martedì 8 agosto 2017

Salvadori, Prosecuzione e fine dell’Arlecchineide

Recensione a

 Silvano Salvadori, “Prosecuzione e fine dell’Arlecchineide: si riapra il sipario!”


in Busoni Arlecchino e il futurismo, Atti del Convegno, Empoli 13-14 marzo 2016, pp. 61-74 (v. post 6 giugno 2017).


Fatto un cenno al ruolo attivo da lui svolto – nella veste di Preside del Liceo scientifico “Il Pontormo” di Empoli – nel promuovere la magistrale traduzione della Zefferi (vedi) e la messa in scena del testo busoniano da parte degli studenti del Liceo, diretti dal prof. Lopez, Salvadori presenta brevemente caratteri e intenti dell’opera stessa. Osserva la quasi coincidenza di due dei personaggi principali (Arlecchino e Don Chisciotte) “nel ruolo di visionari che con sarcasmo smascherano i mali del mondo” e, sulle tracce di annotazioni diaristiche di Gottfried Galston, rivela la natura rigorosamente autobiografica della seconda scena.
Ricerca, poi, le “intenzioni morali dell’autore” passando in rassegna le singole scene. 

un quadro inquietante di raffaello busoni

Un quadro inquietante
di Raffaello Busoni, figlio del compositore
(dal volume degli Atti)

Nella prima troviamo Arlecchino in carcere, intento a ristabilire a modo suo la giustizia, architettando un inganno che darà libertà a lui ingiustamente condannato, mentre farà assegnare pene appropriate ai tre criminali che nella ‘prigione’ godono di trattamenti e privilegi che le persone oneste appena possono sognare. La seconda, “una scena tratteggiata da vero toscano incisivo, comico e tragico nelle fitte battute dei protagonisti”, è un impietoso ritratto della famiglia in cui il musicista vide la luce, con la rappresentazione di una madre affettuosa e remissiva e un padre che scambia il proprio egoismo per generosità verso la moglie e il figlio ‘prodigio’, non senza un sentimento di “pietà e comprensione anche per queste debolezze umane a cui persino un genio deve sottostare e rispondere per un dovere filiale”. Nella terza Arlecchino infrange allegramente la legge nel nobile intento di “devolvere le ricchezze, estorte con l’inganno all’avaro, al poeta povero”. Ma la parte dell’intervento più corposa – e, a mio avviso, più interessante – è dedicata alla lunga, densissima quarta scena. Lo studioso ne trascrive ampi stralci e affronta l’arduo compito di chiarirne, sezione per sezione, i complessi significati simbolici e di sciogliere il groviglio di riferimenti al clima politico e al dibattito culturale dell’epoca. Il lettore interessato a questo dissacrante volumetto busoniano troverà nella trattazione di Salvadori un guida esperta per aggirarsi senza smarrirsi in questa fittissima e intricata foresta di simboli. “Il linguaggio – osserva Salvadori – è degno di un manifesto futurista, durissimo nella denuncia di un’ingannevole modernità, ma rivolto non solo al passatismo, come denunciavano le avanguardie, ma anche contro il presente. Una condanna così lungimirante che oggi non ha perso alcuno smalto”.
Al suo contributo analitico Salvadori fa seguire una bella allocuzione lirica “Alla tomba di Busoni”, che si conclude con l’associazione di sé e di noi tutti alla busoniana deprecazione di tutte le guerre.

 tomba di ferruccio busoni
  
Tomba di Ferruccio Busoni
nel Cimitero di Friedenau a Berlinoe

(dal volume degli Atti)

  







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