, decisi anche se intervallati da pause, presentano un personaggio autorevole che si avanza sul proscenio a imporre il silenzio e chiedere attenzione. Il breve periodo musicale, infatti, non conclude; si arresta sull’accordo di dominante generando sospensione, attesa, accresciuta dalla pausa: attenzione! un evento importante sta per svolgersi sotto i vostri occhi! Ed ecco, nel Grave, emergere, pianissimo, dalle profondità misteriose del basso la nota fondamentale, a cui si aggiungeranno via via le altre voci, snodandosi austere e solenni, in un preciso contrappunto che certo non sarebbe dispiaciuto a Palestrina. È così creata l’atmosfera appropriata al mistero della salvezza, che ha inizio appunto con la natività del Signore. Ma la nascita è comunque un evento lieto e, in tutta naturalezza, la severa armonia trapassa nella gioiosa danza dell’Allegro. A questo fa seguito un pezzo più meditativo, fatto di gioia contenuta (dal sol minore si passa al mi bemolle maggiore), che parte da un motivo semplicissimo (sostanzialmente si regge sulle note degli accordi di tonica e di dominante), con un movimento cullante che sembra anticipare quello della Pastorale. Il breve Adagio si lega a un passo più mosso (Allegro) per riapparire poco dopo identico e concludersi con una ‘coda’ che prepara l’accordo conclusivo. La gioia riesplode in una vivace danza di pastori (tonalità di partenza) a cui sembrano unirsi anche gli angeli. La melodia infatti è impreziosita da deliziosi trilli che sembrano evocare un aliare di angioletti intorno al Presepe, secondo l’ingenua fantasia popolare ripresa da non pochi pittori, quali, per esempio, Nicolas Poussin o Luca Giordano. Per poi rinnovarsi ancor più festosa in una nuova danza in tempo tagliato (una gavotta?), la cui foga si stempera bruscamente nel passaggio alla Pastorale finale, avviata senza pause ma con improvviso slittamento alla tonalità di sol maggiore. E’ questo il passo più noto, rimasto nella memoria di chiunque l’abbia ascoltata almeno una volta. Col suo caratteristico andamento cullante (dato dallo schema ritmico dei 12/8), la Pastorale scorre tranquilla e pacata fino alla conclusione: un sentimento di devota tenerezza la percorre da cima a fondo, mantenendo sempre una misura di classica sobrietà, senza mai scadere nel facile sentimentalismo (pericolo sempre in agguato in tale genere di composizioni).

L'Adorazione dei pastori
Nicolas Poussin (XVII sec.), L'Adorazione dei pastori
Non sta a me suggerirvi l’interpretazione in cui ascoltarlo. Non mancherò, però, di segnalare la mia preferita (anche perché ormai fuori commercio, credo, e quindi nessuno mi può accusare di indebita pubblicità). È quella diretta da Igor Oistrakh, con l’Ensemble di solisti dell’Orchestra sinfonica accademica della Filarmonica di Mosca, incisa da “Melodia” negli anni ’80 (c’era ancora l’Unione Sovietica!). Quanta gentile delicatezza, nella loro esecuzione, quanto rispetto per quell’indicazione nient’affatto superflua dell’autore: “fatto per la Notte di Natale”! Quanta delicatezza in quel timido poggiare e tenere con trepidazione la nota iniziale della battuta! Con quanta finezza sono risolti quei tenui ricami corelliani che all’ingenua fantasia evocano l’angelico aleggiare sul presepe! Insomma, una bella differenza rispetto a chi, probabilmente proprio per l’errore di restringere il carattere natalizio al movimento finale, ne fa una serie di vivaci danze rustiche (da festa della vendemmia!), adottando tempi sbrigativi, esasperazione dei tempi forti, rudezza selvaggia dell’arcata.

L'Adorazione dei pastorti (partic.)
Nicolas Poussin (XVII sec.), L'Adorazione dei pastori: particolare


