lunedì 7 agosto 2017

Traduzione italiana dell’Arlecchineide di Busoni




Recensione a



  
Monica Zefferi, “La prima traduzione italiana della seconda parte dell’Arlecchineïde di Ferruccio Busoni. Un libretto (quasi) sconosciuto”.

in Busoni Arlecchino e il futurismo, Atti del Convegno, Empoli 13-14 marzo 2016, pp. 75-92 (v. post 6 giugno 2017).



Il “libretto (quasi) sconosciuto” è un testo teatrale in tedesco, da Busoni pensato come continuazione di Arlecchino ovvero Le finestre, e lasciato, se non frammentario, certamente non rifinito, in una serie di fogli e foglietti manoscritti, incerto anche nel titolo, oscillante tra Arlecchino II, Harlekineide, Arlecchineïde. Nell’articolo qui recensito Monica Zefferi ce ne presenta la propria traduzione.

pagina del manoscritto dell'Arlecchineide di Busoni

Una pagina del manoscritto
(dall’edizione KWB della Traduzione)








Mette subito le mani avanti, la traduttrice, negando al suo lavoro ogni pretesa critico-filologica. Le ragioni di tanta prudenza (o modestia?) probabilmente vanno rintracciate nelle condizioni dell’autografo busoniano, affidato a fogli di fortuna e ricco di cancellature, modifiche, ripensamenti, e persino errori… In mancanza di un’edizione critica sicura, la traduzione è stata condotta su una trascrizione di mano di un amico di Busoni (Bruno Goetz), una trascrizione che… va oltre la “messa a pulito”. Fatte queste premesse, l’autrice inquadra brevemente il testo nella poetica del musicista empolese, scorgendo in questo esperimento un’anticipazione del brechtiano “teatro epico”. “I quadri autonomi delle quattro scene […] fanno appello alla ragione e non alla capacità empatica dello spettatore, in aperta polemica antinaturalistica, e invitando il pubblico a riflettere sull’argomento della rappresentazione”.


Interessante l’ipotesi avanzata dalla Zefferi per spiegare la mancata pubblicazione del testo da parte dell’autore. “Sarà stata probabilmente la critica sferzante e feroce a persone e fatti a lui contemporanei, non ultimo un quadro preciso e impietoso della sua famiglia d’origine, a indurlo, alla fine, a rinunciare alla pubblicazione, che poteva risultare imbarazzante”.

 
Arlecchino triste, particolare di affresco di G. Severini

Un Arlecchino… non proprio allegro e scanzonato

G. Severini, Particolare della Sala delle maschere
(per gentile concessione delle Gestione del Castello di Montegufoni, che ospita l’affresco)


Congettura suggestiva e probabilmente azzeccata. Ad essa, per parte mia, vorrei modestamente affiancarne un’altra, non alternativa bensì concomitante e additiva. Personalmente credo che la visione fosca del mondo e della storia, così crudamente espressa nell’Arlecchineide, sia largamente influenzata dalle circostanze storiche e personali del 1918, l’annus horribilis busoniano (su cui v. Rodoni), quello in cui la crisi esistenziale dell’uomo e del cittadino raggiunse il suo culmine. Ridimensionatesi, con la fine del conflitto e il ritorno nella patria d’elezione, le ragioni del profondo malessere, Busoni probabilmente ritenne che l’opera – o meglio le sezioni di essa finora elaborate – risentissero troppo immediatamente della situazione storica e biografica che ne avevano condizionato la travagliata gestazione. E, d’altra parte, preso com’era dall’urgenza di altri lavori (in particolare quel Doktor Faust, “opera capitale e di Stato”, alla quale attribuiva tanta importanza) probabilmente non trovò il tempo e l’entusiasmo necessari a un lavoro di rifinitura che le conferisse quel distacco, quella purezza di contenuto e quella forma che, al contrario di quanto pensavano alcuni suoi critici, Busoni riteneva consustanziali all’opera d’arte.




Copertina dell’edizione KWB della Traduzione



Un sezione non trascurabile dell’articolo è dedicata alla giustificazione dei criteri che hanno presieduto alla traduzione.
Nonostante le perplessità spesso sollevate sulla traducibilità dei testi poetici – soprattutto in rima – la Zefferi non ha ritenuto di sottrarsi alla responsabilità della traduzione di un testo poetico, senza rinunciare alla rima nei punti in cui l’originale la contiene. “La nostra scelta – spiega la traduttrice – corrisponde alla convinzione di una migliore aderenza allo spirito dell’autore, anche nel senso di una sua maggiore forza di penetrazione divulgativa e didattica. Ci siamo concentrati, inoltre, sul ritmo e sulla musicalità delle parole, senza mai stravolgere il significato del testo”. Lavoro molto impegnativo – aggiungiamo noi – condotto con la serietà attestata, tra l’altro, da qualche spunto di analisi formale presente in questo suo intervento, sufficiente a lasciare intravedere, alla base della traduzione, un attento studio delle caratteristiche formali del testo busoniano, considerate non in se stesse ma sempre in relazione alla loro funzione espressiva.
Pienamente condivisibile, infine, l’auspicio che qualche valente studioso metta mano all’edizione critica.







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