Come secondo ‘dono’ avrei potuto proporvi un altro concerto natalizio barocco, quello di Torelli, per esempio, o di Manfredini, o di Locatelli… Preferisco suggerirvi qualcosa di meno consueto: l'“Adorazione dei Magi”, tratta dal Trittico botticelliano di Ottorino Respighi (Bologna, 1879 – Roma, 1936).
Respighi, con i cani, ospite di Ojetti al Salviatino
Respighi, con i cani, ospite di Ojetti al Salviatino
 Il secondo movimento del Trittico (Andante lento) si ispira all’omonimo dipinto botticelliano esposto agli Uffizi. Ma chi nell’ascolto ne ricercasse una descrizione accurata, sia pure con tutta l’indeterminatezza del linguaggio musicale, resterebbe fatalmente deluso. Il legame col quadro di Botticelli resta molto generico. L’ispirazione respighiana si limita all’atmosfera natalizia, integrata da quel tanto di esotico, di orientaleggiante, suggerito dall’arrivo dei Magi (“Vidimus stellam eius in Oriente, et venimus adorare eum”). Certo c’è, nel musicista bolognese, la ricerca coloristica che lo ha sempre affascinato. Il Trittico è un “lavoro per piccola orchestra” – disse l’autore alla moglie (febbraio 1927) annunciandole l’intenzione di comporlo. Ma è tale il suo amore per la raffinatezza pittorica che, accanto al quintetto d’archi, al pianoforte, all’arpa e a pochi fiati usuali (fagotto, flauto, oboe, clarinetto) non sa rinunciare a strumenti poco frequentati ma a lui cari proprio per il particolare colore timbrico, quali, oltre all’amata celesta, il triangolo e persino i campanelli. Eppure, anche la ricerca di analogie tra le tinte del dipinto ispiratore e i ‘colori’ orchestrali non credo darebbe risultati convincenti.
Io vorrei invece proporre (con tutta la modestia e la cautela del caso) una tripartizione di natura narrativa: l’adorazione dei pastori, il viaggio dei Magi, l’adorazione dei Magi propriamente detta.

Sandro Botticelli, L'Adorazione dei Magi
Sandro Botticelli, L'Adorazione dei Magi

Si entra in tema appunto con l’adorazione dei pastori, evocata dal fagotto cui presto si associa l’oboe, mentre il flauto (sono i tre strumenti tipici delle scene pastorali) si esibisce in gioiosi svolazzi; e infine gli archi. Ed ecco, su pochi accordi profondi degli archi, innestarsi, chiarissima, nettissima, una melodia d’organo dal sapore antico. Ma come l’organo? Non è una composizione per piccola orchestra? Sì, e infatti non c’è nessun organo. L’illusione acustica è prodotta mediante l’accoppiamento di flauto e fagotto a distanza di due ottave, ed ha la funzione di contribuire a creare l’atmosfera di religioso raccoglimento. La melodia dal sapore antico, infatti, altro non è che la rielaborazione di una cantilena di chiesa di ascendenza medioevale, Veni veni Emmanuel, a sua volta derivata da una più antica melopea che intona le antifone vespertine in preparazione del Natale, una delle quali comincia appunto con “O Emmanuel”. Il motivo viene variamente ripetuto, fiorito da gioiosi svolazzi e giravolte del flauto, e interpuntato da brevi ma profondi interventi degli archi. Che lo concludono, cedendo il passo a una marcia in tempo moderato, evocatrice del viaggio dei Magi, e, se la memoria non m’inganna, non immemore delle borodiniane steppe dell’Asia centrale (si ricordi che Respighi, agli inizi del Novecento, partecipò come viola a due lunghe stagioni concertistiche in Russia, dove seguì con particolare interesse – per non dire con devozione – gli insegnamenti di Rimski-Korsakov, che di Borodin era stato sodale nel Gruppo dei Cinque e non di rado coadiutore nella strumentazione). La marcia, ritmata dagli archi e da bruschi interventi di pianoforte, arpa, triangolo e celesta (spesso con accordi “acquosi” che sembrano ripresi dalle Fontane) presenta un carattere esotico, orientaleggiante: si noti in particolare il breve canto dell’oboe (da confrontare col canto da Borodin assegnato al corno inglese) e il dialogare della celesta con i fiati, in particolare col flauto. Poi la musica, come per stanchezza, si fa languida; e, dopo un vano tentativo di rianimarla da parte degli archi, d’un tratto precipita in un accordo tenebroso, e ristagna senza capacità di risollevarsi. Ma ecco, proprio dal fondo scuro di quelle note stagnanti, ecco levarsi un canto noto, tenero, familiare: sì, è la melodia di “Tu scendi dalle stelle”, la popolare melodia di Sant’Alfonso, che, come Respighi ai suoi tempi, ognuno di noi ha udito da bambino, e si mescola ai più cari ricordi dell’infanzia. La presenta, con voce timida, il solito fagotto, ma presto subentra l’oboe a chiarire e illuminare quella melodia fatta di nulla, mentre gli archi la fioriscono a modo loro, e la voce del fagotto si fa cullante… Un sentimento di tenerezza s’impone: Respighi dovette avvertire il rischio di lasciarsi prendere la mano da un sentimentalismo nostalgico ribelle al “fren dell’arte”. E infatti, da grande artista, si affretta a dissiparne il motivo: fagotto e oboe lo deformano con note che sembrano incongrue e che invece ci riportano all’iniziale, umile adorazione dei pastori. Il ciclo è compiuto, la voce dominante del fagotto si spegne e presto anche il pianissimo dei violini svanisce nel silenzio.